Quando la fashion industry rese matto il Cappellaio

La questione è dibattuta, e gli esperti dell’opera di Lewis Carroll non hanno ancora trovato un consenso. Ma tra le tante ipotesi che sono state avanzate in anni recenti, vi è pure questa: il celebre personaggio del Cappellaio Matto sarebbe stato ispirato da una reale forma di malattia neurologica che interessava, a livello endemico, i cappellai dell’Inghilterra vittoriana.

Tutto inizia col fenomeno che lo storico dell’economia Jan de Vries definisce “Rivoluzione Industriosa”. L’efficace gioco di parole mira a sottolineare l’industriosa operosità con cui, nel corso del Settecento, studiosi e imprenditori scoprono nuove tecniche di lavorazione in grado di creare maggiori quantità di prodotto, con minori costi di produzione. È proprio questa “Rivoluzione Industriosa” a porre le basi per quella che sarà la “Rivoluzione Industriale”, che non sarebbe stata possibile – sostiene Jan de Vries – senza le innovazioni tecniche e scientifiche che l’hanno anticipata.

Una di queste innovazioni tecniche (senz’altro marginale in termini macroeconomici, però importante per la storia che stiamo per raccontare) è l’introduzione del mercurio all’interno dei cappellifici.
L’industria dei capelli, e in particolar modo dei capelli di feltro di foggia maschile era, all’epoca, assai fiorente – ché nessun gentiluomo si sarebbe mai sognato d’uscir di casa a capo scoperto. Eppure, l’industria era gravata da un grosso problema: i tempi di produzione molto lunghi necessari per lavorare un feltro di qualità, a partire dal quale modellare tube e bombette.

Ma ecco che, nei primi anni del Settecento, qualcuno scopre che il mercurio ha proprietà molto interessanti, che rendono più agevole e veloce la procedura. Prende così piede, nel Regno Unito e poi in Francia, un tipo di lavorazione noto col nome di “carotatura”: le pelli animali vengono immerse, ancora tutta intere, in una soluzione a base di nitrato di mercurio, che in poco tempo riesce a separare il pelo dalla pelle e a compattarlo.

L’innovazione è dirompente: i tempi di lavorazione si riducono drasticamente, il costo finale del prodotto diminuisce abbassandosi a un quarto del precedente; diventa addirittura possibile creare il feltro da pellami di minore qualità che fino a poco tempo prima erano off limits, a causa della difficoltà che gli artigiani riscontravano nel lavorarli. Inoltre, la nuova tecnica permette di creare, all’occorrenza, un feltro più sottile, e dunque più leggero, adatto a cappelli “estivi” perfetti per essere esportati nelle nazioni dai climi caldi, come ad esempio Spagna e Italia.

Tutto bene e tutti felici, insomma, se non fosse che per un piccolo particolare: e cioè che il mercurio è velenoso. Per la precisione – ci spiega Allison Matthews David, autrice del meraviglioso libro Fashon Victims che ho già più volte citato –

assieme al piombo, il mercurio è una delle sostanze più pericolose per la salute umana: può essere inalato, ma, in proporzioni minori, può anche essere assorbito attraverso la pelle o lo stomaco. Perdipiù – a differenza dei cappelli di feltro, che sono presto caduti nel dimenticatoio – il mercurio è persistente. Nel momento in cui il mercurio penetra nel corpo di un cappellaio, nella stoffa di un cappello o nel suolo vicino a un cappellificio, state pur per certi che non se ne andrà facilmente.

E, per sottolineare le dimensioni e la gravità del problema, credo che basterà pubblicare questa fotografia, che ho rubato al libro della Matthews David. Quello che vedete in foto è un cappello d’epoca conservato al Victoria and Albert Museum di Londra.

Cappello Tossico

Conservato in una busta di plastica con vistosi teschi ad accompagnare la scritta TOXIC, perché i curatori del museo s’erano resi conto che il cappello, a distanza di decenni, era ancora così impegnato di mercurio che i conservatori avrebbero potuto intossicarsi a loro volta, maneggiandolo senza le dovute cautele.

