Quando sei malato e ti dicono “pregherò per te”… clinicamente, questa preghiera serve a qualcosa?

Se lo doveste trovare in libreria, non lasciatevi scappare il bel saggio Pregare, un’esperienza umana, a cura di Franco La Cecla e Lucetta Scaraffia (Edizioni Vita e Pensiero, 2015). Di per sé nasce come catalogo di una omonima mostra tenutasi nel 2015 alla Reggia di Venaria, in concomitanza con l’Ostensione della Sindone. All’atto pratico, il libro non è affatto un catalogo di mostra (!), ma è una vera e propria raccolta di saggi, uno più interessante dell’altro, che analizzano il significato, il ruolo e le modalità della preghiera nelle varie religioni del mondo, spaziando dal rosario cattolico ai mantra tibetani. Davvero bellissimo, curioso e interessante.

Pregare Esperienza UmanaTra i tanti capitoli di questa bella miscellanea, uno balza all’occhio catturando immediatamente l’attenzione. È un contributo di Gianni Jòraku Gebbia intitolato La mente che prega. Studi scientifici sulla preghiera – e capite bene che una indagine scientifica sul potere della preghiera è una roba che definire “intrigante” è riduttivo.

Prima di andare avanti con questo post, debbo fare due premesse: io, ovviamente, non sono una scienziata. Non prendete questo pezzo come un endorsement personale sui contenuti delle ricerche che citerò (ci manca solo), ma come una semplice panoramica “storica” su studi che mi hanno alquanto incuriosita.

Seconda premessa: cerchiamo di capire l’approccio alla questione.
È ovvio che, per noi credenti, una preghiera porta sempre frutto. Gli scienziati giustamente si pongono la domanda sotto un altro punto di vista e si domandano: è tecnicamente possibile misurare gli eventuali effetti clinici di una preghiera a favore di un malato?

***

Chiariamo subito una cosa: non stiamo parlando di effetti positivi della preghiera come forma di auto-sostegno.
Senza voler fare psicologia da quattro soldi, credo che sia abbastanza normale immaginare che un individuo con una profonda fede in Dio, con l’incontrovertibile certezza che c’è qualcosa oltre la morte, possa reagire a una diagnosi nefasta utilizzando strumenti diversi rispetto a quelli che sono a disposizione di un nichilista ateo.

Ecco, no: non stiamo parlando di questo.
Ci stiamo proprio ponendo la domanda: “ma quando Tizio si ammala, e il suo amico Caio gli promette ‘pregherò per te’, le preghiere di Caio hanno effettivamente effetti clinici dimostrabili?”.

Nei primi anni ’80, si è posto la domanda un certo Randolph C. Byrd, medico cardiologo in servizio presso il San Francisco General Hospital. Tra l’agosto 1982 e il  maggio 1983, lo scienziato ha sottoposto a un singolare esperimento tutti i pazienti ammessi presso l’unità coronarica dell’ospedale (fra tutti i degenti ricoverati in quel lasso di tempo, 57 scelsero di non partecipare e 393 diedero il loro consenso, venendo effettivamente sottoposti alla ricerca).
Facendo uso di modalità computerizzate random, i degenti erano divisi in due gruppi distinti. Un gruppo raccoglieva tutti i pazienti che sarebbero stati oggetto di una intensa attività di preghiera; l’altro gruppo raccoglieva tutti gli “sfortunati” che… invece no.  Ovviamente, né l’equipe medica né tantomeno i diretti interessati avevano idea di quale fosse il gruppo di appartenenza del singolo: ovverosia, nessuno sapeva se qualcuno stesse pregando o no per il povero infartuato.

Dietro le quinte, per contro, succedevano un bel po’ di cose.
Prima di avviare l’esperimento, Byrd aveva messo su un team di preghiera composto da numerosi cristiani di diverse denominazioni e dalle svariate storie personali. Unica cosa che accomunava questi intercessori: una vita di fede significativa, che si esplicasse attraverso preghiere quotidiane e un buon grado di coinvolgimento nella propria comunità cristiana di appartenenza. Ogni intercessore riceveva in busta chiusa alcune informazioni di base sul paziente che gli veniva “assegnato” (tipo: nome, patologia, gravità della situazione) ed eventuali aggiornamenti clinici pertinenti (tipo: “ehi! Si è aggravato! Diamoci dentro con le preghiere!”).
Dopodiché, il pregatore era per l’appunto invitato a pregare, nei modi e nei tempi che avrebbe giudicato più opportuni, per chiedere una rapida e completa guarigione del sofferente che gli era stato “assegnato”.

