Monumento europeo all’imbecillità: Halloween e la pandemia, ai tempi della Spagnola

“Stupida robaccia europea, monumento all’imbecillità”.
Non mi stupirei affatto se dovesse saltar fuori che, nel 1918, qualche governatore americano ha realmente pronunciato queste parole, con riferimento alla festa di Halloween che stava per arrivare.

Sì, perché De Luca non è certo il primo politico della Storia a trovarsi alle prese col grattacapo di dover gestire Halloween nel bel mezzo di una pandemia. Anzi: un secolo fa, dall’altra parte dell’Oceano, i suoi colleghi se l’eran vista ancor più nera.

Nell’autunno 1918, mentre i giorni sul calendario scivolavano inesorabili verso il 31 Ottobre, le grandi città statunitensi stavano sprofondando in un incubo senza pari. L’influenza spagnola avanzava marciando, con una curva di contagio che sembrava inarrestabile. A nulla sembrava valere il lockdown in cui erano sprofondati gli Stati Uniti, decretando la chiusura di scuole, chiese, teatri e altri luoghi di ritrovo: le corsie di ospedale erano strapiene di malati, i morti se ne stavano per giorni in attesa di sepoltura, il contagio correva insaziabile di porta in porta.

E in tutto ciò, toccava pure perder tempo dietro agli immigrati e ai giovinastri con la fissa di osservare quella festa europea del 31 Ottobre, vero e proprio monumento all’imbecillità e al vandalismo collettivo.

Ve’ quanto poco ci mette, a ribaltarsi, la Storia?

E allora, cerchiamo di capire assieme

Di come Halloween arrivò negli Stati Uniti e iniziò a far paura per davvero (ma i mostri da temere erano le baby-gang di immigrati)

Tutto era iniziato a metà Ottocento, quando profughi irlandesi erano sbarcati in massa nel Nuovo Mondo. Come sempre capita nelle grandi migrazioni, si erano venute a creare comunità di expat che, per tener viva la loro identità culturale, si erano aggrappate con forza a quelle tradizioni della madrepatria che riuscivano a farle sentire “a casa” anche in terra straniera.

Tra queste tradizioni, v’era anche Halloween – all’epoca, una festa di antica matrice cattolica collegata alla pietà verso le anime dei defunti, attorno alla quale si erano sviluppate, nei secoli, usanze popolari che, in sé e per sé, non avevano nulla a che vedere coi morti.
Tipo: la consuetudine di fare scherzetti il 31 Ottobre.
Noi Italiani li facevamo a Carnevale, gli Inglesi ci si divertivano nel periodo natalizio: gli Irlandesi, per tradizione, facevano piccoli dispetti alla vigilia di Ognissanti. Paese che vai, usanze che trovi.

Passarono gli anni, gli immigrati di prima generazione cominciarono a veder crescere i figli e i nipoti e intanto la comunità di expat si aggrappò con crescente forza alla festa di Halloween, ormai diventata un elemento identitario importante per il dublinese all’estero.
E, in quel melting pot ricco di contaminazioni che erano gli Stati Uniti di metà Ottocento, la festa irlandese cominciò ad affascinare un crescente numero di WASP che, pian piano, la adottarono.

Ma, come spesso capita quando qualcosa va storto nel tramandare la Storia, Halloween cominciò pian piano a cambiare i connotati. I WASP la trasformarono in una festicciola del soprannaturale, ma questo non ci interessa in questa sede; in compenso, tra gli expat irlandesi, Halloween divenne gradualmente appannaggio degli immigrati di seconda o terza generazione (cioè: giovani che non avevano mai visto la terra avita e non avevano mai conosciuto la “vera” Halloween). Sicché – non avendo più le idee molto chiare riguardo questa festa – i ragazzi irlandesi pensarono bene di focalizzarsi sull’elemento più divertente tra quelli che la ricorrenza offriva loro.
Cioè gli scherzi.

Entro la fine dell’Ottocento, nelle città degli USA, Halloween era diventata, se non “la notte del terrore”, quantomeno “la notte delle grandi scocciature”. Bande di ragazzini e baby-gang di ragazzacci vagavano per le vie della città, dando sfogo alla loro creatività malandrina o (nella peggiore delle ipotesi) ai loro più bassi istinti. Innocue marachelle senza conseguenze (tipo il petardo fatto scoppiare nel cuor della notte per svegliare i vicini) si alternavano a scherzi molto più pesanti (tipo cassonetti ribaltati, segnaletica stradale resa illeggibile, lampioni infranti).
Ci fu un periodo in cui andava particolarmente di moda scardinare le porticine dei cancelletti delle case o persino smontare l’intera recinzione (nella migliore delle ipotesi, abbandonando i pezzi davanti a casa, in modo tale che il proprietario potesse riassemblarsi il cancello l’indomani, tra un accidente e l’altro).

Una eloquente cartolina di Halloween di inizio Novecento

Ma: un conto è allentare i cardini del cancelletto della casa affianco; un conto è fracassare tutte le recinzioni del quartiere, darsi appuntamento in piazza con altre gang di teppisti e accumulare sulle rotaie del tram cataste di cancelli rotti, in modo tale da ostacolare il traffico l’indomani.