Se il pericolo sanitario è concreto per un curatore di museo dei nostri giorni, figuriamoci quanto doveva essere dirompente per un cappellaio dell’800. Dopo l’immersione del pellame nel mercurio, il pelo e la pelle venivano separati a mano strusciando sul pellame un archetto, con chissà quanti frammenti di pelo imbevuti di mercurio che volavano nel locale (chiuso e poco areato). La fase di lavorazione successiva prevedeva che il pelo fosse – appunto – infeltrito attraverso una serie di passaggi in acqua bollente, resa acida da agenti chimici. Illustrazioni d’epoca mostrano come i lavoratori fossero provvisti di grembiule, ma non di guanti protettivi né tantomeno di mascherine. Le mani dei lavoratori, screpolate dagli acidi e dall’acqua bollente assorbivano, attraverso le piaghette sulla pelle, quantità di mercurio significative, che andavano ad aggiungersi a quelle, dannosissime, già respirate nella prima fase della lavorazione.

Il risultato?
Il risultato è una mattanza, come peraltro i medici dell’epoca sottolineano fin da subito. Il primo allarme viene lanciato nel 1757 da un medico francese di nome Jeacques-René Tenon. Il giovane patologo aveva ispezionato alcuni cappellifici parigini, giungendo alla conclusione che i lavoratori più anziani “superavano a stento i cinquant’anni”, i cappellai erano affetti da un “tremito delle mani presente già nelle ore mattutine”, “sudavano abbondantemente ed espettoravano sostanze vischiose” ed erano “deboli e scheletricamente magri”. Come se non bastasse, questi sventurati “generavano, in media, numerosi figli, ma giungevano a crescerne ben pochi. La maggioranza di loro, infatti, moriva attorno ai quattro anni d’età”.
L’arguto Tenon aveva persino avuto l’intuizione di ampliare le sue indagini ispezionando il cappellificio Letellier, un atelier parigino vecchio stampo che produceva cappelli di lusso sulla base delle tradizionali tecniche di lavorazione, prive di mercurio: in quest’ultima fabbrica, i cappellai non presentavano quasi nessuno degli inquietanti sintomi che affliggevano invece i loro colleghi.

Con queste evidenze in mano, Tenon non ebbe difficoltà a tracciare un collegamento tra l’uso del letale mercurio e la moria dei cappellai. Non fu ascoltato.
Così come non fu ascoltato, pochi anni dopo, il suo collega Achard, che descrisse tra le altre cose l’agonia di un neonato di cinque mesi, morto poco dopo aver respirato i vapori della fabbrica in cui sua madre lavorava, e in cui la donna l’aveva portato non avendo nessuno a cui lasciarlo. Inascoltata fu, nel 1776, la Gazette de santé che definiva “inutile, bizzarro e abusivo” il ripetuto uso del mercurio, nonostante le evidenze scientifiche a mostrarne la pericolosità; inascoltati furono gli appelli delle Accademie Nazionali di Arti e Scienze che, da Parigi e Londra, offrirono persino premi in denaro a chi fosse stato in grado di ideare un procedimento chimico ugualmente efficace ma meno dannoso.
Inascoltati furono tutti questi appelli per anni: anzi, la situazione era paradossalmente destinata a peggiorare. Intorno agli anni ’20 dell’Ottocento, l’industria di cappelli in feltro visse il suo momento di massimo splendore; Parigi, in particolar modo, divenne la principale produttrice di cappelli in feltro su scala mondiale.

Ebbene: per sconvolgente che vi possa sembrare, Parigi fu, in quegli anni, il teatro di una violenta epidemia di acrodinia, che colpì a più riprese, tra l’inverno del 1828 e la primavera del 1829. Quella che, all’epoca, fu considerata una strana malattia esantematica, era in realtà un avvelenamento da mercurio che mandò a letto (o direttamente al camposanto) oltre 40.000 parigini, i quali, evidentemente, erano stati colpiti da “piogge acide” causate dai vapori che fuoriuscivano dai camini dei cappellifici.

