I fantasmi di Beatrice Cenci, Giordano Bruno e Alessandro VI vivono davvero, nel folklore della Città Eterna

È uscito in tutte le sale, giovedì 17 novembre, Il principe di Roma, il film di Edoardo Falcone con Marco Giallini ambientato nella Roma ottocentesca. E, fin qui, si tratta d’una notizia che probabilmente non avrebbe attirato la mia attenzione in maniera particolare… se non fosse stato per Aleteia, che mi ha proposto di scrivere un articolo di approfondimento sui vari personaggi storici citati nel film. Un lavoro che mi ha riservato una piacevolissima sorpresa: perché (al di là dell’inquadramento storico; che, se vi interessa, potete leggere qui), salta fuori che Il principe di Roma è davvero il film perfetto per far parlare di sé su questo blog.

A scanso di equivoci: non è un film di Natale; se lo volete andare a vedere, non aspettatevi niente di particolarmente festivo. Eppure, Il principe di Roma si ispira dichiaratamente al Canto di Natale imbastendo la trama attorno alla domanda: cosa sarebbe successo se Ebenezer Scrooge fosse vissuto nella Roma del papa re, invece che nella Londra vittoriana?

Presumibilmente, sarebbe comunque stato visitato da tre fantasmi, indispensabili per aiutarlo a tornare sulla retta via. Ma, per l’appunto, il film è ambientato a Roma, non a Londra; e, tra i rioni della Città Eterna, non s’è mai sentito parlare di fantasmi natalizi che si manifestano ai vivi verso la fine di dicembre (al contrario di quanto accadeva in Inghilterra, dove molti racconti di paura venivano ambientati in quel periodo di festa). 

Ciò non di meno: a Roma, di fantasmi ce ne sono un botto, se vogliamo dar retta al folklore locale.
Di molti di loro, ormai, s’è persa la memoria (tanto che Roma, oggigiorno, non ha la fama di essere una città particolarmente infestata); ma, fino a qualche secolo fa, le leggende locali erano davvero piene di spettri (e tra i più affascinanti e tormentati!). Anzi, dirò di più: se volessimo fare un censimento di tutti gli avvistamenti spiritici riportati dalla stampa o presenti folklore, ci renderemmo probabilmente conto che, fra tutte le capitali europee, Roma è decisamente quella con il più alto tasso di fantasmi pro capite.

Ebbene: salta fuori che Edoardo Falcone conosce a menadito tutte queste leggende romane. In un’intervista concessa a Damiano Panattoni per Il Corriere dello Sport, il regista romano spiegava che “fin dalla più tenera età (e questo testimonia evidentemente un’infanzia abbastanza discutibile) ero fissato con San Giovanni Decollato, di cui si parla nel film. Ed è vero che in questa chiesa venivano seppelliti i condannati a morte di Roma, e che c’è tutta una serie di leggende intorno”.

È vero eccome!

Nel creare Il principe di Roma, Edoardo Falcone “s’è tolto lo sfizio” (per citare nuovamente le sue parole) di scrivere come una sceneggiatura in cui il vero protagonista è il folklore della Città Eterna. I tre fantasmi che appaiono all’avido principe laziale per operare in lui una conversione di cuore sono spettri che, a dar retta alle leggende, davvero vagano inquieti per le vie della città. E visti i presupposti, avrei forse potuto lasciarmi sfuggire l’occasione per dire qualcosa su di loro?

Uno dei fantasmi de Il principe di Roma, è l’anima (non troppo) inquieta di Beatrice Cenci. E il fantasma “esiste per davvero”, se vogliamo da retta alla tradizione locale, secondo cui lo spettro si manifesta ogni anno nella notte dell’11 settembre, anniversario di quell’11 settembre 1599 in cui la giovane fu decapitata. Ancor oggi è possibile vederla prendere corpo nel luogo in cui Beatrice esalò il suo ultimo respiro, e cioè nella piazza antistante Castel Sant’Angelo: ha l’aspetto di una giovane ragazza vestita con un abito di taffetà turchino e uno splendido scialle color argento a cingerne le spalle. Appare verso le undici di notte, e passeggia avanti e indietro lungo il ponte di Castel Sant’Angelo; non geme, non piange, non lancia anatemi: semplicemente sta; a tratti sorride; talvolta saluta gli attoniti passanti. Potrebbe sembrare una ragazza come tante, se non fosse per i suoi sontuosi abiti d’altri tempi e per il fatto d’essere un fantasma senza testa, che porta sottobraccio il suo capo reciso.

