La strana storia dei Rinascimentali che morivano per overdose da melone

Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1471, papa Paolo II (tutto sommato ancora giovane, nella vigoria dei suoi cinquantaquattro anni) andava inaspettatamente incontro alla morte, vittima di una overdose da meloni.
Ne aveva mangiati due, e “per giunta assai grandi”, come ebbe a commentare con deprecazione il cuoco Bartolomeo Sacchi: quella dolcissima freschezza zuccherina era sembrata a Paolo II un dono paradisiaco, al termine di una afosissima giornata che lo aveva visto occupato tutto il giorno in concistoro. Secondo Nicodemo Trincadini, conte palatino, il pontefice accaldato arrivò a scofanarsi addirittura tre meloni, perdipiù accompagnandoli con altri cibi “di trista substantia, come si era assuefacto a mangiare da alcuni mesi”.

Noi moderni potremmo sorridere, di fronte a una simile diagnosi. Eppure, i meloni dei secoli passati erano roba pericolosa – quantomeno, a giudicare dall’inquietante numero di morti illustri che furono attribuite a una overdose di questi frutti estivi.

Non paghi di aver ucciso papa Poalo II, i letali meloni portarono al creatore anche Clemente VII, nel 1534. Nel 1493, Federico III d’Asburgo si stava riprendendo abbastanza bene da una amputazione quando a stroncarlo arrivò improvvisa la setticemia una letale fetta di melone – in tutto e per tutto identica a quella che, anni più tardi, avrebbe stroncato anche suo figlio Massimiliano. Ma non si chiude qui la lunga lista delle vittime di questi assassini seriali: i meloni uccisero anche re Alberto II d’Asburgo (+1439) e il barone di Rougemont (+1840); nel 1682, minarono irrimediabilmente la salute del governatore del Nuovo Messico, costringendolo a frettolose dimissioni. Per colmo di sadismo, nel 1641 riuscirono anche a stroncare il dottor Guy de La Brosse, che non era solamente un medico così stimato da avere in cura il re di Francia: era anche un botanico, esperto in piante medicamentose!

Naturalmente, è a dir poco improbabile che siano davvero stati i meloni a mandare al Creatore tutta questa brava gente. Eppure, i medici dell’epoca consideravano assolutamente plausibile il decesso per overdose di melone: come spiegava ad esempio John Gerard dando alle stampe nel 1597 la sua Generall Historie of Plantes, i meloni, essendo particolarmente freddi e acquosi, debbono essere mangiati con grande moderazione. Lo stomaco è in grado di digerirne solamente piccole quantità: un consumo eccessivo (o troppo frequente) fa sì che questi frutti pericolosi ristagnino nello stomaco, finendo con l’andare in putrefazione. Non ci va un genio a immaginare le drammatiche conseguenze che derivano dall’avere un melone che ti si decompone lentamente nelle viscere, senza riuscire ad andare né su né giù; in compenso, occorre una certa fantasia per visualizzare il modo in cui questa miseranda situazione potrebbe determinare lo scoppio di una epidemia influenzale. Ma John Gerard sembrava molto sicuro di se stesso, nell’affermare che un paziente appesantito da meloni in via di putrefazione tende a esalare miasmi perniciosi, che – se trovano modo di diffondersi nell’aria – possono dare il via a febbri pestilenziali. E la gente ci credeva per davvero: nel corso della guerra russo-persiana del 1722-23, lo zar Pietro il Grande firmò un’ordinanza con cui vietava alle sue truppe di consumare quei frutti, ritenendoli responsabili di una febbre contagiosa che stava falcidiando i soldati in missione.

Gli avranno dato retta? Mi permetterei di dubitarne, tenuto conto che gli infidi meloni del passato irretivano le loro vittime con le armi della seduzione, spingendo l’inerme commensale a perdere il senno e ogni forma d’autocontrollo. A inizio Cinquecento, il viaggiatore inglese Thomas Coryat era uscito assai turbato dal suo primo incontro con un melone veneziano: “la dolcezza di questi frutti è tale da aver sedotto infiniti uomini, inducendoli a usare di loro senza alcuna senza moderazione”, scriveva senza mezzi termini, invitando i suoi lettori a diffidarne. Un conto è essere a conoscenza della pericolosità di un consumo eccessivo, e un conto è essere in grado di dire “basta” dopo il primo boccone!

