Mai avrei pensato che la tradizione fosse così antica, e invece così è: la prima attestazione scritta del termine “pesce d’aprile” risale al 1466, anno in cui Pierre Michault, nel suo Doctrinal du temps présent, parla di poisson d’avril come di un «intermédiaire, entremetteur, jeune garçon chargé de porter les lettres d’amour de son maître» (vale a dire: intermediario, ruffiano, giovanotto incaricato di consegnare le lettere d’amore del suo padrone).
Pochi anni dopo, il termine ricompare con la stessa accezione nel Livre de la Deablerie di Eloy d’Amerval (1507 ca.); nel 1509, La Résurrection de Jenin Landore utilizza la stessa dicitura accompagnandola a un appellativo ancor più eloquente: il poisson d’avril è sinonimo di maquereau, cioè “ruffiano”, “mezzano”, quello incaricato di procacciare ai galantuomini signore e signorine di variabile onestà.
Quella fornitaci dal testo del 1509 è un’informazione abbastanza illuminante, perché in Francese la parola “maquereau” ha (ancor oggi) un doppio significato: è il termine che viene utilizzato per indicare il pesce sgombro, ma anche l’individuo che svolge la professione di lenone – un dato, questo, che ci permette di capire come mai, nella Francia tardomedievale, la figura del ruffiano fosse associata a quella del poisson.
Sul perché questo poisson dovesse essere proprio d’avril, gli storici non sono ancora giunti a una risoluzione; talvolta, la spiegazione più economica è anche quella più banale, e ben potrebbe darsi che esistesse al tempo la consuetudine sociale di avviare i corteggiamenti proprio nel periodo di aprile – quando le giornate si fanno più lunghe, le ragazze escono di casa sfuggendo al controllo della famiglia, il lavoro nei campi non è ancora troppo pressante e, globalmente, si ha a disposizione un’estate intera per conoscersi e far progetti per il futuro. Nel Medioevo, del resto, la primavera era la stagione degli amori per eccellenza.
Certo è che questo poisson d’avril medievaleggiante aveva ben poco a che spartire con gli scherzi. Non era un giullare, era un ruffiano: una professione che, in ogni caso, lo esponeva già di per sé all’alto rischio di coprirsi di ridicolo, visto che nella letteratura (e dunque nell’immaginario) medievale il messaggero amoroso è una figura prevalentemente comica, che deve correre da una casa all’altra per far da tramite dei due piccioncini rischiando in prima persona figuracce e trovandosi costretto a inventare scuse improbabili per giustificare il suo viavai; talvolta è astuto e burla i mariti cornuti, più frequentemente è uno scemotto che subisce la burla in prima persona senza neanche capir bene cosa sta davvero succedendo. Nei casi peggiori, si trova inconsapevolmente a far da tramite del corteggiamento alla fanciulla che piace a lui!
Ed è qui che, probabilmente, avviene lo slittamento semantico. Nel corso del XVI secolo, il termine poisson d’avril comincia a essere utilizzato per indicare la persona un po’ torda che corre per conto di qualcun altro, dandosi un gran daffare per consegnare messaggi dal contenuto irrilevante o per portare a termine commissioni inutili se non proprio impossibili. A darcene la prima testimonianza è Eduard de Dene, un autore fiammingo, che nel 1561 (circa) inserisce nel suo Testament rhetoricael una poesiola titolata Refereyn Vp verzenderkens dach Twelck den eersten April te zyne plach, ovverosia Ritornello sul “giorno delle commissioni” che usa essere il primo aprile.
Il testo è eloquente, dunque ve lo riporto per intero nella traduzione fattami (aehm) da ChatGPT (che però di solito ci prende). Immaginando una conversazione tra il padrone di casa e il suo fido servitore Lichtvoet, de Dene mette in scena un siparietto che probabilmente molte volte doveva essersi visto nelle case signorili di quegli anni:
Su, Lichtvoet, mio bel garzone,
con grande fretta sto preparando il mio matrimonio,
perciò devi andare a lavorare.
Prima voglio mandarti nel quartiere occidentale:
a Courtrai dovrai far cuocere pasticci,
per i conigli dovrai andare a Dunkerque,
per le cose da bere poi a Winoksbergen,
a Hilleghersbosch dovrai tagliare i rami di maggio,
il cappone lo dovrai comprare a Messines e
a Moerbeke troverai buona panna.
Occupati di tutto questo: tu mi devi organizzare le nozze.
Sì, padrone, va bene tutto — ma c’è un problema:
temo che mi vogliate mandare a fare uno scherzo.
No, per diavolo! Mi serve davvero un cuoco!
