Della lettera che Gesù inviò a re Abgar di Edessa e dei suoi poteri prodigiosi

Tante belle cose possono esser dette a riguardo di Gesù Cristo; ma che lui avesse una passione per la scrittura… beh: decisamente non è tra quelle. In effetti, il Dio incarnato non volle usarci la cortesia di lasciarci un autografo, un quadernetto di appunti, una lista della spesa: preferì affidare le sue parole agli evangelisti, optando per un relata refero che, francamente, è a tratti frustrante. C’è da sperare che i suoi apostoli fossero tipi con buona memoria; in caso contrario, dovremmo rassegnarci ad ammettere di non poter conoscere con precisione le precise parole che Gesù ha pronunciato (sebbene la filologia stia ancor oggi lottando nel tentativo di individuare le ipsissima verba Iesu: quelle che, plausibilmente, dovrebbero esser state riportate in maniera letterale).  

Ecco: questa cosa, questa dolorosa consapevolezza dell’impossibilità di conoscere le parole esatte del Salvatore, era un grande cruccio per gli uomini di un tempo. E per far capire quanto grande, penso basterà sottolineare questo dettaglio: nei testi più antichi dedicati alla cerca del Sacro Graal, il premio che sarà riservato al cavaliere che potrà mettere le mani sulla santa coppa sarà la chance di conoscere le parole esatte che Gesù pronunciò davanti a Giuseppe d’Arimatea. E, voglio dire: non so voi, ma sono piuttosto certa che Indiana Jones si immaginasse qualcosa di meglio.

Ma noi moderni siamo gretti materialisti, che alla conoscenza preferirebbero tesori: un tempo, bruciava dolorosamente, come una ferita mai sanata, il pensiero che Gesù non avesse voluto consegnare al mondo neppure una breve traccia d’inchiostro a eternare il suo pensiero.

E se sei un uomo medievale che non riesce a capacitarsi di questa lacuna… tu che fai?
Beh, mi pare ovvio: colmi la lacuna inventando a tavolino uno scritto autografo di Gesù da spacciare come autentico. Gli uomini medievali erano gente pratica; mica si lasciavano abbattere da problemi tipo questo.

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Parlo di uomini “medievali” ma, in realtà, non lo faccio a ragion veduta: la più antica testimonianza circa l’esistenza di una (sedicente) lettera autografa di Gesù Cristo è contenuta all’interno della Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea: siamo nelle prime decadi del IV secolo. A quanto scrive lo storico, lui stesso aveva avuto modo di vedere coi suoi vivi occhi il foglio vergato dalla vera mano di Cristo, che veniva conservato come tesoro prezioso tra i papiri dell’archivio pubblico di Edessa. E poiché Eusebio non era un tipo solitamente propenso a grandi slanci di fantasia, è assolutamente probabile che allo storico fosse davvero stata mostrata una lettera con le caratteristiche di cui sopra, che il cronista dunque non inventò ma si limitò a riportare per come le aveva vedute.

Ma che ci faceva una lettera autografa del Nazareno all’interno degli archivi pubblici di Edessa? Naturalmente, una graziosa leggenda agiografica fu tirata fuori dal cappello per dare risposta a questa domanda; e, naturalmente, sarà mio piacere raccontarvela, se avrete voglia d’ascoltarla.

Abgar V, re di Edessa, è un personaggio storico realmente esistito (al punto tale che la repubblica armena lo ha piazzato su una delle sue banconote). Non molto si sa a proposito del suo regno, al di fuori del fatto che fu fiorente e prospero; Abgar morì attorno al 50 dopo Cristo e, a quanto pare, fu uno dei primi monarchi a convertirsi al cristianesimo (anche se in realtà alcuni storici mettono in dubbio la veridicità di questo dettaglio). Certo è che tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi concordano nell’attribuire un’aureola al buon re Abgar, che il martirologio romano ricorda il 19 giugno; altrettanto certo è il fatto che l’episodio che lo ha reso celebre sia considerarsi del tutto immaginario: stiamo parlando, per l’appunto, della sua corrispondenza con Gesù Cristo.