L’opinione pubblica?
Beh: in una certa misura, era informata.
Tornando all’immagine con cui ho aperto questo articolo, non è così improbabile che Lewis Carrol abbia modellato il suo Cappellaio sulla immagine dei reali cappellai resi folli dalla malattia. Ché l’avvelenamento da mercurio porta anche, col tempo, effetti neurologici, causando – oltre ai tremiti incontrollati – improvvisi sbalzi d’umore, attacchi di violenza verbale, tendenza alla depressione.
Del resto, sappiamo che Carrol nutriva un interesse verso la medicina, e sappiamo pure che John Tenniel – l’artista che ha illustrato la prima edizione di Alice – aveva prestato la sua penna a vignette di critica sociale, in cui si parlava, tra le altre cose, di lavoratori sfruttati nell’industria tessile.
Quanto a Tim Burton: beh, lì non si discute della sua ispirazione. Il regista ha apertamente dichiarato di aver reso arancioni i capelli del suo Cappellaio proprio in ricordo del liquido arancio usato per la carotatura, e che, nella visione di Burton, “cola” dal cappello del Cappellaio, tingendo d’arancio i suoi capelli – e la sua mente, di follia.

Ecco appunto: soffermiamoci un attimo sui danni subiti da chi questi cappelli li indossava.
Era pericoloso, indossare un cappello al mercurio?

La direzione del Victoria and Albert Museum è stata molto premurosa a impacchettare i reperti storici per non danneggiare la salute dei conservatori, ma, in realtà, il consumatore finale subiva danni molto scarsi (per non dire, tendenti al nullo) nel momento in cui indossava la sua bella tuba. In fin dei conti, la parte interna, direttamente a contatto con la cute, era rivestita di seta e protetta da un’ulteriore striscia di pelle che teneva la forma. Ma anche la parte esterna, in feltro, era quasi sempre rivestita di gommalacca per rendere il cappello impermeabile alla pioggia. Insomma: salvo isolati casi, pur riportati dalle riviste mediche, durante i quali il singolo malcapitato di turno aveva accusato una reazione allergica indossando la sua bombetta nuova, possiamo tranquillamente dire che il consumatore finale fosse sostanzialmente immune agli effetti mortiferi del cappello al mercurio.

E questa è probabilmente la ragione per cui la società civile non fa un cavolo di niente, mandando a morte intere generazioni di cappellai senza fare nulla per rendere più sicure le loro condizioni di lavoro.

Era la metà del Settecento, quando i medici hanno iniziato a sgolarsi per denunciare al mondo le conseguenze di questa catena di produzione. Ebbene: il civile Occidente non prende provvedimento alcuno né nel Settecento, né nell’Ottocento, né nel Novecento (!). Se, già nel 1778, la politica si mobilitava con parole forti come quelle di Jean Baptiste Moheau, che invocava provocatoriamente l’imposizione di una Tassa sul Lusso Omicida scrivendo che “oggigiorno, quasi non esiste capo d’abbigliamento che non sia tinto col sangue”, i governi e l’industria non prendono provvedimento alcuno.

Come osserva Alison Mattews David, solitamente è la moda femminile ad essere accusata di irrazionalità. Solitamente, si pensa che siano le donne quelle più predisposte a immolare la loro salute (o quella d’altri) sull’altare della bellezza, pur di allinearsi a trend scomodi e dannosi che possano, però, renderle attraenti.

La storia dell’abbigliamento maschile è spesso presentata come una evoluzione razionale e lineare. Eppure, la scienza medica passò duecento anni ad accumulare evidenze scientifiche su come un’industria che produceva accessori per adornare la testa – sede dell’intelligenza e della razionalità del consumatore – causasse accidentalmente danni neurologici ai cappellai “matti” costretti a produrli.

Eppure, nessuno fece niente.