Vai a Oostende per la senape, se servirà,
a Dentergem parlerai con i venditori di avena;
procurati anche sale da Biervliet (ha una barca a Sluis),
e non farmi mancare le cozze di Bruges,
né le aringhe di Blankenberge (il necessario per due settimane).
Porta pepe da Eeklo perché la sposa possa mangiare bene,
a Koolkerke compra in fretta verdure fresche;
rape ne troverai in Brabante, come si usa da sempre.
Ah, padrone, io credo di non aver mai visto nulla di simile,
e lo dico prima di mettermi in viaggio:
oggi è proprio il giorno delle commissioni —
temo che mi vogliate mandare a fare uno scherzo.
Ma davvero no, Lichtvoet, sono uomo di parola:
credi che sia un bugiardo come la gente di Aardenburg?
No, davvero, sarebbe mal fatto. […]
Ah padrone, fatelo voi stesso, perché senza occhiali
io non vedo come potrei compiere questo incarico.
E c’è di più: oggi è il primo giorno di aprile —
temo che mi vogliate mandare a fare uno scherzo.
In questo caso, ovviamente, la commissione imposta a Lichtvoet risulta infattibile, o quantomeno sproporzionata alle normali esigenze di una persona sana di mente, a motivo dei mille giri che il padrone vorrebbe far fare al domestico, costringendolo a viaggiare attraverso le intere Fiandre per andare a fargli la spesa. Ma, come vedremo, altri datori di lavoro erano anche più creativi.
In ogni caso, dopo questa testimonianza, dobbiamo aspettare più di cent’anni prima di trovare altre attestazioni scritte sulla tradizione del 1° aprile. Nel 1691, ne La Vie de Charles V, duc de Lorraine, Jean de La Brume ce ne parla nei termini di una consuetudine ormai di vecchia data, spiegando che il poisson d’avril è una «tromperie, mystification traditionnelle du 1er avril» (cioè un inganno, mistificazione tradizionale del 1° aprile); qualche anno dopo, nel 1718, il dizionario dell’Académie française registra l’espressione donner un poisson d’avril à quelqu’un dando questa definizione: «obbligare qualcuno a fare qualche commissione inutile per avere occasione di prenderlo in giro».
Da quel momento in poi, le attestazioni si moltiplicano. In Francia, tra Sette- e Ottocento, i giovani domestici in servizio presso le famiglie dabbene venivano mandati a comprare aceto dolce, uova di gallo, olio per smacchiare; in Germania i ragazzini venivano spediti dal farmacista a comprare grasso di zanzara; in Inghilterra, i gentiluomini si divertivano tantissimo a mettere i propri valletti alla ricerca di una tuba di Falloppio, all’ultima moda! E non parliamo poi della running gag che periodicamente mieteva vittime nelle famiglie della buona società inglese: uno dei primi esempi registrati è annotato nella Drake’s News-Letter dell’aprile 1698, dove si legge che «un certo numero di galantuomini ricevettero inviti per vedere lavare i leoni alla Torre di Londra il 1° aprile, e si recò effettivamente lì per questo scopo». Nel 1860 qualche buontempone ripeté la burla ancor più in grande, inviando a diverse centinaia (!) di alti dignitari londinesi un invito assai formale per assistere alla Prima Cerimonia Annuale del Lavaggio dei Leoni Bianchi alla Torre di Londra (appuntamento il 1° aprile, ingresso dal White Gate dietro presentazione dell’invito): i malcapitati si accalcarono a decine, in abito da cerimonia, alla disperata ricerca di un White Gate che non esiste. Obiettivamente, difficile non ridere; il mandante dello scherzo non fu mai identificato.
E se, nella stragrande maggioranza dei casi, la burla era ai danni dei malcapitati che si trovavano a correre come disperati nel tentativo di portare a termine commissioni impossibili, ogni tanto capitava che lo scherzo fosse indirizzato agli incolpevoli destinatari di tutto questo affanno. Nel 1826, per esempio, un folklorista annotava una consuetudine che era viva fino a poco tempo prima in Provenza, là dove ogni anno circolava la voce che i monaci di un’importante abbazia certosina avessero, per consuetudine secolare, l’abitudine di distribuire gratuitamente ai fedeli dei grossi sacchi di ceci, ogni 1° aprile. Il cibo gratis non fa mai schifo, e pare che la gente si mettesse in marcia anche da lotano per andare a reclamare questa elemosina: «nell’arco di una giornata, arrivavano così tante richieste per questa presunta distribuzione che alla fine persino i monaci perdevano la pazienza, e già c’era da ritenersi fortunati se il recipiente portato per ricevere i ceci non ti veniva lanciato in testa».
E in Italia?