Ma se non fosse per questo piccolo dettaglio splatter, non ci sarebbe motivo di inquietarsi di fronte al fantasma di Beatrice Cenci. Anzi, il folklore co la descrive come una presenza benevola, che talvolta interrompe le sue passeggiate sul ponte per sostare pensierosa presso la statua di san Paolo; presumibilmente, perché fra decapitati ci si intende. Anche l’apostolo morì a Roma, subendo lo stesso supplizio che tolse la vita alla giovane; e in effetti molti dei presenti gridano al martirio anche quando a salire sul patibolo fu Beatrice Cenci.

Negli anni del Romanticismo, la giovane contessina mandata a morte affascinò autori del calibro di Shelley e Dumas, che ne raccontarono la vicende finendo con l’idealizzarle un tantinello: Beatrice Cenci fu sì una vittima delle circostanze, ma non fu esattamente una santerellina.
La ragazza era figlia del conte Cenci, divenuto celebre in tutta Roma per i suoi vizi e le sue malefatte, che tra le altre cose avevano finito per consumare il patrimonio di famiglia, a suon di spese folli e di multe da pagare. Vessata da un padre crudele e autoritario, la contessina aveva chiesto aiuto al papa nella speranza di poter fare un buon matrimonio che le permettesse di uscire il prima possibile da quella casa tossica (alla peggio, si sarebbe anche accontentata di monacarsi e di entrare in convento!). E il papa, in effetti, aveva messo in moto la diplomazia per procurare a Beatrice un pretendente tra i migliori: tutto sarebbe finito bene, se solo la famiglia di lei fosse stata disposta a equipaggiarla con una dote ragionevole. Il padre, invece, pur di non pagare, preferì richiudere la giovane in un castello, dove la ragazza fu ripetutamente malmenata (e probabilmente molestata sessualmente) dal suo stesso genitore.

Ed è a questo punto che Beatrice perse una buona dose dell’innocenza sacrificale che tendiamo ad attribuirle. Divorata dall’odio, la ragazza sedusse il castellano che era stato incaricato di sorvegliarla (e con “sedusse” intendo proprio dire che gli si concesse sessualmente) e lo convinse a passare dalla sua parte. Nel settembre 1598, l’uomo fece irruzione nella camera del conte Cenci in compagnia di un sicario professionista: lo uccise a martellate, riducendogli il cranio in poltiglia e infierendo sul cadavere con una violenza oggettivamente fine a se stessa. Dopodiché, lo seguì rapidamente nell’Oltretomba perché Beatrice fece ammazzare i suoi complici nella speranza di non essere scoperta.

Insomma: con buona pace del pathos con cui gli autori romantici vollero dipingerla come una vittima innocente delle circostanze, io userei un po’ più di cautela nel rapportarmi a questo personaggio. “Vittima delle circostanze”, lo fu di certo; quanto all’innocenza, stiamo pur sempre parlando di una parricida che usò il suo corpo come merce di scambio per convincere il suo carceriere a maciullare un uomo a martellate (dopo di che, s’affrettò a far sparire tutti i testimoni).

Casomai, passeggiando sul ponte di Castel Sant’Angelo il prossimo 11 settembre, qualcuno dovesse trovarsi di fronte al fantasma sorridente di quella ragazzina dall’aria virginale e pia, il mio pacato consiglio sarebbe: non datele troppa confidenza.