Ogni malato aveva dalla sua più di un “intercessore”, sicché per ogni singolo paziente pregavano gruppi di almeno tre, e di massimo sette persone. Queste cifre, ovviamente, non tengono conto di preghiere recitate da parenti, amici e conoscenti diretti del malato.
Ovviamente, gli scienziati erano pure consapevoli del fatto che anche gli sfortunelli, cioè quelli assegnati al gruppo per cui non pregava nessuno, avrebbero potuto avere parenti e amici che pregavano per i fatti loro.

Intercessory PrayerBeh… alla fine dell’esperimento, emersero risultati curiosi a dir poco. Ovviamente, non sono capace di giudicare la scientificità dell’esperimento (su cui molti studiosi esprimono gravi riserve).
Eppure, fa indubbiamente sorridere vedere i risultati e appurare che, in effetti, i pazienti assegnati al “Gruppo Intercessione” sembravano passarsela decisamente meglio. Rimanevano in unità coronarica meno a lungo degli altri: morivano di meno, avevano meno complicazioni, assumevano farmaci in quantità minori; nessuno di loro ha avuto bisogno di essere intubato.

I curiosi possono scaricare l’intero articolo scientifico (in formato PDF) cliccando su questo collegamento, con la preghiera di leggere per completezza anche gli articoli scientifici che criticano i risultati ottenuti (tipo questo).

***

Un altro studio curioso è stato quello intitolato Religion e Spirituality – Linkages to Physical Health condotto nel 2003 da Carl Thoresen della Stanford University.

In questo esperimento, un team di studiosi si è posto nove domande preliminari:

La frequentazione delle chiese e dei rituali religiosi protegge dalla morte?
La preghiera protegge dai danni cardiovascolari?
La preghiera protegge dalla mortalità a causa del cancro?
Le persone profondamente religiose sono protette dal rischio di morte prematura?
Le persone profondamente religiose sono protette dal rischio di disabilità?
La preghiera rallenta lo sviluppo di una malattia cancerosa?
Le persone che si rivolgono alla preghiera per affrontare le proprie difficoltà, vivono più a lungo?
La preghiera aumenta il tasso di guarigione dalle malattie acute?
La preghiera intercessoria da parte di un gruppo esterno aiuta nella guarigione?

Come vedete sono domande anche molto diverse tra di loro, così come sono variegate le conclusioni dello studio, di cui potete leggere un abstract (e purtroppo solo quello) cliccando su questo link.

Dalle conclusioni finali, emerge che, in effetti,

la preghiera e la religione in generale potrebbero aver un impatto sulla salute fisica come risorse protettive che prevengono lo sviluppo di una malattia nelle persone sane e/o come risorsa che smorza l’impatto della malattia nei malati. […] L’ipotesi è che la preghiera e i riti provvedano un maggiore senso di autostima e promuovano un più significativo ruolo sociale realizzato attraverso l’atto dell’aiutare.

Curiosamente, pare che credenti siano in effetti mediamente più sani rispetto ai loro corrispettivi non praticanti:

Sette studi indipendenti basati su campioni molto larghi di popolazione hanno notato che individui sani con l’abitudine di pregare e frequentare con regolarità i riti religiosi hanno approssimativamente una riduzione del 30% del rischio.

Una riduzione del 30% del rischio di malattia o di morte prematura è tantissimo, porca la miseria!, le parrocchie dovrebbero diffondere questi dati per rilanciarsi sul mercato come centri benessere all’avanguardia!
(No, vi prego, non fatelo. Scherzavo).

Ma questa riduzione del rischio non è che ti piova dal cielo per grazia divina. Senza peccare di eccessivo ottimismo, io, ad oggi, credo di avere una riduzione del rischio tendente al 100% per quanto riguarda la possibilità di contrarre malattie a trasmissione sessuale o di andare incontro ai devastanti effetti psicofisici di una interruzione volontaria di gravidanza.
Ma se la statistica suggerisce che io corro meno rischi in questo campo, ciò non implica che io sia la prediletta del Signore miracolosamente preservata da ogni male terreno. Banalmente, i credenti hanno (o almeno tentano di avere) uno stile di vita che – per certi versi e in certi ambiti specifici – è più salutare rispetto a quello di un “uomo comune”.