Stando alla leggenda, tutto iniziò così: ricevuti in visita alcuni emissari provenienti da Gerusalemme, re Abgar restò sconvolto nel sentirli parlare di un tizio che, a quanto pare, riusciva a curare anche le malattie di fronte a cui i migliori medici erano costretti a dichiarar sconfitta. L’informazione gli parve particolarmente rilevante perché lui stesso era afflitto da una malattia che nessun guaritore riusciva a sanare; e fu così che Abgar inforcò il pennino e scrisse di suo pugno una lettera per Gesù, che poi affidò alle valenti mani di Anania, uno dei suoi più fidati ambasciatori.

Non lo sarebbe rimasto a lungo: l’incontro col Nazareno fece maturare in Anania il desiderio di diventare suo discepolo (e infatti, proprio lui ebbe l’onere e l’onore di battezzare Paolo di Tarso); ma non divaghiamo – questa è un’altra storia. La storia che invece ci interessa raccontare prosegue con la consegna della famosa lettera: che, in buona sostanza, consisteva in un invito a corte. Abgar, infatti, pregava il Cristo di raggiungerlo quanto prima, nella speranza che egli volesse curare la sua malattia: le porte di Edessa si sarebbero spalancate per lui e per tutti i suoi discepoli e il re avrebbe dato loro modo di predicare, garantendo al contempo protezione armata da chiunque avesse voluto infastidirli. Evidentemente, era già abbastanza chiaro agli osservatori che, a Gerusalemme, Gesù “si fosse messo nei guai”: e questa fu precisamente la ragione per cui il diretto interessato fu costretto a declinare il cortese invito. Gesù, da Abgar, ci sarebbe anche andato volentieri, ma mancavano ormai pochi giorni alla Pasqua; e, evidentemente, compiti ben più importanti si profilavano all’orizzonte. Ma non volendo sembrare scortese nei confronti di quel brav’uomo, la cui unica colpa era stata quella di avere un pessimo tempismo, Gesù volle scrivergli personalmente una lettera in cui spiegava il perché del suo diniego. Nella trascrizione che ci viene fornita da Eusebio di Cesarea, l’epistola recitava così:

Beato sei tu, per aver creduto in me anche senza avermi veduto, perché così è stato scritto: alcuni di quelli che m’hanno visto non mi crederanno; ma quelli che, pur non avendomi visto, mi crederanno: ecco, costoro saranno salvati. A riguardo però della tua richiesta affinché io ti porga visita, devi sapere che è per me necessario portare a compimento nel luogo in cui mi trovo le cose per cui sono stato mandato. Non appena le avrò portate a compimento, tornerò da colui che mi ha mandato. Ma dopo che io sarò stato portato via, manderò da te uno dei miei discepoli: egli curerà la tua malattia e ti darà la vita eterna.

In effetti, il discepolo arrivò per davvero: poco dopo la Pentecoste, Taddeo (anche noto come Addai, per la Chiesa siriaca) fu mandato a evangelizzate Edessa. I suoi miracoli, però, furono del tutto superflui, giacché re Abgar aveva già riguadagnato da tempo la salute: il prodigio s’era compiuto nell’istante stesso in cui lui aveva sfiorato coi polpastrelli delle dita la lettera vergata da vera mano di Gesù, preziosissima reliquia del passaggio di Dio in terra.

