San Giovanni al Nord Europa: e finalmente arriva l’estate

Aaaahh, che bello il ritmo delle quattro stagioni! Che belle le grandi festività d’un tempo, che segnavano l’anno agrario seguendo l’avvicendarsi di solstizi ed equinozi e scandendo così il passare del tempo!

Belle a parole, beninteso. In realtà una indagine un po’ più approfondita ci porterebbe a scoprire che, storicamente, le cose non stavano esattamente così – se non altro, perché alle popolazioni barbariche pre-cristiane mancava intellettualmente il concetto di “quattro stagioni”. Il loro anno era suddiviso in tre grandi periodi (e non in quattro, come facciamo noi moderni e come già facevano i Romani).

In tal senso, una testimonianza chiara e incontestabile ci viene offerta da Tacito, che nel suo Germania scrive a chiare lettere:

Al contrario nostro, essi non dividono l’anno in quattro stagioni. Dell’inverno, della primavera e dell’estate hanno la nozione, e hanno anche la parola corrispondente; dell’autunno, al contrario, ignorano il concetto, il nome e i prodotti.

Ma allora, se l’autunno non esisteva e se le tribù germaniche avevano solamente tre stagioni, qual era anticamente il modo di suddividere l’anno?

Pur nelle differenze che, inevitabilmente, si presentavano da zona a zona (ché i Germani erano stanziati su territori molto vasti, e non necessariamente le varie tribù avevano una totale uniformità di costumi) è comunque possibile tratteggiare in via di massima quello che doveva essere il loro antico calendario.

Il Capodanno si festeggiava all’inizio dell’inverno, cioè alla chiusura dell’anno agrario e all’aprirsi dell’anno fiscale, quando la dura fatica dei contadini si era già trasformata in denaro sonante pronto per colmare le tasche dei feudatari.  
Con l’estendersi della cristianizzazione, in Germania e in Francia la festa di inizio inverno andò gradualmente a coincidere col giorno di san Martino, l’11 novembre. Nelle isole britanniche, la celebrazione di fine estate finì per essere inglobata dalla festa di Ognissanti.

L’inverno finiva verso la metà di marzo, in una data che, col passar del tempo, fu fatta coincidere alla seconda della zona con la Pasqua, la domenica di mezza di Quaresima o la festa di san Patrizio e di santa Geltrude: i santi erano venerati in aree diverse d’Europa ma tutti e due nello stesso giorno, il 17 marzo.

La primavera aveva una durata infinitamente lunga, che abbracciava buona parte di quella stagione che noi definiremmo “estate”. Quest’ultima stagione iniziava, anticamente, verso la metà di luglio; con l’avvento della cristianizzazione, la data di inizio fu spostata in avanti di un paio di settimane e fissata al 1° agosto, in concomitanza con la festa di san Pietro in Vincoli.

L’autunno? Come sottolineava un perplesso Tacito, non esisteva concettualmente: agli occhi delle tribù germaniche, il periodo di tempo che andava da inizio agosto a fine ottobre era visto come un tutt’uno… che fa sicuramente strano dover definire “estate”, ma che di certo non si potrebbe definire “autunno”. E vi dirò di più: il termine “autunno” compare molto di rado nella letteratura tardoantica e medievale: solo attorno al XV secolo comincia a essere utilizzato con la frequenza che sembrerebbe normale a noi moderni.

***

La ripartizione del tempo che ho appena descritto vale per buona parte della cosiddetta Europa barbarica, pur con le ovvie varianti locali che potevano registrarsi da zona a zona.
C’era un’unica area d’Europa a cui non si applica affatto ciò che ho appena detto – e, non sorprendentemente, sto parlando della Scandinavia: una zona che a malapena s’accorse dell’esistenza di un ente chiamato “Impero Romano” e che, del resto, ci mise parecchio tempo anche a comprendere l’importanza di quel fenomeno chiamato “Cristianesimo”. Indicativamente, fu solo attorno all’anno 1000 che la presenza degli evangelizzatori in Scandinavia cominciò a farsi veramente pervasiva, riuscendo a modificare i costumi locali e a portare all’adozione di usanze sempre più occidentalizzate.
Fino a quel momento, la remota Scandinavia aveva mantenuto usi e costumi tutti suoi particolari… tra cui anche una peculiare scansione del calendario, motivata anche da ovvie ragioni climatiche (va da sé: tra i fiordi, le stagioni non si avvicendano seguendo lo stesso ritmo che hanno in Provenza).

E dunque, nella penisola Scandinava, il periodo invernale iniziava convenzionalmente attorno a metà ottobre, in una data che variava di anno in anno. Verso la fine di gennaio (in una data che, per influsso dei missionari, fu successivamente spostata al 2 febbraio in concomitanza con la festa cristiana della Candelora) si tenevano lunghi festeggiamenti per sottolineare il fatto d’essere entrati nella seconda, e meno disagevole, parte dell’inverno. La breve estate iniziava a metà giugno, in una data che, anche in questo caso, variava di anno in anno.

