Ma perché san Serafino di Sarov dovrebbe essere il protettore della bomba atomica del Cremlino?

Se san Serafino di Sarov fosse il protagonista d’un racconto fantasy, e se io fossi l’autrice incaricata di dargli corpo, mi piacerebbe introdurre il personaggio mentre, dall’alto dei cieli, segue assorto le ultime notizie che riguardano la sua persona. Ammesso e non concesso che i santi del Paradiso possano avere rimpianti o ripensamenti, mi piacerebbe dipingerlo a occhi socchiusi, l’espressione meditabonda, schiacciato dal peso dei suoi mille “e se”.

Se solo non si fosse lasciato impietosire dalle preghiere della zarina Aleksandra, la storia della Russia sarebbe probabilmente stata molto diversa. E se avesse fatto la voce grossa per riuscire a procurarle un miracolo decente, invece d’accontentarsi nel vederla concepire un figlio che sì, era il maschio tanto desiderato, ma era anche un erede più morto che vivo, Aleksandra non avrebbe avuto alcun motivo per legarsi a Rasputin; e chi lo sa: forse, in piccola parte, la storia della Russia sarebbe stata diversa. Gli sarebbe bastato esaudire le preghiere disperate dello zar, che giorno e notte gli chiedeva la grazia d’una guarigione per suo figlio, per indirizzare la Russia su una strada che, in un modo o nell’altro, avrebbe avuto buone chance di essere molto diversa.

Sì: se fossimo in racconto fantasy, mi piacerebbe introdurre il personaggio del profeta Serafino proprio attraverso questo momento di introspezione, mentre osserva dall’alto il patriarca di Mosca che lo proclama protettore della bomba atomica del Cremlino, spiegando al mondo che essa è stata sviluppata sotto il patronato del santo monaco di Sarov.

Ma questo non è un racconto fantasy, bensì la cronaca di ieri; e probabilmente sarà il caso di lasciar da parte l’immaginazione per far parlare la Storia con la S maiuscola – tantopiù che questa Storia (e iniziamo forse a intuirlo) sa essere di gran lunga più stupefacente d’un romanzo.

Se Serafino di Sarov avesse avuto l’opportunità di poter vivere in santa pace la sua santità (invece di trovarsi tirato per la giacchetta dai Romanov, dai bolscevichi e dalla perestrojka in rapida successione), il nostro amico avrebbe sicuramente avuto tutte le carte in regola per presentarsi al mondo come il Perfetto Santo Puccioso Per l’Infanzia. Nato in Russia alla metà del Settecento da una famiglia affezionata e devota, all’età di sette anni scappa al controllo della mamma per arrampicarsi sull’impalcatura di una cattedrale in costruzione. Quell’imprudenza gli costerà cara, ché Serafino viene preso dalle vertigini e cade a terra da grande altezza: i medici lo danno per spacciato, i genitori già ne piangono la morte certa, ma ecco che la Vergine Maria entra in scena per salvare quel bimbo un po’ imprudente ma devoto. Guarito miracolosamente per intercessione della Madonna, Serafino viene investito della grazia non comune di poter vedere gli angeli e comunicare con loro.
Quella che segue è una vita all’insegna della preghiera, dell’ascesi e della più piena comunione con la natura: Serafino inizia a vivere come eremita in mezzo ai boschi, stringendo con gli animali della foresta amicizie profondissime che davvero sarebbero degne d’un cartone della Disney. Entro le prime decadi dell’Ottocento, la sua fama di santità s’era estesa a un punto tale che pellegrini di tutte le Russie accorrevano presso il suo eremo sito nel bosco di Sarov, cibandosi dei suoi preziosi insegnamenti spirituali e traendo forza dal tocco prodigioso delle sue mani, che sembravano essere in grado di curare anche le più perniciose delle malattie.

Serafino morì nel 1833, e fin da subito la popolazione russa lo acclamò come santo. I suoi sermoni, raccolti da uno dei suoi amici più stretti, divennero rapidamente uno dei testi spirituali più letti e più amati della nazione, senza però che la loro popolarità riuscisse a eclissare un altro componimento assai grazioso: una raccolta di profezie, piene di speranza per l’avvenire, che san Serafino asseriva d’essersi sentito dettare dagli angeli. Nel luogo della sua sepoltura, un flusso ininterrotto di pellegrini si recava a pregare sulle reliquie per tramite delle quali venivano operati i miracoli più prodigiosi: storpi, paralitici, moribondi e vegliardi riguadagnavano la salute grazie all’intercessione del buon santo; e sembrava che Serafino, che fin dall’infanzia era stato oggetto di speciali attenzioni celesti, avesse una speciale predilezione per i bambini – sia quelli già vivi, sia quelli unicamente sognati. Le coppie che avevano ormai perso le speranze di poter generare un figlio sapevano con certezza che san Serafino non sarebbe rimasto sordo alle loro preghiere e che grazie su grazie sarebbero su quegli aspiranti genitori che avessero mostrato al santo di Sarov d’essere degni delle sue attenzioni.