Per oltre duecento anni, il mercurio mantenne il suo posto nell’industria del cappello, perché non era percepito come una minaccia per il consumatore finale. Sebbene il mercurio continuasse ad uccidere lentamente i lavoratori del settore, furono delle dinamiche di genere e di classe a determinare la sua longevità: non era ritenuto concepibile che il mondo della moda potesse colpevolizzare gentiluomini maschi appartenenti alle classi medio-alte.

E infatti, dobbiamo arrivare alla metà degli anni ’40 del Novecento (!!) per leggere finalmente su un giornale la bella notizia con cui

si annunciava “Niente più cappellai matti”. Il titolo faceva seguito a una dichiarazione rilasciata dal governo [statunitense] con sui si “premeva” affinché tutti gli Stati [membri] vietassero l’uso del mercurio nella lavorazione.

Eppure,

queste raccomandazioni, che non avevano forza di legge, non furono ascoltate, e il mercurio non fu mai ufficialmente vietato: in Inghilterra, sono riportati casi in cui questa lavorazione veniva utilizzata ancora nel 1966. L’effettiva scomparsa del mercurio dal mondo della moda ha, probabilmente, più a che fare col terremoto dei costumi degli anni ’60, che fece rapidamente calare la richiesta di completi giacca e cravatta con cappello in feltro d’ordinanza.

***

Una storia terribile?
Senz’altro.

Una storia che, a suo modo, si ripete ancor oggi?
Indubbiamente sì.

Tempo fa avevo parlato di un caso analogo e analogamente drammatico: e cioè, i lavoratori del settore tessile che muoiono a decine a causa del processo di sabbiatura che scolorisce ad arte i nostri jeans.
Eppure, sono cadaveri lontani in Paesi dai nomi esotici che non sapremmo nemmeno collocare a colpo sicuro in un mappamondo. Chi siamo noi per lottare contro il Mercato, se la moda rende richiesto un prodotto che si può creare a basso costo solo mediante processi chimici dannosi?
È la stessa cosa che avrebbero detto, probabilmente, i gentiluomini d’età vittoriana.
È la stessa cosa che, probabilmente, pensiamo noi.

Ogni anno, a partire dal 24 aprile, coloro che hanno a cuore il tema della moda etica si mobilitano per chiedere al mondo della moda di compiere una Fashion Revolution, che permetta a noi consumatori di godere di prodotti che non sono stati realizzati nel sopruso e nel sangue. La data scelta non è casuale: il 24 aprile 2013 collassava su se stesso, a Dacca, in Bangladesh, un edificio a otto piani sede di una industria tessile. Nei giorni precedenti erano state avvistate crepe e uditi scricchiolii sinistri, e le autorità avevano anche ordinato di sgomberare i locali (come, in effetti, fece lestamente una banca che aveva sede nello stabile). Ma i lavoratori dell’industria tessile furono costretti a rimanere al loro posto, per rispettare le rigide scadenze imposte dai marchi che avevano subappaltato alla ditta bengalese la produzione dei loro capi.
Il risultato furono 1129 morti e 2515 feriti, in quello che è considerato il più grave incidente mortale mai avvenuto in una fabbrica tessile.

“Io non ne sapevo niente!”, diceva ieri mia mamma, sconvolta, mentre io le raccontavo questa storia. “Una strage così, nel 2013? Ma i TG ne hanno parlato?”.

13 risposte a "Quando la fashion industry rese matto il Cappellaio"

  1. Laurie

    Che tristezza infinita…
    Grazie per ricordarci queste storie, che rischiano troppo spesso di finire nel dimenticatoio, il quale ci permette di continuare a comprare come se niente fosse.
    Spero sempre che qualcuno si svegli su questo punto anche a livello istituzionale perché, anche se a livello di singoli si può cercare di evitare prodotti confezionati sulla pelle di qualche poveraccio del terzo mondo, non sempre è facile capire chi rispetta degli standard etici e chi no … quindi: grazie per questa rubrica di moda etica!!