Fu un gioco da ragazzi, per i missionari cristiani, individuare una festa cristiana da accostare con efficacia a quell’antica festa di inizio estate. Si trattò semplicemente di rimandare di qualche giorno la data dei festeggiamenti, peraltro mobili, facendo sì che vi si potesse sovrapporre la festa di san Giovanni il Battista. Un tipo che, come fanno notare molti studiosi, aveva un nonsocché di solstiziale persino nel modo in cui si presentava ai suoi discepoli: “io devo diminuire perché lui possa crescere”, aveva famosamente detto preannunciando la venuta del Cristo. Non è forse una frase perfetta anche per descrivere il momento di passo tra una stagione e l’altra?

E fu così che la festa del Battista, la festa di inizio estate, diventò una delle ricorrenze più amate tra i paesi del Nord Europa.

Le prime fragole e le primizie di stagione venivano mangiate a profusione dei piatti della festa. Le donne vestivano di bianco e intrecciavano sul loro capo splendide ghirlande di fiori, spesso bagnandosi per la prima volta nelle tiepide acque dei laghi: un rito che richiamava in parte i battesimi operati dal santo e in parte sottolineava l’arrivo dell’estate con le sue temperature miti. Attorno a un palo che era stato decorato con nastri e ghirlande floreali, si tenevano per tutta la notte allegre danze popolari, nell’attesa che quello stesso palo venisse incendiato dando origine a un festoso falò. Ruote incendiate venivano fatte rotolare giù dalle colline in quello che probabilmente doveva essere uno spettacolo di incredibile suggestione, forse paragonabile ai nostri giochi pirotecnici.
E se gli immancabili falò di san Giovanni illuminavano a giorno le notti di mezza Europa, nella penisola scandinava assumevano un valore propiziatorio: poteva capitare che le fanciulle che avevano danzato attorno al palo in fiamme tentassero di lanciare su di esso, da lontano, la ghirlanda di fiori che avevano portato tra i capelli. Chi fosse riuscita a fare centro, impilando la sua ghirlanda attorno al palo, avrebbe avuto la certezza di un anno fortunato e pieno d’amore – o così almeno assicurava la tradizione.

Quella di san Giovanni era anche una notte di scherzi, marachelle e piccoli dispetti (come per noi è il Carnevale e per gli Irlandesi era la notte di Halloween), nella quale erano in particolar modo gli scolari e gli apprendisti di bottega a potersi divertire a danno degli adulti: in tal senso, i gavettoni d’acqua fredda erano tra gli sgarbi più gettonati (…e suvvia: chi mai potrebbe prendersela per davvero con un bimbetto che decide di onorare la festa del Battista battezzando a secchiellate d’acqua i suoi cari tutori?).

***

Curioso far notare come mote di queste usanze persistano ancora oggi nei paesi del Nord Europa.
Certo: ad oggi, sono organizzate perlopiù a scopo turistico. Ma questa dimensione “commerciale”, nulla toglie a un dato di fatto: sorprendentemente, in Scandinavia, i festeggiamenti in occasione della festa di San Giovanni sono sempre rimasti cari alla popolazione, attraversando indenni un millennio di rivoluzioni culturali e cinquecento anni di riforma protestante. E l’ultimo dettaglio non è da trascurare: la Chiesa riformata, storicamente, non mostrò grande simpatia nei confronti delle feste popolari che si tengono in ore dei santi. Ma nemmeno il rigore dei riformatori riuscì a far calare l’affezione degli scandinavi per la figura del Battista – alla quale anzi si affiancò pian piano la figura della martire Lucia da ricordare a ridosso del solstizio d’inverno.

Ancor oggi, nelle notti scandinave, le candele di santa Lucia e i fuochi di san Giovanni continuano a illuminare le tenebre, promettendo nuova gioia alla popolazione. E chi volesse rubare agli Scandinavi qualcuna delle loro tradizioni potrà senz’altro farlo portando in tavola il dolce tipico che oggi Mani di Pasta Frolla vi propone sul suo blog.
Si chiama pannukakku, si mangia tradizionalmente in Finlandia in onore del Battista, si prepara in pochi minuti ed è buono da morire. Vi dico solo che per me è già diventato un must. Enjoy!

6 risposte a "San Giovanni al Nord Europa: e finalmente arriva l’estate"

    1. Lucia

      E qui ci sarebbero da scrivere altri fiumi di pagine (che non escludo di scrivere l’anno prossimo :-P) però, in sintesi, a un certo punto del Medioevo, nei paesi a clima temperato il ciclo delle stagioni cambia ancora. Ovverosia, si accorcia il periodo cosiddetto “primaverile” e si allunga a dismisura il periodo dell’estate, che viene fatta iniziare convenzionalmente al Calendimaggio e finire nel giorno della festa di san Michele (il 29 settembre).

      In quel contesto, il solstizio d’estate cadeva effettivamente “a mezza estate” 😉

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    1. Lucia

      La Chiesa svedese protestante, intendevo, non dovrebbe essere troppo benevola con le feste popolari in onore dei santi, almeno sulla carta. Non per superstizione ma perché i santi sono papisti 😛
      (E d’accordo che il Battista è un personaggio che appare anche nel Vangelo… però ad esempio santa Lucia decisamente no!).

      Sul versante “superstizioni”, grazie al cielo la chiesa cattolica è sempre stata molto tollerante nei confronti del folklore religioso e di tutte le forme di devozione popolari nate via via, anche le più ingenue. Forse in qualche caso è capitato davvero che la devozione s’accompagnasse a piccole forme di superstizione, ma globalmente penso che la tolleranza nei confronti di queste forme di folklore sia stata davvero di grande arricchimento!

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