E fu così che, nel 1903, una specifica coppia di sposi, fra le molte, cominciò a indirizzare a Serafino le sue preghiere. Col piccolo dettaglio per cui quei due sposi facevano “Romanov” di cognome e avevano modi decisamente incisivi per attirare su di sé, e sulla loro devozione per il santo, non solamente l’attenzione del diretto interessato, ma quella della Russia intera.

***

Erano passati ormai tre anni dall’ultima volta in cui la zarina s’era scoperta incinta: Anastasia era nata nell’estate del 1901, e probabilmente era stata l’ennesima coltellata al cuore di una coppia che, probabilmente, stava cominciando a sospettare d’essere vittima d’una qualche maledizione lanciatale contro da un Fato beffardo. Sono stra-noti i problemi dinastici che dovettero affrontare gli ultimi zar di Russia, a fronte d’una legge secondo cui solamente un erede maschio avrebbe potuto ereditare il trono di suo padre. Quattro gravidanze che in rapida successione mettono al mondo quattro eredi femmine erano già più che sufficienti per giustificare un certo senso di presa in giro; ma quando Nicola e Aleksandra cominciarono a rendersi conto che la quinta gravidanza non sembrava intenzionata ad arrivare… beh: fu grossomodo a quel punto che scoppiò il panico per davvero.

Era ormai nota in tutta la Russia la devozione per Serafino di Sarov, che sembrava trattare con un occhio di riguardo tutte le coppie sterili che gli si rivolgevano. Gli zar pensarono che, dopotutto, non sarebbe stato male fare un tentativo, e lo fecero nel mondo più spettacolare a loro disposizione: Nicola si impose affinché il processo di canonizzazione si avviasse a una rapida conclusione e fissò per il luglio 1903 una cerimonia pubblica solenne, al termine della quale il santo di Sarov sarebbe stato ufficialmente inscritto nel martirologio. Per l’occasione, le sue reliquie furono riesumate e affidate alla custodia della zarina, che nel corso della cerimonia religiosa le tenne strette a sé: quando lo scrigno che conteneva le ossa di Serafino fu nuovamente collocato nella cappella dedicata al santo, Aleksandra si inginocchiò vistosamente sulla tomba, raccogliendosi in una lunga preghiera silenziosa.

All’epoca, per ovvie ragioni, nessun giornale descrisse l’evento nei termini di “ecco a voi la zarina sterile che chiede un miracolo al santo” (sebbene quel gesto fosse abbastanza trasparente, e volutamente reso tale dall’entourage di palazzo). Sicuramente, i giornali gridarono al miracolo tredici mesi più tardi, quando la coppia imperiale annunciò al mondo la nascita del desideratissimo zarevic Aleksej: se già prima Serafino era un santo molto amato, il miracolo che gli fu attribuito gli procurò un ulteriore boom di popolarità, che raggiunse vette francamente impressionanti.

Così impressionanti che, di lì a qualche anno, i bolscevichi cominciarono a sudare freddo nel rendersi conto di quanto i Russi fossero legati a quel personaggio. La famiglia imperiale era stata sterminata, la campagna a favore dell’ateismo di Stato procedeva spedita e con successo, ma le donnine russe non riuscivano proprio a togliersi dalla testa il pio santo di Sarov e la sua intercessione miracolosa.

Come spesso capita in questi frangenti, il governo scelse di usare la mano pesante e nel 1920 formò una commissione tecnico-scientifica incaricata di recarsi nel monastero che custodiva i resti di Serafino per compiere verifiche sulle reliquie del santo. Non sorprendentemente, la commissione giunse alla conclusione unanime per cui (non si capiva bene sulla base di che cosa) le ossa contenute nel reliquiario non potevano in alcun modo appartenere a Serafino: dunque era perfettamente inutile che la gente andasse fin lì a pregarlo, anzi sarebbe stato furbo smettere di pregarlo in toto, visto che tutti i miracoli che erano stati erroneamente attribuiti al santo erano evidentemente da considerarsi nulla più che coincidenze, o magari frutto di autosuggestione o (perché no?) di un potente effetto placebo.

