Ma davvero fu Dickens a inventare il Natale come lo conosciamo oggi?

Che sia stato Dickens a inventare il Natale moderno è una idea così diffusa da aver persino dato il titolo al film (godibilissimo e molto consigliato) interpretato da Dan Stevens. Ma, al di là della retorica e dei titoli a effetto, quanto c’è di vero nell’affermazione per cui “è stato Dickens a inventare il Natale come lo conosciamo oggi”?

A dirla tutta, non moltissimo.
È certamente vero che lo straordinario successo commerciale di A Christmas Carol contribuì a diffondere capillarmente quell’idea di Natale come festa dei buoni sentimenti di cui Dickens s’era fatto promotore… ma in realtà l’autore inglese non fu che l’esponente di maggior spicco di un movimento che aveva già cominciato a esistere. Perché, sì, il Natale stava cambiando, ma lo stava facendo per una serie di concause.

In The Stations of the Sun. A History of the Ritual Year in Britain, Ronald Hutton ne elenca alcune.
Negli anni del Romanticismo, era diffusa un po’ ovunque la tendenza a vagheggiare nostalgicamente i bei tempi andati in cui la gente era più buona, i poveri erano meno poveri, i vicini di casa erano lesti a tendere una mano d’aiuto e si respirava un maggior spirito comunitario; forse nel Medioevo la vita era più dura, ma globalmente si stava meglio quando si stava peggio.

Nelle isole britanniche in particolar modo, il mito di una Merry Old England ormai perduta (e così nostalgicamente immaginata dai pittori preraffaelliti) influenzò significativamente le visioni dell’Oxford Movement, un movimento riformistico nato in seno alla Chiesa anglicana i cui membri riscoprivano una passione per le liturgie, i rituali e le tradizioni cristiane di un tempo. Entro la fine degli anni ’40 dell’Ottocento, molti membri dell’Oxford Movement (tra cui John Henry Newman) avevano ormai abbandonato l’High Church per convertirsi al cattolicesimo; ma quelli che invece rimasero saldi nella fede anglicana si adoperarono per riportare in auge – nelle chiese e nelle case – molte delle tradizioni natalizie di un tempo (magari in versione “riveduta e corretta” per i gusti di un pubblico ottocentesco).

Ben lontano dai banchi delle chiese, nell’intimità della quiete domestica, la brava gente stava intanto cambiando il suo modo di vivere la famiglia. I legami si rinsaldavano; nasceva quell’idea moderna di famigliuola piena d’amore che ogni sera si raduna davanti al focolare per godere di una tonificante intimità domestica. Soprattutto, si faceva strada il desiderio (ahinoi non sempre realizzato) di donare ai bambini una infanzia da sogno, proteggendoli quanto più possibile dalle brutture del mondo esterno.

Il Natale era la festa perfetta per incarnare tutti i valori fin qui descritti e per soddisfare i desideri fin qui elencati. Se la società vittoriana era alla ricerca di una festa familiare, dal sapore antico, piena di affettuosità e buoni sentimenti e con un contorno di tradizioni da rispolverare: davvero il Natale sembrava fatto apposta per dar risposta a questo desiderio.

Ma allora, se questi sentimenti erano già nell’aria, in che senso possiamo affermare che fu Dickens a incanalarli e poi farli esplodere?

Se i temi portanti di A Christmas Carol non erano, di per sé, particolarmente innovativi, il grande merito del romanzo fu quello di proporre alle masse (attraverso esempi molto concreti) un nuovo modo di vivere il Natale. Quello dickensiano era sì un Natale che incarnava i valori della Merry England d’una volta, ma non costringeva a improbabili festeggiamenti dal sapore medievaleggiante che sarebbero stati fuori dal tempo e da ogni logica. Era il Natale dei bei tempi andati, ma aggiornato in versione 2.0 per adattarsi al logorio dei tempi moderni; era una festa alla portata di tutti, nella quale (a conti fatti) ciò che davvero conta è voler bene ai propri cari.

Ne erano ben consapevoli i signori Cratchit, il cui pranzo di Natale (absit iniuria verbis) è ‘na cosa raffazzonata all’ennesima potenza. Nell’immaginario collettivo, è diventato il simbolo del Natale in famiglia che tutti vorremmo; ma a ben vedere, analizzando la scena con un po’ più d’attenzione, scopriremmo che molte padrone di casa del giorno d’oggi rischierebbero la crisi di nervi, al pensiero di dover passare un 25 dicembre di quel tenore.

Non è tanto una questione di povertà, che anzi viene aggirata con eleganza (la casa e i vestiti sono stati decorati con “semplici nastri, i quali costano poco ma fanno sempre una vistosa figura”). Il problema è ben altro: la figlia maggiore dei Cratchit fa appena in tempo ad arrivare a casa, trattenuta fino a tardi da un lavoro con scadenze urgenti – e anzi, aveva evidentemente messo le mani avanti coi genitori avvisandoli che probabilmente non sarebbe riuscita ad arrivare proprio (tant’è vero che si nasconde per fare uno scherzo al padre, al quale viene fatto credere che la ragazza abbia effettivamente dato buca).