Qui da noi, la tradizione è assai più tarda: comincia timidamente a fare capolino alla fine del Settecento, principalmente nelle regioni del Nord che avevano frequenti contatti con la Francia. Solo nel corso del secolo successivo si diffonde, pian piano, verso il meridione: riferendosi alla sua Sicilia, Giuseppe Pitrè scriveva nel 1886 che «l’uso è recentissimo tra di noi, e si limita alle alte e ad alle medie sfere sociali, senza scendere mai al popolino»; del resto, «le poche persone che in Palermo e in alcune città marittime dell’isola ne avevano conoscenza prima della rivoluzione del sessanta, l’avevano o per relazioni dirette con la Francia, o per comunicazioni commerciali e marittime con Genova».
In base alla testimonianza del folklorista siciliano, che alla tradizione del pesce d’aprile ha dedicato un intero libretto, «gli scherzi del primo aprile non sono soltanto di parole, come il dar a credere a una sciocchezza od una esorbitanza; ma anche di fatti, come il far andare uno a compiere una incombenza priva di scopo, il mandare un involto o un fardello a persona, che, capito lo scherzo, rimanda il messo a un’altra, questa a una terza persona e via di seguito». Anche in questo caso, dunque, la beffa è tale nella misura in cui costringe i malcapitati a una commissione inutile – anche se negli studi di altri etnologi ottocenteschi cominciano pian piano a fare capolino altri tipi di beffa: nelle grandi città del Nord Italia (in particolar modo, Torino, Milano e Genova) cominciava a diffondersi la consuetudine di appiccicare sui vestiti altrui delle cartoline prestampate nella forma di pesce.
Ci sta. Perché, proprio nelle ultime decadi dell’Ottocento che il poisson d’avril era diventato (soprattutto in Francia) un fenomeno commerciale. Le cartolerie cominciarono a vendere pesci di carta già pronti all’uso, spesso arricchiti da motti di spirito; le tipografie iniziarono a produrre cartoline postali da spedire agli amici lontani e le pasticcerie presero a mettere in mettere in vetrina dei grossi pesci di cioccolato. Insomma, il 1° aprile stava diventando una festa consumistica, un po’ come il Natale, la Pasqua e San Valentino – e se oggi i nostri supermercati non sono invasi dal merchandising a tema ittico, lo dobbiamo in gran parte a quel concatenarsi di tragedie che a partire dal 1914 flagellarono l’Occidente a suon di guerre, pandemie e recessione: ancora troppo giovane per radicarsi nell’immaginario collettivo (e, probabilmente, troppo vicino alla Pasqua per poter seriamente sperare di farle concorrenza), il povero pesce d’aprile finì col perdere pian piano il fascino commerciale che aveva avuto per qualche decade.
Intanto, però, negli anni del grande boom commerciale, il nostro pescetto era ormai diventato così famoso da conquistare persino chi, per sua stessa funzione, dovrebbe scherzare ben poco: la stampa. Nelle ultime decadi dell’Ottocento, molte redazioni giornalistiche avevano scoperto con piacere che il 1° aprile era la data perfetta per concedersi uno scherzetto innocuo ai danni dei lettori, pubblicando una notizia falsa ma verosimile. E dunque cominciarono a moltiplicarsi i trafiletti che davano conto di avvistamenti inspiegabili di strani animali, invenzioni improbabili appena brevettate, scoperte scientifiche bizzarre: è qui che il pesce d’aprile prende l’accezione che conosciamo noi oggi, cioè quello di una beffa che fa leva sulla credulità collettiva per diffondere una fake news. Il caso di scuola è probabilmente l’esilarante documentario sulle coltivazioni di spaghetti nella Svizzera italiana mandato in onda dalla BBC il 1° aprile 1957, e con piacere lo ripropongo a chi non l’avesse mai visto – ma la consuetudine delle fake news scherzose nasce in realtà ben prima, in età vittoriana.
In coda a tutto questo, resta però una domanda: sì, ma perché la tradizione di fare scherzi proprio il 1° aprile, tra tutti i giorni del calendario?
Ed è qui che ogni serio articolo di divulgazione va a impantanare in una palude di dubbi e supposizioni più o meno fondate: perché l’unica risposta corretta da dare a questa domanda sarebbe un franco “non si sa, probabilmente non lo sapremo mai, ed è possibile che non ci sia un motivo vero” (talvolta, le cose succedono anche per caso. Capita più spesso di quanto non ci piaccia credere!).