Giusto per rendere il concetto più incisivo, i bolscevichi requisirono le reliquie e, già che c’erano, anche la chiesa che le custodiva e le ampie strutture annesse al luogo sacro, in cui vivevano i monaci e le monache. E per assicurarsi che a nessuno venisse l’idea di tornare comunque in quella zona spinto da nostalgica devozione, decisero di militarizzare l’intera area e di adibirla a sede dell’NKVD, il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni. Quando, nel corso della seconda guerra mondiale, gli uffici dell’NKVD furono spostati altrove, gli edifici che li avevano ospitati furono trasformati in uno stabilimento industriale destinato alla produzione dei lanciarazzi Katjuša; e quando la guerra finì e l’industria fu smantellata, quel grosso stabile fu destinato alla ricerca scientifica per un’arma ancor più letale: la bomba atomica.

Effettivamente, Kirill non ha torto nel dire che l’ordigno nucleare del Cremlino è stato sviluppato sotto lo sguardo di san Serafino, in quel lembo di terra che per decenni s’era imbevuto della sua santità. Ribattezzato col toponimo di Arzamas-16, quello che un tempo era stato il monastero di Sarov si trasformò nel principale luogo di ricerca per lo sviluppo della bomba atomica: gli uffici dirigenziali del KB-11, il Centro Nucleare russo, avevano sede in quelle stesse stanze in cui un tempo i monaci di Sarov avevano vissuto, dormito e pregato.

E la storia di quel luogo di culto, e del santo che un tempo l’aveva animato, avrebbe facilmente potuto concludersi così… se non fosse che a un certo punto arrivò la perestrojka, e molte cose iniziarono a cambiare.

***

Nel dicembre 1990, nell’ambito di una crescente distensione dei rapporti tra Stato e Chiesa, il governo russo restituì ai fedeli ortodossi la cattedrale di Kazan, che negli anni precedenti era stata trasformata in un Museo dell’Ateismo. Stilando un inventario di tutti i beni che venivano restituiti alla Chiesa unitamente alle chiavi della cattedrale, un funzionario governativo fu sommamente stupito nel ritrovare “miracolosamente”, per un “fortuito” scherzo del destino, un sacchetto di stoffa che “senza ombra di dubbio” conteneva i resti mortali di san Serafino di Sarov: niente meno!

Personalmente, di dubbi ne avrei parecchi, ma atteniamoci alla versione ufficiale di Mosca: a quanto pare, quando nel 1920 le reliquie erano state confiscate e portate via dalla città di Sarov, i bolscevichi non avevano avuto cuore di distruggerle per davvero, come pure avevano lasciato intendere d’aver fatto. In verità, presi da sacro timore reverenziale, le avevano nascoste in un magazzino polveroso all’interno della cattedrale di Kazan, dove infatti erano state ritrovate a distanza di settant’anni: e poiché erano cambiate tante cose, e Gorbačëv non aveva intenzione di comportarsi come avevano fatto ingenuamente quei birichini dei suoi predecessori, tutti convennero che sarebbe stata una buona idea riportare san Serafino nel luogo che gli apparteneva per diritto.

…cioè, nel bel mezzo del Centro Nucleare della Federazione Russa?

Incredibile ma vero, la risposta è “sì”: a scopo di propaganda, a sottolineare la reciproca volontà di una pacificazione tra i rapporti Stato e Chiesa, le reliquie di san Serafino furono davvero traslate all’interno del centro russo per la ricerca nucleare (!): ma, a questo punto, lascio che a descrivere gli eventi sia la viva voce di Dmitry Adamasky, autore dell’eccellente saggio Russian Nuclear Orthodoxy – un titolo già di per sé eloquente, diciamo pure.