Ma la ragazza, quantomeno, aveva una solida giustificazione per il ritardo: in fin dei conti, era impegnata sul posto di lavoro. Già meno giustificabile è la défaillance della signora Cratchit, la quale non è per niente certa della buona riuscita del suo Christmas pudding e teme di aver sbagliato le dosi di farina: per essere una massaia d’età vittoriana, mette una cura notevolmente bassa nella realizzazione del dolce delle feste… e non è manco la sola, vien da dire. Dopo la sua notte tormentata, mentre già suonano le campane delle chiese per annunciare la prima Messa della giornata, Scrooge non ha nessun problema a procurarsi un tacchino dal negozio di alimentari, che evidentemente era ancora aperto (la mattina di Natale!), proprio per servire i clienti dell’ultimissimo minuto. Dovevano essere ben incerti e raffazzonati, quei festeggiamenti ottocenteschi che oggi immaginiamo come l’emblema della perfezione!

E il punto è proprio questo: quello di Dickens è un Natale realistico, bello indubbiamente pur senza essere da sogno.
I Cratchit pranzano da soli, senza poter godere della compagnia della famiglia allargata: qualche nonno ancora vivo, magari, l’avrebbero anche avuto… ma a chissà quanti chilometri di distanza. Molto realistica, la loro assenza in un tipico Natale d’epoca; e del resto, anche il nipote di Scrooge festeggia il Natale con una brigata di giovani amici – evidentemente, tutti lavoratori fuorisede costretti a trascorrere quel giorno lontano dalla famiglia. A ben vedere, persino la favolosa festa natalizia del signor Fezziwig è a tutti gli effetti un party aziendale, ancorché curato fin nel minimo dettaglio e organizzato da una manager evidentemente di buon cuore: i giovani dipendenti festeggiano sul posto di lavoro godendo della piacevole compagnia dei colleghi. Quello dickensiano, a conti fatti, è Natale proletario, ma non per questo meno gioioso. Anzi: è un Natale allegro e desiderabile, fatto apposta per essere a misura di proletario.

Nato per piacere, questo Natale piacque un sacco. A Christmas Carol aveva reso chiaro che un buon Natale era davvero alla portata di tutti.
Dickens non fu l’unico (e tecnicamente neanche il primo) a operarsi per far passare messaggi di quel tipo. Prima ancora della pubblicazione del romanzo dickensiano nel 1843, il principe Albert e la regina Vittoria avevano dato un grosso segnale alla popolazione scegliendo, nel 1841, di far ritrarre la loro famiglia in un contesto assai domestico. Persino per la casa regnante, il Natale era una quieta festicciola da vivere nell’intimità domestica attorno a un alberello neanche troppo decorato: si trattava d’atmosfere tutto sommato alla portata di (quasi) tutti, replicabili senza troppa fatica (…magari con abiti più semplici e balocchi più modesti).

“Non furono né Charles Dickens né il principe Albert a inventare questo nuovo modo di guardare al Natale”, sintetizza Ronald Hutton, sottolineando che quei due influencer d’antan “stavano semplicemente rispondendo a un sentimento già emergente. E tuttavia, dopo A Christmas Carol, quel sentimento crebbe in modo incredibilmente forte”.
Perché non fu Dickens a inventare il Natale moderno, e tuttavia fu lui a presentarlo alle 15.000 famiglie che nell’arco di pochi mesi s’affrettarono a procurarsi una copia del suo best seller. E se questa non è tecnicamente un’invenzione, a tutti gli effetti le si avvicina molto.

***

E per chi volesse un assaggio della giornata-tipo una lavoratrice dell’epoca, nel giorno di Natale:

8 risposte a "Ma davvero fu Dickens a inventare il Natale come lo conosciamo oggi?"

  1. Murasaki Shikibu

    Ti ringrazio tantissimo per questi post così’ dettagliati che fatico molto a seguire – perché anch’io, come tanti, ho un Natale faticoso e complicato da ritagliare tra tante incombenze (comprese quelle legate al Natale). E’ bene tenere presente che il nostro Natale non è un punto d’arrivo, ma solo un a delle tante tappe di una storia destinata a continuare e ad evolversi ancora. E anche messer Covid, mi sembra di vedere, ci sta mettendo del suo, orientandoci di nuovo per il Natale senza più la famiglia allargata.. Chissà cosa penseremo, tra 15 anni, dei vari “Natale in Bessarabia” “Natale alle Maldive” eccetera… I prossimi cinepanettoni si intitoleranno probabilmente “Natale alla parrocchia più vicina” e “Natale col gatto e con i vicini di pianerottolo”.

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  2. Pingback: Quand’è che cominciammo a “esser tutti più buoni” nel giorno di Natale? – Una penna spuntata

      1. Lucia

        😆
        Nel 1943, secondo me, a occhio, c’era di sicuro qualcuno che rimpiangeva i Natali degli anni ’10 quando le famiglie erano più unite e le donne non lavorano e avevano più tempo da dedicare alla casa.

        (Vabbeh, nel 1943 avevano ben donde di rimpiangere i Natali prima della guerra, ovviamente. Ma a parte quello… :-P)

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