Nel corso degli anni, per carità, alcuni storici hanno voluto avanzare le loro garbate ipotesi. Quella più diffusa punta il dito sull’editto di Roussillon, con il quale nel 1564 Carlo IX di Francia disponeva che, da quel momento in poi, l’anno civile avesse inizio il 1° gennaio. Fino a quel momento, infatti, era consuetudine in molte zone della Francia far cominciare l’anno il 25 marzo, e il governo centrale dovette intervenire con una certa forza per uniformare il calendario civile. Ma – affermano con rinunciabile entusiasmo alcuni divulgatori – alcuni provincialotti continuarono, per ostinazione o ignoranza, a festeggiare il capodanno a fine marzo: per questo motivo, diventarono oggetto di burle e scherzi. Da qui, il poisson d’avril!
Tutto molto bello, ma anche molto infondato: il fatto storico in sé è reale (l’editto di Roussillon esiste per davvero), ma non esiste una singola testimonianza che ci permetta seriamente di collegare la riforma calendariale agli scherzi a sfondo ittico (tra l’altro, non si capisce come mai le burle avrebbero dovuto essere poste in essere il 1° aprile: semmai, avrebbe avuto senso farle il 25 marzo, se proprio). E soprattutto, la locuzione poisson d’avril è attestata ben prima del 1564, come abbiamo già visto: pessimi, davvero pessimi presupposti, per una teoria che dovremmo onestamente accantonare.
Né tiene molto una teoria sviluppata dai folkloristi del XIX secolo, che tendevano ad avere una specie di ossessione nel voler vedere, dietro a ogni singola festa popolare, delle millenarie sopravvivenze pagane che avrebbero viaggiato sottotraccia per quasi venti secoli di Storia cristiana. In questo caso, molti storici puntarono il dito sulla festa romana di Hilaria, celebrata a fine marzo nell’ambito del culto di Cibele e Attis: dopo alcuni giorni di lutto rituale, la festa giungeva al culmine il 28 marzo con momenti di riso, travestimento e letizia collettiva.
Ma, anche in questo caso: il 28 marzo non è il 1° aprile; e comunque, nessuno è stato in grado di spiegare in modo convincente per quale ragione al mondo una festa pagana (tra l’altro, di non particolare importanza) avrebbe dovuto sopravvivere sottotraccia per quattordici secoli, e solo in Francia, per poi riaffacciarsi improvvisamente alla Storia sul finire del Medioevo e in una data leggermente diversa rispetto a quella in cui era sempre stata celebrata. Eddai.
Non meno ridicoli sono stati i tentativi di quei volenterosi che, nel corso del XVIII secolo, hanno tentato di collegare il poisson d’avril alla liturgia cristiana. Poiché, tendenzialmente, la Pasqua non cade mai troppo lontana dal 1° aprile, e poiché una delle letture tradizionalmente proposte nella liturgia di Pasqua è quella che riguarda il diluvio universale, alcuni storici vollero collegare la tradizione del poisson d’avril al volo prematuro della prima colomba che Noè volle mandare a cercare la terraferma, e che porella dovette tornare indietro con un niente di fatto. Anche lei fu vittima di una commissione inutile, fallimentare perché affidatale nel giorno sbagliato; in memoria di quel fatterello biblico, nacque dunque la consuetudine di sottoporre alla stessa tortura anche i propri amici! Meh. Ipotesi ancor più infondata delle precedenti, e comunque si continua a non capire con che logica avrebbe dovuto imporsi proprio la data del 1° aprile tra tutte quelle a disposizione (a maggior ragione tenendo in considerazione il fatto che la Pasqua è una festa mobile).
L’unica vera spiegazione onesta è che le vere origini della festa sono sconosciute e, molto probabilmente, irrecuperabili. Anche se bisogna ammettere che c’è una certa ironia sublime nella rassegna delle ipotesi di cui sopra: è da due secoli che gli storici si ostinano a spiegare con una fake news le origini di una festa che vive di scherzi e di fake news. Che sia anche questo, sotto sotto, un pesce d’aprile?
E qui la bibliografia è importante per davvero, ché per quanto ne sapete voi potrei pure essermi inventata tutto:
- Giuseppe Pitrè, Breve storia del Pesce d’Aprile (Graphe.it, 2023)
- Eduard de Dene, Testament rhetoricael (DBNL – Digitale Bibliotheek voor de Nederlandse Letteren)
- Michele Rapisarda, Pesce di Aprile, una breve e splendida storia (Charta 138/ 2015)
- Nancy Cassell McEntire, Purposeful Deceptions of the April Fool (Western Folklore 61,2/2002)
- Bonnie Blackburn, Leofranc Holford-Strevens, The Oxford Companion to the Year (Oxford University Press, 1999)
- Pesce d’Aprile (L’Accademia della Crusca, 2017)
- Poisson (CNRTL, Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales)