Carlo Magno e quegli orribili morti viventi di Vezzolano

Nel comune di Albugnano, in provincia d’Asti, sorge maestosa l’abbazia di Vezzolano. È un piccolo gioiello del romanico piemontese in cui già si intravvedono i primi segni dello stile gotico; e se passate da quelle parti (o se potete arrivarci senza fatica), davvero sarebbe il caso di fare una deviazione e godersi la visita a questo complesso. Se ad attirarvi non bastasse l’architettura raffinata, o la promessa di poter godere di un meraviglioso ciclo di affreschi medievali perfettamente conservatisi attraverso i secoli, forse potreste lasciarvi incuriosire dal giardino storicamente accurato che è stato realizzato presso la canonica sotto la cura della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali del Piemonte, basandosi sugli antichi disegni che davano conto di come dovessero essere tenuti l’orto e il frutteto medievale. Perché, sì: l’abbazia di Vezzolano ha consegnato alla storia i documenti più minuti e sorprendenti, tra cui addirittura un libro di ricette: oggi, Mani di Pasta Frolla ve ne propone una sul suo blog, ad accompagnamento della storia che sto per raccontare.

Tra le fonti storiche giunte fino a noi, porta la data del 27 febbraio 1095 il primo documento a citare l’esistenza di un’abbazia sita ad Albugnano: agli storici pare dunque ragionevole ipotizzare che l’ente fosse sorto qualche tempo prima, probabilmente per volontà di alcune famiglie signorili della zona, come spesso accadeva all’epoca in Piemonte.

Forse a causa di queste origini prestigiose, l’abbazia di Vezzolano godette a lungo di privilegi non indifferenti, che non si concretizzavano solamente nella possibilità di poter riscuotere decime da un buon numero di chiese, su un vasto territorio che si estendeva tra le diocesi di Vercelli, Torino e Ivrea. Il più grande privilegio era senza dubbio quello di essere un ente nullius dioeceseos, che cioè dipendeva unicamente dal papa (e non dal vescovo locale; né tantomeno dalle autorità civili della zona): una situazione che ovviamente permetteva grandi libertà (e in molti casi favoriva anche l’instaurarsi di abusi, ma questa è un’altra storia).

In questa paradisiaca convinzione, Vezzolano visse per più di mezzo millennio. Tutto cambiò nel 1631, quando il territorio in cui sorgeva l’abbazia (fino a quel momento, sotto il dominio del marchesato di Monferrato) fu annesso al ducato di Savoia. E i Savoia erano tipini energici e con una netta vocazione al pragmatismo: non apprezzavano l’idea di avere sul loro territorio enti che godevano di privilegi straordinari, soprattutto se non erano stati loro a concedere questi benefici. Senza troppi complimenti, i duchi agirono per allontanare da Vezzolano il precedente abate e darle un nuovo preposito, il cardinale Maurizio di Savoia… e diciamo pure che quel cognome lasciava pochi dubbi su quali fossero gli interessi che stavano realmente a cuore del religioso.

Ebbene: fu proprio in questo contesto che, tra le mura di Vezzolano, prese corpo un falso storico con tutti i crismi, che teoricamente avrebbe dovuto avere lo scopo di dimostrare che i privilegi di cui godeva l’abbazia erano così antichi, e con un tale pedigree, da non poter essere ragionevolmente toccabili. Secondo una fantasiosa narrazione messa a punto dal monaco Filippo Malabayla, sarebbe stato niente meno che Carlo Magno a fondare l’abbazia e a darle tutti i benefit di cui godeva (e certo i duchi di Savoia non avrebbero osato infrangere temerariamente la volontà di colui che era stato il padre dell’Europa!).

Chiaramente, non c’era un briciolo di verità nel falso storico che sto per descrivere. Ma la fake news, così suggestiva e ben congeniata, ebbe grande diffusione e si cristallizzò nell’immaginario collettivo, al punto tale che ancor oggi viene raccontata (come una fiaba, e senza pretesa di storicità) ai turisti che numerosi vistano l’abbazia.

Giovanni Pracucci, Abbazia di Santa Maria di Vezzolano (AT)

Correva l’anno 773, e Carlo Magno stava sfidando la città di Pavia in quell’assedio celebre che Manzoni consegnò alla storia con il suo Adelchi. Ma gli assedi, si sa, sono una cosa lunga; ed è gran noia passare tutto il giorno a guardare di lontano le mura di una città dentro la quale i nemici si nascondono come topi. Un bel giorno, evidentemente stufo di quell’immobilismo, Carlo Magno lasciò al suo comandante in carica una lista di consegne per la giornata e decise di darsi al turismo nelle terre circostanzi: Asti e Pavia non sono poi così lontane (soprattutto se sei disposto a lavorare un po’ di fantasia).

Ebbene: il re dei Franchi prese con sé il più fedele dei suoi servitori, fece una lunga cavalcata e poi (proprio mentre si trovava nei pressi del comune di Albugnano) decise di addentrarsi in una selva ombrosa per divertirsi con una battuta di caccia. Ma ecco, d’improvviso, si parò davanti a lui la più orribile delle visioni: tre cadaveri, in avanzata fase di decomposizione, se ne stavano ritti in mezzo al sentiero; morti indubbiamente, e anzi pieni di vermi e avvolti dall’inconfondibile tanfo di putrefazione… ma, al tempo stesso, in qualche modo mostruosamente vivi. Quasi parevano la versione medievale di uno zombie!

I tre non-morti restarono lì dov’erano, immobili, in silenzio, a fissare Carlo Magno con uno sguardo severo e fermo che poteva essere al tempo stesso di muta condanna o forse anche di qualcosa di peggio. Atterrito, il re dei Franchi fece voltare il suo cavallo e scappò via come chi ha (letteralmente) la morte alle calcagna: e aveva ancora gli occhi sgranati per il terrore, e brividi freddi lungo la schiena, quando di lontano vide un eremita che se ne stava per i fatti suoi davanti alla sua casupola nel bosco, intento a spaccare legna.

Il buon re si precipitò verso di lui per avvisarlo del terribile pericolo che correva e dell’invasione zombie che a quanto pare stava avendo luogo in quel bosco maledetto. Si sarebbe aspettato di vederlo sbiancare, ma l’eremita non si mostrò particolarmente impressionato: anzi, guardò re Carlo con severità e osservò pacatamente che quello cui l’uomo aveva appena assistito era senza dubbio un segno divino, mandatogli dal cielo per spronare in lui una conversione del cuore, o quantomeno un’attenta riflessione sul fine ultimo della vita.

Suggerì al re di meditare attentamente sulla sua vita e di emendare le sue colpe finché ne aveva il tempo, prima che la morte lo cogliesse. E Carlo Magno, atterrito per lo spettacolo mostruoso e impressionato per il monito dell’eremita, decise di dare una svolta nella alla sua vita. Affinché il mondo potesse conservare memoria di quell’evento prodigioso che l’aveva visto protagonista, diede ordine di far edificare sul luogo del miracolo quel luogo di culto che presto divenne noto come abbazia di Vezzolano, giustappunto riempiendolo di privilegi inalienabili, quasi a titolo di ex voto. Privilegi che nessuno avrebbe voluto cancellare tutto d’un tratto, pena il rischio di irritare quell’esercito di non morti: e nessuno vorrebbe tirarsi contro la rabbia di uno zombie, veeeero?

E casomai qualcuno avesse dovuto trovare un po’ sospetto questo finale così affrettato e così favorevole all’abbazia: beh, il fantasioso monaco Malabayla volle mettere le mani avanti. È l’edificio stesso a conservare ampie prove a testimonianza della veridicità di questa affermazione: l’orribile incontro tra Carlo e i non-morti fu immortalato infatti in un affresco medievale, acciocché nessuno potesse perdere la memoria del terribile evento qui descritto!

La cosa divertente è che, in effetti, questo affresco esiste per davvero. O meglio: esiste per davvero, all’interno dell’abbazia di Vezzolano, un affresco che rappresenta tre uomini vivi (un nobile, un religioso e un servitore) che si imbattono in tre orribili cadaveri non-del-tutto-morti che fuoriescono minacciosamente dalla tomba.