Se il rispetto scrupoloso del sesto comandamento ti preserva da tante brutte cose ancor meglio di quanto possa fare un preservativo, anche gli ideali cristiani di “sobrietà” e “temperanza” aiutano il fedele a condurre uno stile di vita sano. Già da tempo fioriscono gli studi che cercano di spiegare come mai i preti, i frati, le suore (ma anche i monaci buddhisti, per dirne una…) vivano mediamente più a lungo rispetto ai laici e/o tendano ad avere un minor numero di patologie croniche.
Per quanto un frate mio amico scherzi spesso dicendo che il suo elisir di lunga vita è non aver mai avuto donne tra i piedi, è indubbio che i consacrati traggano grande beneficio fisico da uno stile di vita all’insegna della temperanza. Difficile che un frate si scoli in due giorni una bottiglia di grappa (se non altro, perché rischia di beccarsi una ramanzina dai superiori). E, più in generale, tutti quei vizietti che noi laici talvolta ci concediamo (il cibo spazzatura, le sigarette, il bicchierino in più al party del sabato sera, la notte in bianco passata a fare la maratona di Game of Thrones) oltrepassano le porte di un chiostro con molta più difficoltà.

***

‘nsomma: forse forse, è proprio vero che una intensa vita di fede ha effetti benefici sulla salute. Non di certo a causa di una speciale grazia celeste (magari c’è pure quella, eh, ma temo sia un po’ difficile riscontrarla sul piano clinico), quanto più a causa dello stile di vita che i fedeli cercano di seguire.

Il che è pur sempre una scoperta galvanizzante!

5 risposte a "Quando sei malato e ti dicono “pregherò per te”… clinicamente, questa preghiera serve a qualcosa?"

  1. giudig

    Molto interessante e altrettanto curioso. Posso dirti che faccio parte di una spiritualità che prega per intercedere e, a prescindere dai risultati, nessuna preghiera è mai andata perduta. Alcune hanno avuto effetto nel tempo! 😉

    Piace a 1 persona

    1. Lucia

      E altre probabilmente hanno effetto per il bene della persona, ma non nel modo che avremmo voluto noi in prima battuta e per il quale abbiamo pregato, sempre così 😉
      No, perduta mai, sprecata mai!

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  2. Laura Zaccaro

    Userò questo articolo tipo “untrice” quando il malcapitato di turno mi chiederà perché i cattolici “non credono” nei medici e pregano. Io “credo” nei medici e nella medicina, ma insomma… una preghiera non la nego a nessuno. 😀

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    1. Lucia

      Ma che poi questa obiezione io proprio non l’ho mai capita. Ma che vuol dire?
      E’ ovvio che io credo nella scienza medica, sol per quello credo anche che la ricerca scientifica ci aiuti a mettere a frutto le potenzialità meravigliose che l’opera creatrice di Dio ci ha dato, e nel nostro intelletto e nel mondo circostante, che ci è stato detto di custodire e governare.
      Mica le due cose sono in contraddizione. Mentre con piena fiducia mi affido ai medici e alle loro cure, prego per il malato, perché possa affrontare la malattia con serenità, perché possa avere una convalescenza da manuale, perché le terapie funzionino senza effetti collaterali strani…

      Mica son due cose in contraddizione, dico >.>
      Ci fossero cattolici che per loro convinzione rifiutano la tal terapia (tipo i Testimoni di Geova con le trasfusioni di sangue per dirne una), pure pure. Ma grazie a Dio non mi sembra che sia questo caso…
      (A parte forse qualche anti-vax con idee strane ecco, questo sì. La novità recente)

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  3. Mariella

    Segnalo che su Diocesi di Torino Facebook l’Arcivescovo Nosiglia ha pubblicato una preghiera da recitarsi quotidianamente in famiglia, comunità, chiese, per la fine dell’epidemia, oltre all’intenzione quotidiana nelle Messe celebrate 🙏

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