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    1. Lucia

      Grazie a voi per il fatto di leggerla nonostante sia un tema un po’ diverso da quelli che tratto di solito!
      Ma, sì, è un argomento che mi sta davvero a cuore. A un certo punto ho guardato indietro a tutti i post di modest fashion che avevo scritto negli anni, e mi son chiesta: ma che davvero? E’ solo questo, secondo me, il vestirsi da cristiani?

      Comunque sì, davvero ci vorrebbe una scossa a livello istituzionale.
      Ma anche robe piccole eh, non pretendo nemmeno divieti completi o il mettere fuori legge certe procedure (sarebbe bellissimo, ma anche molto complesso da realizzare, me ne rendo conto).
      A me ad esempio piace Il Modern Slavery Act di Theresa May, diventato legge nel 2015.
      All’atto pratico non serve a un tubo. Cioè, non è ‘na roba che ha stravolto l’economia inglese mettendo veti, divieti e facendo cadere in rovina degli industriali. Per quanto vedo io (poi, non ho approfondito più di tanto l’argomento), l’unica grande cosa che è cambiata, nel concreto, dopo l’approvazione della legge, è stato il fatto che le grandi aziende sono tenute a pubblicare ogni anno uno statement sulla Transparency in Supply Chain, spiegando le azioni che sono state poste in essere (se ce ne sono state) per assicurare il rispetto dei valori umani di tutti i lavoratori coinvolti nella loro catena di produzione.
      Per quanto ne so io, non ci sono multe per chi non ha posto in essere azioni di questo tipo; non ci sono agevolazioni per chi invece sì; niente. C’è solo la richiesta da parte del governo di far sapere qual è la tua posizione aziendale su certi temi.
      (Ripeto: questo è quello che vedo io da utente dall’esterno, ma magari la legge prevede anche altro che io non conosco eh).

      Comunque, il risultato è che i siti Internet dei vari marchi inglesi si sono riempiti di statement sul tema, e per il consumatore finale è diventato molto più facile farsi una idea di “chi fa cosa”. Perché a parte “i buoni”, cioè i brand di moda dichiaratamente etica, magari ci sono anche delle zone grigie in cui si situa il brand che non ha ancora una filiera al 100% etica, però, ehi, pian piano si sta sforzando di cambiare.
      Il risultato bis è che io, da alcuni anni, compro un sacco di abiti dall’Inghilterra: un po’ perché la sterlina è scesa e quando me ricapita; un po’ perché mi piace lo stile; un po’ perché, in effetti, allo stato delle cose, per me è più facile capire se è fatto bene il Made in England, piuttosto che il Made in Italy.

      E, ripeto: per come la capisco io, ‘sta legge inglese, all’atto pratico, non fa un tubo, non è che abbia stravolto l’economia britannica imponendo divieti o chissà cosa. Costringe solo i marchi a una maggior trasparenza, poi l’utente è libero di scegliere.

      Ecco: anche solo una cosa così, da nulla, quanto sarebbe comoda e utile?

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      1. Claudia

        Per gli industriali della moda però è facile ovviare alla trasparenza, la.loro azienda sarà anche perfetta, ma con i sistemi di appalto, sub appalto e sub sub appalto, rintracciare il “lavoratore” finale per chiedere se è tutto ok è molto difficile.

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        1. Lucia

          Sì, però questa legge ti vincola a dare conto anche di tutto quello che succede nella catena produttiva. O meglio: ti vincola a dire se (e quali) azioni tu, come ditta, poni in essere, per controllare che le varie fasi della tua catena di produzione siano “pulite”. Puoi anche dire che tu non poni in essere nessuna azione particolare, però intanto devi dichiararlo.
          Poi, per carità… tra il dire il fare c’è di mezzo il mare. E’ facile dire “io faccio controlli ogni sei mesi nelle ditte appaltatrici”, poi magari nei cinque mesi e mezzo tra un controllo e l’altro la situazione torna a essere pessima.
          Però intanto una legge simile è un inizio. Un inizio molto soft se vogliamo, ma un inizio.