«Quest’operazione ebbe una risonanza pubblica sorprendente. In primo luogo, il patriarca [Alessio II, NdT] traslò le reliquie nella cattedrale di Leningrado, per permetterne la venerazione pubblica: per giorni, la TV sovietica trasmise le immagini di una fila ininterrotta di pellegrini che vi si recavano in preghiera. Successivamente, le reliquie furono spostate a Mosca in un viaggio che godette di ampia copertura mediatica e lì restarono per diversi mesi, attraendo migliaia di pellegrini», molti dei quali ebbero occasione di partecipare a «cerimonie estatiche che mescolavano nazionalismo e religiosità. Nei progetti di Alessio, il culmine di quest’intera operazione sarebbe stato la traslazione delle reliquie nel luogo cui appartenevano: il monastero di Diveevo», nella (ex) città di Sarov (ormai Arzamas-16).
Intuibilmente, un’idea ambiziosa: «l’intera area era ad accesso ristretto, e Arzamas-16 era probabilmente la più segreta di tutte le città chiuse dell’Unione Sovietica. La maggior parte dei cittadini sovietici non sapeva nemmeno che esistesse: la città non compariva sulle mappe, non era visitata dalle normali linee di trasporto areo, ferroviario o su ruota, e non una singola volta era stata menzionata pubblicamente. La sua esistenza era nota solamente a una ristretta cerchia di funzionari. Quando nel dicembre 1990 un giornale pubblicò per la prima volta un articolo dedicato alla ‘città che non è sulle mappe’, la notizia fece scalpore».

Ebbene: fu proprio in questo contesto che, col permesso incoraggiante delle autorità governative, il patriarca di tutte le Russie si lanciò nella folle, ardita e impensabile missione di riportare le reliquie di san Serafino nella città più blindata dell’intera Unione Sovietica.

Nel giorno stabilito, «si pose alla guida di una processione di circa ventimila pellegrini che camminarono ininterrottamente per quattro giorni dalla città di Mosca a quella di Diveevo» (circa 450 km di distanza), fermandosi unicamente per brevissime soste tecniche all’interno di luoghi di culto posti lungo il percorso. «Il 31 luglio 1991, la processione fece il suo ingresso nella città nucleare e san Serafino fu ricongiunto col suo originario luogo di sepoltura, in una cerimonia religiosa ricolma di incredibile gioia. Il giorno successivo, il 1° agosto, il patriarca attraversò tre recinzioni di filo spinato sorvegliate da soldati del KGB per entrare nel cuore pulsante dell’impero nucleare sovietico, Arzamas-16, la vecchia Sarov»: agli occhi attoniti del pubblico che seguiva la scena col fiato sospeso, «vedere il patriarca di Mosca all’interno della città più segreta di tutta l’Unione Sovietica, al fianco del partito comunista e del KGB, parve molto più che sorprendente. Parve un letterale miracolo».

Uno di quei miracoli che solo san Serafino sarebbe stato in grado di compiere, e con così lampante efficacia. Lo pensarono in molti, in questo agevolati da un’accorta operazione pastorale che Alessio II aveva portato avanti per tutti i mesi precedenti: ricordate quando avevo detto che a Serafino di Sarov era attribuito un corpus di profezie che il santo dichiarava di aver ricevuto per bocca degli angeli, che gli apparivano frequentemente in visione?

Ecco: il patriarca di Mosca scelse di dare ampio rilievo a questo aspetto della vita del santo; o, per dirla con le parole di Dmitry Adamasky, «coltivò l’immagine di Serafino come di una specie di Nostradamus russo, dando grande popolarità alle sue profezie e attualizzandole nel contesto della realtà socio-politiche del tempo, con affermazioni sulle linee di: ‘l’eremita ha predetto che il nostro paese avrebbe dovuto attraversare periodi di grande tormento, ma che infine avrebbe ritrovato il cammino per la gloria più grande’. Affermazioni di questo tenore ebbero una grande risonanza tra quei numerosi cittadini che aspiravano a una vita migliore, e che credevano che Serafino ‘avrebbe potuto spiegare il grande dolore del ventesimo secolo e indicare la via per un futuro glorioso’. Per chi non riponeva più alcuna fiducia nei politici, ascoltare per bocca del patriarca queste profezie incoraggianti, attribuite al santo, fu un’esperienza molto potente», che trasformò la figura del monaco di Sarov in una sorta di «calamita per il sentimento popolare secondo cui la nazione russa stava rinascendo».

In quest’ottica, l’intera operazione propagandistico-pastorale che portò Alessio II (e Serafino) nel cuore pulsante della più segreta città sovietica «era esattamente ciò che il patriarca voleva comunicare: che la profezia di Serafino si stava avverando, ‘i tempi stavano cambiando, una nuova era stava per iniziare’».

***

Una nuova era stava per iniziare per davvero, e questo è certo.
Ho i miei dubbi che san Serafino sarebbe stato in grado di prevedere il bizzarro corso degli eventi che, a partire da quel miracolo famoso a vantaggio della zarina, avrebbero indotto un patriarca russo a nominarlo santo patrono della bomba atomica del Cremlino… ma tant’è.