***

Arrivato a questo punto della Storia, il lettore potrebbe legittimamente domandarsi “ok, ma questi erano completamente pazzi, o c’era una qualche logica sotto a questo delirio?”.

I medici dell’epoca, naturalmente, ragionavano entro i rigidi schemi della medicina galenica – quella secondo cui la buona salute di un individuo è determinata dal perfetto equilibrio dei quattro umori (caldo, freddo, secco, umido) che compongono il suo organismo. Se ci si approccia in questi termini alla questione, è ragionevole che il melone (molto freddo e molto umido) sembri in grado di ingenerare pericolosi squilibri: la consuetudine di mangiarlo con una fetta di prosciutto deriva proprio dalle raccomandazioni dei medici rinascimentali, che vedevano nella carne un alimento caldo e secco capace di riequilibrare il piatto.

Naturalmente, la scienza moderna ha smentito la teoria dei quattro umori. Eppure, parlando del terrore con cui gli uomini del passato guardavano ai meloni, la storica Sylvia Lovegren fa notare che “queste idee old-fashioned non sono necessariamente prive di fondamento. I meloni crescono direttamente sul terreno, trovandosi spesso a contatto con feci animali – o umane. I meloni retati, la cui buccia presenta una superficie fittamente reticolata, possono facilmente essere contaminati da E. Coli e altri patogeni. Se il melone non viene lavato adeguatamente prima di essere affettato, i patogeni possono facilmente entrare nel corpo umano e causare malattie anche serie”. In effetti, una ricerca su PubMed mi fa scoprire, non senza stupore, che tra il 1984 e il 2002 ben 1434 cittadini nordamericani si sono ammalati dopo aver consumato meloni contaminati e non lavati adeguatamente; di questi 1434, quarantadue hanno avuto necessità di ospedalizzazione e due ci hanno addirittura lasciato le penne (poveracci).

È forse possibile che, in un’epoca in cui gli standard igienici erano certamente molto più bassi dei nostri, qualche partita di meloni contaminata abbia effettivamente fatto danni in giro, contribuendo a far nascere un timore generalizzato nei confronti di questi frutti?

Ovviamente è solo un’ipotesi, ma non priva di fondamento.
Fortunatamente, la scienza di oggi ci assicura che la morte per overdose di melone esiste solamente nei timori degli uomini del passato. E allora, buon appetito!


Per approfondire: Melon. A Global History di Sylvia Lovegren, edizioni Reaktion Books (2016)

4 risposte a "La strana storia dei Rinascimentali che morivano per overdose da melone"

    1. Lucia Graziano

      Io ne ho uno proprio qui davanti a me mentre ti scrivo, nella credenza, pronto a essere affettato domani.
      Lo sto guardando così: 👀
      Spero che egli abbia la consapevolezza che io sono a conoscenza dei suoi loschi piani, e che dunque non osi danneggiarmi. Spero.

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  1. Umberta Mesina

    Dalle mie parti si dice che “il troppo fa male di tutto” (l’eccesso di qualunque cosa fa male) e forse due o tre meloni insieme, magari grossi, mandano in tilt le pompe sodio-potassio, che non è una cosa buona.

    Difficile sperimentarlo, naturalmente! O magari lo hanno già sperimentato e hanno visto che non è così, chissà.

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    1. Lucia Graziano

      Oh cielo, io potrei anche fare l’esperimento con una certa facilità 😂 I meloni li adoro e al palato mi sembrano anche leggerissimi. Non dico i meloni retati che sono più grossi, ma un paio di meloni honeymoon, dalle dimensioni più piccine, potrei mangiarmeli tranquillamente, temo.

      Naturalmente non lo farò perché non voglio fare l’esperimento per vedere se muoio 😅 ma sì, io sono una di quelle persone che avrebbe facilmente potuto morire di overdose 😂

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