Reliquia che, per la cronaca, arrivò a Edessa in compagnia di un oggetto non meno prezioso: secondo la Dottrina di Addai, testo siriaco del V secolo, Gesù mostrò una rara gentilezza nei confronti del buon Abgar, colui che aveva voluto mettere la sua vita nelle mani di uno sconosciuto predicatore itinerante che non aveva mai ascoltato e che non aveva mai visto in faccia. Per supplire almeno in parte a quella lacuna, Gesù fece come le star di Hollywood e, oltre all’autografo, mandò una foto al suo devoto fan: ad Abgar, infatti, fu recapitato un ritratto di Cristo, che passò alla Storia con il nome di Mandylion e fu esposto alla devozione dei fedeli fino all’anno 1204, quando l’oggetto andò perduto. Oggigiorno, alcuni sindonologi vogliono vedere nel telo di Torino niente meno che il panno di Edessa, riportato in Occidente dai crociati (in quella che, a onor del vero, è una teoria straordinariamente debole sotto il punto di vista storico).

Ma se il Mandylion meriterebbe un approfondimento a parte, sarà bene tornare a concentrarsi sulla lettera: anche perché, fin dai primi secoli, a questo testo accadde una cosa assai strana. Cominciò a essere utilizzato come una sorta di amuleto magico: e quando parlo di “amuleto”, lo faccio a ragion veduta.

Una significativa porzione delle copie della lettera che sono giunte fino a noi ci permettono di dire che, lungo tutto il corso del Medioevo, il testo dell’epistola fu copiato a piccolissimi caratteri su sottili strisce di pergamena che venivano poi arrotolate su se stesse e poste all’interno di ciondoli, o (più raramente) contenitori metallici che venivano poi inseriti nelle intercapedini dei muri. Quando gli archeologi si trovano davanti a questo tipo di oggetti, il consenso tende a essere unanime: se qualcuno decideva di portare al collo (o addirittura di cementare nelle mura di casa sua!) un testo a contenuto sacro, ben di rado lo faceva per semplice devozione. Ad essa, minimo minimo, s’aggiungeva la granitica certezza che quelle parole sarebbero state di per se stesse un valido ausilio per scacciare i demoni, tener lontane le loro malefatte e garantire protezione celeste a chi compiva quel gesto. Una devozione un po’ superstiziosa agli occhi di noi moderni, a voler usare un eufemismo: e, infatti, gli storici della magia sono compatti nel dire che questo tipo di artefatto rientra (anche) nel loro campo di ricerca. E, in effetti, è francamente difficile non parlare esplicitamente di “magia” nel descrivere alcuni degli usi che venivano fatti di questa lettera, già a partire dal IV secolo.

La prima a parlarcene è Egeria, una donna galega che sul finire del secolo compì un pellegrinaggio in Terra Santa ed ebbe cura di compilare un dettagliatissimo travel journal per dare conto di tutte le tappe del suo viaggio. Nel corso della sua sosta a Edessa, la nostra amica acquistò come souvenir di viaggio due facsimili della lettera di Gesù ad Abgar: si trattava dichiaratamente di copie, ma l’uomo che gliele vendette si disse certo d’aver sentito dire che grandi prodigi s’erano compiuti anche per tramite di questi esemplari di seconda mano. Evidentemente, la miracolosità del testo risiedeva nelle parole stesse, più che nel tratto di inchiostro che le materializzava: e infatti, Egeria se ne mise in valigia due copie, nella convinzione che – come le era stato assicurato – esse le avrebbero garantito protezione nel corso del suo lungo viaggio di ritorno. Ma non solo: la pellegrina ebbe modo di osservare che copie della lettera venivano appese, a mo’ di cartellone pubblicitario, lungo le mura della città e su tutto il perimetro della cittadella: interrogata sul perché, la popolazione autoctona le spiegò che questi scritti costituivano per la città di Edessa una sorta di “scudo mistico” contro gli assalti dei Persiani (un uso che, apparentemente, rimase intatto attraverso i secoli, giacché viene citato anche nella Historia vie hierosolimitane, poema del XII secolo dedicato alla prima crociata).

