Pillole di Storia · Quaresima 2013

[Pillole di Storia] La svolta di Decio

Quando Decio salì al soglio imperiale, non si poteva certo dire che il nuovo Imperatore fosse amato dalla folla.
Fino a qualche anno prima, Decio aveva fatto carriera militare, riscuotendo discreti successi nelle battaglie contro i Barbari. Di punto in bianco, il suo esercito aveva deciso di disconoscere l’autorità dell’attuale Imperatore, Filippo l’Arabo… e di acclamare Decio come nuovo Imperatore.
Chiaramente era una cosa folle, ma si trattava di una follia diventata abbastanza comune, in un Impero romano ormai allo sbando. Aveste chiesto all’esercito di Decio, i soldati vi avrebbero risposto che l’Imperatore Filippo era del tutto incapace di far fronte ai bisogni della Res Publica in questo momento più che drammatico, e quindi andava deposto per il bene dello Stato.
Non appena venne a sapere quello che stava succedendo, Filippo radunò le sue legioni, marciò contro le truppe di Decio, cercò di combatterlo… e fu sconfitto. L’erede legittimo del defunto Imperatore, un bimbetto di nome Severo, fu sgozzato dalla guardia pretoriana… e, a quel punto, Decio ebbe gioco facile a farsi acclamare come Imperatore.
Sembra una roba cruenta e folle, ma era già da un po’ di tempo che Roma aveva preso l’abitudine di regolare la questione politica in questa maniera. Lo stesso Filippo l’Arabo, quattro anni prima, era salito al potere in maniera non dissimile.

Tutto regolare, insomma, se non fosse che per un dettaglio.
A parte il fatto che un Imperatore eletto in questa maniera aveva scarse speranze di arrivare vivo all’indomani, ma non è questo il punto; il problema principale era che un Imperatore eletto in questa maniera aveva speranze molto scarse di conquistarsi la simpatia dei sudditi. “Sudditi” che non sono solamente i ciabattini di Tiburtina, ma anche i legionari armati fino ai denti che possono decidere, da un momento all’altro, di sostenere un’altra parte politica.
In fin dei conti, perché mai dovrei dare il mio appoggio incondizionato a un Imperatore spuntato dal nulla, di cui fino a due giorni prima non sapevo manco che esistesse, e che non ha alcuna continuità dinastica con l’Imperatore che avevo imparato a amare?
Come se io adesso andassi a Londra, ammazzassi la Regina Elisabetta, e annunciassi ai londinesi “adesso sono io la nuova regina”.
Ma quelli mi tirano le uova in faccia, altro che riverirmi.

Fortunatamente per lui, Decio aveva un ultimo asso nella manica da giocarsi, per tentare di tenersi salda la devozione dei suoi sottomessi. Poteva giocarsi la carta del culto imperiale.
Sì, insomma: se l’Imperatore romano è una specie di dio in terra, se i sudditi dell’Impero hanno sempre avuto l’abitudine di compiere sacrifici al genio imperiale… beh, un po’ di ammirazione la nutriranno pure, verso questo tizio così importante da vedersi tributare sacrifici. O no?
Il problema, secondo Decio, era che il culto dell’Imperatore era lentamente andato sbiadendosi. Gli Imperatori che l’avevano preceduto non avevano avuto la faccia tosta di farsi tributare questi grandi onori, dopo aver fatto sventrare a tradimento l’Imperatore precedente. E così, il culto imperiale si era lentamente offuscato, era diventato una specie di relitto del passato… mentre invece, Decio era molto determinato a “svecchiarlo”, per utilizzarlo a suo vantaggio.
E infatti, il Nostro inaugurò la sua carriera di Imperatore compiendo un vecchio sacrificio tradizionale a Giove Capitolino: era il 3 gennaio 250.
Poi, per essere certo che tutti i suoi sudditi lo imitassero, ordinò che lo stesso gesto fosse compiuto nei Capidogli di tutte le città imperiali.
“E’ mo’ son rogne serie”, si dissero i Cristiani.

Fino a quel momento, sacrificare agli dèi era stato un gesto necessario, ma non indispensabile, per un buon cittadino.
Mettiamola così: prendiamo il Presidente della Repubblica. Per noi cittadini, è abbastanza necessario prestare i dovuti onori a Napolitano, se ce lo troviamo nella stessa stanza. Ci alziamo quando entra; rimaniamo ordinatamente composti se suonano l’inno nazionale.
Ma se qualcuno di noi c’ha un’antipatia particolare per Napolitano, o è mosso da idiosincrasie che lo portano ad odiare Fratelli d’Italia, può anche decidere di semplificarsi la vita e di rimanere a casa sua, senza presentarsi al cospetto del Presidente.
Mica sei costretto ad andare a salutarlo.
Puoi anche rimanere sul divano a grattarti i piedi, e siam tutti contenti uguali.
Certo: se ti presenti all’incontro, spunti in faccia al Presidente della Repubblica appena ti arriva a tiro, e accendi i Led Zeppelin a massimo volume per sovrastare le note di Fratelli d’Italia, allora qualche problemino potresti avercelo.
Ma, se non vuoi avere rogne, avrai il buonsenso di evitare queste situazioni, e potrai rimanere a casa facendoti tranquillamente i fatti tuoi.
L’unico problema potrebbe sorgere se ricopri cariche pubbliche che ti portano a dover presenziare a certi eventi per forza di cose, toh; ma per il resto, puoi essere tranquillamente anarchico anche senza essere processato per questo, finché ti limiti a non fare certe cose.

Fatte le dovute differenze, la questione del “sacrificio agli dèi” era un po’ la stessa cosa.
Sacrificare al genio imperiale era stato, per decenni, un atto di routine senza particolari conseguenze politiche. Se avevi una carica pubblica e ti rifiutavi in virtù della tua fede, beh, allora potevi passare guai; ma “la casalinga di Voghera”, per capirci, non avrebbe mai avuto problemi in tal senso. Se non aveva voglia di sacrificare agli dèi, bastava che evitasse di presentarsi in Campidoglio nel giorno in cui si teneva la cerimonia.
Se io sono una fascista in pectore e ce l’ho coi partigiani, evito banalmente di presentarmi alle cerimonie per il 25 aprile, e tutti contenti.

Il problema, appunto, nasce con l’Imperatore Decio.
Perché Decio vuole che tutti i cittadini gli manifestino il loro “appoggio” con questo sacrificio rituale. Vuole assicurarsi l’appoggio di tutta quanta la popolazione, e per questo esige, simbolicamente, che tutti i sudditi dell’Impero compiano sacrifici in onore del loro capo. Era una mossa politica, più che religiosa; ma ha avuto conseguenze pesanti per i Cristiani.
Chi rifiutava di onorare l’Imperatore veniva ucciso o sbattuto in carcere (come nemico politico, non come Cristiano in sé); il problema è che, evidente, i Cristiani non potevano soddisfare questa richiesta – non per ragioni politiche, ma per ragioni di coscienza.
A differenza di prima, non si poteva più far finta di niente. In qualsiasi luogo tu vivessi, eri comunque convocato a presentarti alle autorità romane, per compiere questo gesto simbolico in onore del tuo Imperatore.
O lo facevi, ed eri salvo; o ti rifiutavi, nel qual caso ti processavano.
Non c’era una terza via.
O ti piegavi ad onorare gli dèi romani, o l’autorità politica ti processava e poi ti condannava a morte.
Tertium non datur.

Era ufficialmente l’avvio delle grandi, serie, capillari persecuzioni nei confronti Cristiani, all’epoca di Roma Imperiale.

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