Il fantasma di Giordano Bruno non si concede frequentemente al grande pubblico. Stando a quanto dice il folklore, si manifesta a Campo de’ Fiori una volta ogni cent’anni nell’anniversario della sua condanna a morte: era il 17 febbraio 1600.
Di sporadici avvistamenti si parlò nel 1700 e nel 1800, ma senza scendere troppo nel dettaglio. Fu nel febbraio 1900 che il fantasma salì alle luci della ribalta, manifestandosi a un loquace cittadino romano che ebbe cura di riferire alla stampa ogni dettaglio di quell’incontro.

Un incontro interessante, e inaspettato. Pareva quasi che Giordano Bruno si fosse preso la briga di tornare tra i vivi per esprimere un certo disappunto circa la statua che era stata da poco eretta in suo onore e che lo rappresentava nel tradizionale abito domenicano: in quella notte dell’inverno 1900, lo spettro si manifestò indossando abiti borghesi e prese nettamente le distanze dalla sua vita religiosa. Al passante che ebbe la ventura di incontrarlo, il fantasma si presentò come Filippo: era in effetti il suo nome di battesimo, prima di indossare il saio domenicano e assumere il nome religioso di fra’ Giordano.

Se dovessimo dar retta a questa testimonianza, dovremmo immaginare un Giordano Bruno che è, insomma, molto irritato al pensiero d’essere conosciuto come Giordano Bruno. E non mi sento di dargli torto. Noi, oggigiorno, tendiamo a immaginare il filosofo come un frate ribelle che lottò contro le autorità ecclesiastiche in nome dei suoi ideali; ma, a ben vedere, Filippo Bruno fu fra’ Giordano solamente per pochi anni. Entrò in noviziato nel 1565 e abbandonò definitivamente la vita religiosa nel 1578 (ma in realtà era fuggito dal suo convento già qualche anno prima). Fra l’altro, dopo aver rinnegato i voti che aveva fatto, si convertì anche al calvinismo.
Visse come laico per buona parte della sua vita, e di certo non trascorse i suoi anni di gloria andandosene in giro con l’abito domenicano, contrariamente a quanto ci faccia pensare la statua che gli è stata dedicata a Roma. Quando l’Inquisizione lo condannò a morte, utilizzò effettivamente il suo nome religioso, perché agli occhi della Chiesa l’imputato era pur sempre un frate; ma è lecito credere che Filippo Bruno non si considerasse più tale da almeno vent’anni.

Si direbbe che il poverino stia cercando in tutti i modi di farci capire il concetto, persino a costo di tornare dall’Oltretomba per sottolineare qual è il suo vero nome… ma ahimè: direi, con scarso successo. Povero spettro di Giorda Filippo Bruno.

Quanto al fantasma di papa Alessandro Borgia: lui è, a tutti gli effetti, una delle presenze infestanti più dannate della Città Eterna. Se Beatrice Cenci se ne va in giro portando sottobraccio una testa sorridente, e se Gio Filippo Bruno si concede rare e pacate apparizioni motivate da puntiglio filologico, il fantasma di papa Alessandro VI è un’anima inquieta nel vero senso del termine.

Stando a quanto assicura il folklore, è facile scorgerlo di notte mentre percorre le strade della Città Eterna, fermandosi davanti a una casa non lontano da piazza Farnese: il palazzo in cui, un tempo, abitava la sua amante Vannozza. Così come aveva fatto mille volte in vita, Alessandro VI scompare oltre il portone della casa, venendo inghiottito dalle tenebre. Ma se, un tempo, erano i baci e i sussurri a riempire le notti di quel papa lussurioso e peccatore, oggigiorno sono urla disperate e pianti ininterrotti a farsi udire non appena il fantasma di Alessandro varca i confini di quella casa.

Ma non è solo piazza Farnese ad avere problemi di infestazioni spiritiche; a quanto pare, l’anima inquieta di papa Borgia si manifesta anche (e soprattutto) a Città del Vaticano. Nel corso dei secoli, molti romani dichiararono di averne avvistato lo spettro lungo il passetto di Borgo, il passaggio sopraelevato che collega a Castel Sant’Angelo i palazzi vaticani (e che, curiosamente, fu fatto edificare proprio da papa Alessandro VI).