Ed evidentemente la lettera funzionava bene per davvero, in contesti di emergenze militari, giacché Dio stesso sentì l’impellenza di consegnarne una copia a un condottiero che non avrebbe mai avuto modo di mettere piede a Edessa ma necessitava decisamente di una dose extra di fortuna. Secondo la leggenda, una copia della lettera fu consegnata a Carlo Magno poco prima della battaglia di Roncisvalle per mano d’un messaggero celeste, talvolta identificato con san Giorgio o con san Michele arcangelo. Più tarda (ma destinata ad avere maggior diffusione) è la tradizione secondo cui fu invece papa Leone III a consegnare la lettera al re dei Franchi, forse dopo essersela misteriosamente trovata sull’altare o dopo averla ricevuta egli stesso dalle mani d’un angelo.

In quest’ultima variante, la leggenda della lettera miracolosa sopravvisse ai secoli attraversando tutto il Medioevo e i primi secoli dell’età moderna. E anzi: ebbe un rinnovato boom di popolarità a partire dal 1740, anno in cui a Roma fu pubblicato ad alta tiratura un opuscoletto titolato Enchiridion Leonis Papae serenissimo imperatori Carlo Magno. In questo caso, non ci dev’essere alcuna esitazione nel definirlo un testo di magia nel senso pieno del termine; è lo stesso sottotitolo a identificarlo come un tesoro di preziosi secreti, orazioni meravigliose, preghiere misteriose, formule magiche, talismani e incantesimi, inviato come raro omaggio all’imperatore Carlo Magno da papa Leone. A introduzione di tutta questa mercanzia, troviamo per l’appunto l’ennesima copia della “miracolosa” lettera di Gesù ad Abgar, di cui naturalmente venivano decantati i poteri infallibili e segreti: erano passati quasi millecinquecento anni dalla prima attestazione della loro esistenza, ma quelle righe continuavano ad affascinare.

Il povero Carlo Magno si rivolterà nella tomba. Proprio lui, con la sua Admonitio generalis, aveva sanzionato l’uso superstizioso di preghiere, versetti biblici e testi sacri, citando esplicitamente (ironia della sorte!) proprio quella lettera cui fu poi accostato. E, naturalmente, non fu né il primo né l’ultimo a scoraggiarne l’uso: se la lettera ad Abgar trovò grande diffusione nel popolino, le autorità ecclesiastiche furono fin da subito compatte nel definirlo un testo apocrifo da non tenere in alcuna considerazione (per non parlare poi degli usi superstiziosi che ne venivano fatti inopportunamente!).

«E tuttavia», fa notare Don Skemer, «la lettera rimase in circolazione, anche perché molte fasce della popolazione la ritenevano autentica. E – potrebbero essersi domandati alcuni chierici – in fin dei conti che problema c’è, nell’utilizzare le parole di Cristo per proteggere i fedeli dalle orde pagane o dalle insidie del diavolo?». Certo, il problema è di natura filologica (quelle non sono affatto le parole di Cristo): ma se un cristiano in buona fede è convinto del contrario, e si aggrappa a quella speranza con vera devozione… l’errore è davvero così grave, in fondo in fondo?
Vista la rassegnata tolleranza con cui la Chiesa medievale consentì la circolazione di questo testo (ma non del grimorio settecentesco: quello, ovviamente, era un discorso a parte), verrebbe da dire che le gerarchie ecclesiastiche si posero il problema e poi scrollarono le spalle. Forse rispondendosi con un “certamente non è vero, ma probabilmente anche nel falso ci può essere del buono”.


Per approfondire:

  • Don C. Skemer, Binding Words. Textual Amulets in the Middle Ages (The Pennsylvania State University Press, 2006)
  • Terry G. Wilfong, Kevin P. Sullivan, The Reply of Jesus to King Abgar: A Coptic New Testament Apocryphon Reconsidered (P. Mich. Inv. 6213), in: The Bulletin of the American Society of Papyrologists, Vol. 42, No. 1/4 (2005)

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