Ben strana storia, quella che è stata destinata a vivere quel mite e umile religioso di Sarov. Avrebbe probabilmente trascorso l’eternità associato agli animali del bosco, ai bambini piccoli e ai buoni sentimenti, se non fosse stato per una di quelle svolte inaspettate che, di tanto in tanto, le pieghe del tempo impongono alla Storia.   


Per approfondire, per l’appunto: Dmitry Adamsky, Russian Nuclear Orthodoxy. Religion, Politics, and Strategy (Stanford University Press, 2019), un saggio interessantissimo che fa capire davvero tante cose su quelle strane notizie che di tanto in tanto arrivano dalla Russia e che, genuinamente, noi Italiani fatichiamo a capire

8 risposte a "Ma perché san Serafino di Sarov dovrebbe essere il protettore della bomba atomica del Cremlino?"

  1. Avatar di Sconosciuto

    Anonimo

    Immagino che il monastero sia andato distrutto per la realizzazione del centro di ricerca… Ma poi questa città chiusa è stata aperta per i pellegrini oppure addio alle reliquie? Elena

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Allora: da Wikipedia (che non è il massimo come fonte, ma vabbeh, fidiamoci), mi pare di capire che lo stato dell’arte sia questo (o quantomeno fosse fino a un paio d’anni fa, non so se adesso con la guerra in corso sia cambiato qualcosa).

      Nel 1995, la città di Sarov è tornata a chiamarsi Sarov su richiesta dei residenti. Continua a ospitare il centro di ricerca atomica e a essere considerata tecnicamente una “città chiusa”, anche se rispetto agli anni della Guerra Fredda oggi è molto più facile entrarci, previa richiesta e con i dovuti controlli. Wikipedia dice che per i non residenti è possibile (previa richiesta) arrivarci con un treno speciale, già sapendo che una volta scesi alla stazione di Sarov i viaggiatori saranno sottoposti a tutti i controlli del caso prima di poter entrare.

      Non so che fine abbia fatto il monastero (in effetti mi immagino che ci sia ben poco dell’originale, adesso), ma leggo che nel 2006 è stata restaurata e riaperta al pubblico la chiesa che era annessa al monastero, e che adesso è regolarmente officiata sotto la giurisdizione dell’eparchia di Nižnij Novgorod. E immagino che, stando così le cose, le reliquie di Serafino siano adesso custodite all’interno della chiesa (almeno: immagino, eh, a logica).

      Comunque adesso in teoria la chiesa è visitabile, ecco. Con molte complicazioni, ma in teoria è visitabile.

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      1. Avatar di Sconosciuto

        Anonimo

        Grazie, quindi in pratica la traslazione delle reliquie è stato un gesto simbolico o poco più…la visita dei pellegrini non è proprio agevolata 😅. Grazie Lucia, tutto molto interessante. Elena

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        1. Avatar di Lucia Graziano

          Lucia Graziano

          Sì ecco: sempre meglio che tenerle chiuse in uno scantinato (ammesso poi che le reliquie ricicciate fuori a inizio anni ’90 siano davvero quelle di san Serafino eh! Io non ne sarei mica sicurissima eh, onestamente). Però la collocazione non agevola moltissimo le visite, no 😅

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  2. Avatar di ac-comandante

    ac-comandante

    Pensavo che la bomba atomica fosse la sola arma a non essere mai stata benedetta da nessun ministro di culto… E almeno per le uniche due usate finora in guerra è stato così.

    Parziale OT: Da quanto tempo è cessata da parte cattolica la benedizione delle armi? Vaticano II? Io, per diversi motivi e il disgusto ad essi legato, ho finito con l’abbracciare i “cinque sola“…

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Uhm… in effetti è una bella domanda, a cui non so dare una risposta così su due piedi. So che Pio X durante la Guerra Italo-Turca del 1911 si era rifiutato di benedire l’esercito italiano che partiva per la guerra e aveva dato ordine ai vescovi di non prendere iniziative su quella stessa linea, però quella era anche una situazione politicamente anomala (il governo italiano stava dipingendo una guerra di conquista coloniale come una specie di crociata che avrebbe liberato i festanti cittadini autoctoni dal giogo di un governo musulmano). Sicuramente, di benedizioni agli eserciti ce ne sono state in abbondanza ancora nel corso delle due guerre mondiali, ecco.

      Provo ad approfondire, adesso mi hai incuriosita! 😀

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