          Tanto per far capire cosa intendo linko ad esempio lo statement del gruppo inglese Joules e la sua pagina sulla responsabilità sociale. In effetti loro non ti dicono “siamo perfetti al 100%”, ti dicono con una certa onestà quello che fanno (e, tra le righe, quello che non fanno), però intanto te lo dicono e sono tenuti a dirtelo. E’ comunque un primo passo, e anche un utile strumento in più per il consumatore che ha tutte le informazioni che gli servono in un posto solo.

          E’ un primo passo eh! Ma è talmente piccolo, che si potrebbe proprio provare a farlo anche in Italia, per dire 😉

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  2. Celia

    Appelli medici inascoltati… abiti accessori tinte per capelli con effetti terrificanti… niente cambia mai. Parigini o cinesi che siano, certi prodotti non passano mai di moda: impossibile, del resto, perché dell’avidità non ci possiamo liberare, almeno come specie.
    Il disastro di Dacca i telegiornali l’avevano passato, altroché. Ma certo non vogliamo dargli altrettanto spazio rispetto al servizio sul nuovo boyfriend di una star di Hollywood, vero?

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    1. Lucia

      Sì sì per carità, non volevo mettermi a lanciare strali contro i media accusandoli di aver taciuto colpevolmente la notizia! 😉
      Spero bene che ne avessero parlato, ma chissà quanto, quando (cioè: a che punto del notiziario) e per quanti giorni? Io personalmente non me la ricordavo proprio, la notizia. E neanche mia mamma, e dire che anche lei li guarda i telegiornali. Anche alcune amiche con cui ne parlavo: anche loro son cadute dalle nuvole quando l’hanno saputo, e/o sapevano già del disastro, ma ne avevano sentito parlare, anni dopo, da fonti diverse dai TG (es. blog, siti Internet, etc).

      Per carità, con tutte le cose brutte che succedono al mondo ci sta anche il dimenticarsi del disastro di turno qualche settimana dopo la notizia. Però sì, ehm: ho anche io l’impressione che notizie tipo il matrimonio VIP siano state “pompate” dall’industria dei media molto più di questa 😉
      (Ché poi, per dire… sarebbe anche una notizia calda. Tocca un tema che riguarda tutti noi molto da vicino, e che fa vendere. Avessero voluto cavalcare l’onda della notizia con reportage scandalistici a tema, secondo me avrebbero anche avuto pubblico, per dire)

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  3. sircliges

    Pare che Linda McCartney (la moglie del più noto Paul dei Beatles), attivista vegetariana, abbia detto “Se i mattatoi avessero le pareti di vetro, saremmo tutti vegetariani”.

    Per me la frase non vale, perché io un mattatoio l’ho visto e continuo a mangiar carne, ma al di là dell’argomento Off Topic la provocazione resta: se i consumatori potessero, anzi fossero obbligati a vedere tutti i “dietro le quinte” dei prodotti che consumano, anche i più spiacevoli, tale consapevolezza ovviamente influirebbe sul loro approccio al consumo.
    In effetti oggi il problema non è tanto dare a chi vuole la possibilità di conoscere (perché ormai internet eccetera eccetera), ma portare questa conoscenza anche a chi non sa che esiste il problema, anzi pure a chi non vuole proprio sapere come sono realizzati certi prodotti.

    Secondo te, Lucia, la soluzione del “mattatoio di vetro” potrebbe in qualche modo essere concretamente applicata al mercato della moda? E sortirebbe qualche effetto concreto?