E, all’interno del palazzo apostolico, godette a lungo di una pessima fama l’Appartamento Borgia, creato appunto per volontà del papa che volle farne la residenza privata sua e della sua famiglia. Dopo la morte del pontefice, si parlò per davvero di fenomeni inquietanti che avrebbero avuto luogo nelle stanze di quel palazzo, al punto tale il suo successore, Giulio II, sollecitò a più riprese espressamente l’intervento degli esorcisti (e comunque s’affrettò rapidamente a traslocare in un’altra ala del palazzo, standosene ben lontano dalle stanze incriminate).

E quando una diceria è così diffusa, anche la suggestione può fare strani scherzi. Sicché furono molti (ma davvero molti) i funzionari pontifici che, nel corso dei secoli, giurarono di aver assistito a fenomeni comunque inspiegabili, ogni qualvolta che s’addentravano in quelle stanze. E forse non è un caso che quegli appartamenti (pur sontuosi: un vero e proprio capolavoro artistico) siano stati sostanzialmente abbandonati a se stessi per quattro secoli; lasciati vuoti, o tutt’al più utilizzati come locali di deposito per la Biblioteca Vaticana.

Fu solamente nel 1897, sotto il pontificato di Leone XIII, che le stanze furono riaperte al pubblico permettendo a tutti di godere dello straordinario ciclo di affreschi che le orna. Da quel momento in poi, non mi risulta siano state segnalate altre apparizioni inquietanti (nemmeno da parte dei turisti, solitamente molto loquaci quando si parla di presunti fantasmi)… quindi, chi lo sa. Forse forse, il fantasma di Alessandro VI ha finalmente trovato quiete. O quantomeno s’è convinto a togliere il disturbo dal Vaticano, con buona pace di quei poveretti che ancor oggi dicono di avvertirne i lamenti in zona piazza Farnese.


E per approfondire: c’è davvero l’imbarazzo della scelta, perché ai fantasmi romani sono stati dedicate molte pubblicazioni (e anche alcune visite guidate), in questi anni. Tra le tante, segnalo I fantasmi di Roma. La storia della città eterna attraverso i suoi misteri, le sue inquietanti presenze, le sue figure spettrali, grande classico delle guide turistiche della Newton Compton, e Fantasmi a Roma: Guida ai fantasmi, ai poltergeist ed alle case stregate della Capitale più infestata d’Europa, tra leggenda e paranormale (Luca Cristini editore)

4 risposte a "I fantasmi di Beatrice Cenci, Giordano Bruno e Alessandro VI vivono davvero, nel folklore della Città Eterna"

    1. Lucia Graziano

      Ma in effetti, io ho passato tutto il mese di ottobre a essere bombardata da trailer di questo film in ogni dove. In effetti mi piacciono i film in costume, cosa di cui l’algoritmo si è evidentemente accorto, sicché davvero avrò visto mille volte lo stesso trailer.

      Ma dal trailer (che girava sui social), non si capiva mica che c’entrassero i fantasmi 😯 a me sembrava una commedia rosa come tante! Quando ho scoperto la trama completa, mi sono stupita moltissimo. Chissà come mai hanno fatto un trailer così strano, che non mette in evidenza l’aspetto portante del film.

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      1. Umberta Mesina

        Non so, non ne ho visto alcun trailer, ma è possibile che non si sia voluto sfruttare l’aggancio al Canto di Natale perché è leggermente inflazionato (ne ho viste varianti di ogni sorta) o forse perché da noi non sarebbe un vero traino per una commedia. Qui il Canto di Natale è considerato roba da bambini; una bestialità che colpisce parecchi romanzi stranieri.

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        1. Lucia Graziano

          O forse anche perché (visto soprattutto il periodo) avrebbe fatto pensare a un film di Natale nel vero senso del termine, adatto solamente a chi ama le atmosfere Dickensiane. In effetti, mi rendo conto che probabilmente questo presupposto avrebbe probabilmente deluso molti spettatori che andavano in sala aspettando di vedere un film natalizio, e avrebbe tenuto fuori dai cinema spettatori che invece sarebbero stati interessati a una ghost story di redenzione 😉

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