Una testimonianza storica del mito fondativo cui la leggenda fa riferimento?
Ma proprio no: nell’inventare a posteriori questa bizzarra storia in salsa carolina, il fantasioso cronista di Vezzolano reinterpretò liberamente quello che era un tema iconografico assolutamente diffuso nell’arte medievale: e cioè, il topos iconografico dell’Incontro tra i tre vivi e la morte.

Divenuto popolare nei decenni immediatamente successivi alla Peste Nera, che aveva dolorosamente costretto l’Occidente a confrontarsi in modo traumatico con la mortalità umana, il tema iconografico rappresentava per l’appunto il terrificante incontro tra tre uomini vivi e tre cadaveri (talvolta vividamente rappresentati nei vari stati di decomposizione): gli scheletri fronteggiano minacciosamente i vivi, frequentemente esortandoli con severe ammonizioni sulle linee di “quel che siete, lo fummo anche noi; quel che siamo, lo sarete anche voi”.

Questo, lo schema generico, che il singolo artista poteva poi declinare con sfumature diverse: per esempio, molti sceglievano di rappresentare, nei tre vivi, le tre diverse fasce d’età, attribuendo loro tre diverse reazioni di fronte all’orribile visione. Se il più giovane dei tre, ancora bambino, ritraeva lo sguardo spaventato, l’anziano, sentendosi ormai vicino alla morte, si chiudeva in una composta posizione di preghiera. Nell’impeto irruento della giovinezza, l’uomo adulto sguainava la spada nel folle tentativo di difendersi da quei morti che, del resto, minacciavano solo a parole: una scelta di fronte a cui era inevitabile riflettere sull’inconcludenza di chi, letteralmente, sta lottando contro un destino inevitabile.

In un’altra variante dello schema (che è appunto quella che si trova a Vezzolano), i tre vivi avevano la funzione di rappresentare le classi sociali del periodo: a fronteggiare gli scheletri erano dunque un nobile, un religioso e un popolano. Evidente in questo caso il messaggio di fondo, sulle linee del celebre “la morte è una livella”. O, per dirla più elegantemente con le parole dello Speculum peccatoris, un trattato sulla buona morte che nel Medioevo andava per la maggiore, “riflettere sulla brevità della propria vita induce a disprezzare il mondo”. O, quantomeno, tutto ciò a cui il mondo tende a dare soverchia importanza.

Forse, trovarsi faccia a faccia con tre cadaveri non-morti avrebbe potuto scatenare pensieri pii anche in quei monaci così disperatamente attaccati ai loro privilegi da voler inventare fake news pur di combattere contro un cambiamento inevitabile dello status quo?
Forse. Quel che è certo è che i Savoia non si lasciarono minimamente impressionare da questa bizzarra storia a base di cadaveri e non presero neanche lontanamente in considerazione di ripristinare gli antichi privilegi dell’abbazia. E neppure c’è bisogno di dire che le cronache sabaude non tengono traccia di eserciti di morti viventi che, sdegnati per l’affronto, marciano minacciosi su Torino per consumare la loro vendetta contro il duca… dunque, tutto bene quel che finisce bene. Sotto certi punti di vista, “tanto rumore per nulla” potrebbe essere una buona sintesi di questa storia.  

10 risposte a "Carlo Magno e quegli orribili morti viventi di Vezzolano"

        1. Lucia Graziano

          😐

          Ma poi ti alteri di cosa? (A parte il fatto che, appunto, il tasto condividi si può sempre togliere). Ancora ancora potrei capire se ti ribloggasse un sito enorme con una authority pazzesca, che col tuo stesso articolo finisce più in alto di te sui motori di ricerca e quindi finisce col sottrarti traffico da Google (anche se secondo me è comunque pubblicità). Ma tra blog di WordPress, insomma 😅 Anzi, a me fa molto piacere ovviamente!

          Piace a 1 persona

  1. Pingback: Carlo Magno e quegli orribili morti viventi di Vezzolano – Gianluca di Castri (IdeaConsult)

  2. Umberta Mesina

    Grazie dell’articolo, adoro le vecchie leggende.
    L’antico monaco ha fatto come Italo Calvino nel Castello dei destini incrociati: ha preso delle immagini già esistenti e ci ha tessuto su una storia! Mi piacerebbe saperlo fare, ho una grande invidia per quel genere di talento.

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