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  4. Claudia

    Ho paura che anche se vedessimo le condizioni i cui vivono a moltissima gente non importerebbe. Continuerebbe esattamente come prima. Ho assistito a scene in cui una collega che portava un modesto collo di pelliccia è stata “sbranata” da un’altra collega animalista, alla quale ho detto che se la prima “doveva vergognarsi di indossare un animale morto” lei assidua frequentatrice di negozi cinesi doveva vergognarsi di acquistare merci che sapeva essere prodotti da esseri umani (anche bambini) in condizioni di semischiavitu’ . Ma il secondo messaggio è molto duro alle orecchie di noi occidentali. mio padre è morto per le vernici e le polveri tossiche respirate in fabbrica. Sono molto sensibile all’argomento.

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    1. Lucia

      Ah beh, io più volte mi sono sentita rispondere “eh ma sono le leggi del mercato, è così che funziona l’economia”.
      Ma che vuol dire? L’economia funzionava benissimo e in modo indubbiamente vantaggioso anche quando facevano lavorare gli schiavi negri nelle piantagioni di cotone. Se è così che deve funzionare l’economia, pensando solo all’utile, allora quasi quasi torniamo davvero allo schiavismo che è più pratico per tutti.

      Anche a me stupisce moltissimo il disinteresse della brava gente occidentale.
      Se mi dici “non ho abbastanza soldi per comprarmi un vestito prodotto in modo diverso”, è un’obiezione che capisco.
      Se mi dici “non me la sento di cambiare le mie abitudini di acquisto perché nella società in cui vivo è un valore avere un guardaroba che cambia ad ogni stagione”, è un’obiezione che capisco. Bisognerebbe cambiare la società, ma intanto capisco l’obiezione.
      Però se mi dici “non me ne importa niente, sono le leggi del mercato e non ritengo che questo modello economico sia da cambiare”… lì faccio davvero fatica a comprendere (soprattutto se non sei un mostro senza cuore, ecco XD).

      Cioè, per carità. Lo capisco anche, perché è tanto più facile far finta di non sapere. Però ecco, ‘nsomma…

      Mi dispiace tanto per tuo padre :-*

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  5. paolino

    Leggo solo ora.
    Mi sono fatto un’idea che per un certo periodo vi sia stata una forma di feticismo per il mercurio. Non si conoscevano gli svantaggi ma si investigavano solo i vantaggi (un po’ come per le sostanze radioattive: pare che un’ottantina di anni fa fosse in vendita in Francia una cipria al torio e radio).
    Per un certo periodo, non breve, il mercurio fu studiato perfino come fluido operante in macchine a vapore. Nel New Hampshire fu messa addirittura in servizio una centrale termoelettrica a due fluidi (e non fu la sola).
    Qui c’è qualcosa (in inglese):
    http://www.douglas-self.com/MUSEUM/POWER/mercury/mercury.htm
    Aggiungo che nel 1936 un ingegnere triestino di nome M. Matejka studiò una nave propulsa da un impianto del genere, una coppia di eliche mossa da turbine a mercurio e due coppie da turbine a vapore ricavato sottraendo calore al mercurio in condensazione. Sì, la nave avrebbe avuto sei eliche. Ed è una fortuna che non sia mai stata costruita, visti i richi di perdite.
    Non era finita: circa mezzo secolo fa, si pensò di usare il mercurio come propellente per dei motori spaziali: https://www.grc.nasa.gov/WWW/ion/past/70s/sert2.htm
    Forse adesso ci si è resi conto del pericolo di quell’elemento…

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    1. Lucia

      Io tempo fa avevo visto la fotografia di una vecchia pubblicità (in Italiano) che pubblicizzava una SAPONETTA radioattiva, che si diceva potesse sbiancare la pelle rendendola graziosamente pallida come voleva la moda del momento…

      C’è stato persino il momento in cui è andato di moda l’arsenico, utilizzato per dare il colore verde a tessuti e tempere per quadri. Si sapeva già che un eccesso di arsenico poteva essere dannoso, ma ciò non impediva ai produttori di mettere sul mercato oggetti in cui ne erano presenti quantità “controllate”…

      Sì, ehm. Ogni tanto pure io ripenso al passato e mi chiedo pure: chissà se anche ai nostri giorni si verificano episodi simili nella nostra inconsapevolezza? 😐

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