E badate: episodi come questi accadevano per davvero, e accadevano sempre più di frequente man mano che ci si avvicinava al volgere del secolo. A cavallo tra l’Otto- e il Novecento, l’Halloween delle città statunitensi era la notte in cui la brava gente si chiudeva in casa (magari, a intagliare la zucca e a sperare in bene) e le baby-gang (ormai, non più necessariamente composte da immigrati) si abbandonavano ad atti che, sempre più di frequente, sfociavano nel vandalismo vero e proprio.

Era questa la situazione nel momento in cui – più meno in questo periodo dell’anno, nel 1918 – le autorità locali cominciarono a guardarsi attorno e a capire che la cosa non poteva continuare.

Si era nel bel mezzo di una pandemia (per non citare la guerra mondiale): gli ospedali non sapevano più dove stipare i malati, i becchini non sapevano più dove stipare i morti; la popolazione stava sopportando docile un numero di limitazioni già di per sé altissimo: di certo non era pensabile farle sapere “mi spiace, abbiamo chiuso tutto, ma sui teppisti che vi vandalizzano casa non sappiamo come intervenire”.
Sicché, da Est a Ovest si moltiplicarono le ordinanze che vietavano i festeggiamenti di Halloween.

Innanzi tutto, perché il rumore dei petardi fatti esplodere in strada poteva disturbare il sonno di un malato grave, come fecero notare in molti.
Secondariamente, perché, in tempo di guerra, ogni atto di vandalismo (persino il più innocuo e rimediabile) costituisce un grave spreco di risorse, rincararono altri.
Anche se, ovviamente, il timore principale era quello che i festeggiamenti di massa potessero portare a una impennata dei contagi (e/o a un solenne giramento di scatole da parte della brava gente che senza fiatare aveva rinunciato ad altri svaghi, fra l’altro più lodevoli).

E così, le autorità usarono il pugno di ferro contro la festa del 31 Ottobre, disseminando la polizia in giro per le strade e facendo ampio uso di agenti in borghese.

Con successo?
Meh. Questo articolo della CNN riporta episodi di cronaca (d’archivio) francamente scoraggianti. A quanto pare, poiché le ordinanze vietavano le scorribande all’aperto ma non intervenivano sulle feste private, la gente pensò bene di riunirsi ugualmente al chiuso e di rispolverare passatempi domestici della tradizione. Tipo ad esempio l’apple bobbing:

cioè, “pescare” a turno, con l’unico aiuto dei propri denti, le mele che galleggiano in un catino pieno d’acqua. Quantomeno, non un attentato alla proprietà privata; ciò non di meno, non esattamente l’hobby che suggerirei in una festa tra vicini nel mezzo di una pandemia influenzale.

Se numerose città furono prese alla sprovvista dalla voglia di evasione della “brava gente”, la contea di Dallas ebbe la singolare jella di non riuscire a gestire le bande di teppisti. Nel capoluogo, molti giovani infransero le regole e festeggiarono Halloween come sempre, dandosi alle scorribande nel mezzo delle strade. L’indomani mattina, i quotidiani locali avrebbero denunciato con sconcerto il super-lavoro cui erano stati sottoposti i medici (già stravolti dalla fatica!) e le povere forze di polizia. Durante i festeggiamenti del 31 Ottobre, numerosi ragazzi avevano alzato il gomito fino a perdere i sensi in mezzo alla strada. Erano scoppiate risse con feriti, si erano persino verificati incidenti d’auto; qualche buontempone aveva pensato di bene di burlarsi della polizia con false chiamate d’allarme che avevano fatto correre gli agenti senza motivo.

Mi direte: e questi incauti festeggiamenti determinarono in effetti un aggravarsi della situazione?
Mah: diciamo che, in quelle settimane, la situazione era estremamente grave già di suo. Valutare se e in che misura i party di Halloween si siano trasformati in focolai… secondo me, rientra nel novero di quelle cose che sa solo Iddio.

Ben più facile valutare un altro aspetto – anche quello, oltremodo interessante. Ovverosia: in che misura le restrizioni del 1918 riuscirono a trasformare Halloween, nel lungo periodo?
La risposta è: in grande misura.

Le ordinanze anti-pandemia avevano dimostrato (o ricordato) alla brava gente che Halloween poteva essere festeggiata in una infinità di modi, non necessariamente distruttivi: anzi, c’erano un sacco di attività domestiche che la rendevano una festa “a misura di famiglia”. E in fin dei conti non era normale, né tantomeno tollerabile, abbandonare quella ricorrenza al malcostume di qualche testa calda che la usava per sfogare i suoi bassi istinti.

Non fu una trasformazione immediata: ci volle come minimo una ventina d’anni. Ma – dagli e dagli – Halloween diventò la festa che conosciamo oggi grazie a una serie di tragedie senza precedenti: una pandemia, una crisi economica globale e la più distruttiva tra tutte le guerre. E in effetti non riuscirei a immaginare degli chaperon più acconci, per la “festa della paura”.

Che c’entrano la crisi economica e la guerra, mi dite?
Eh, calma: questo è argomento per un’altra puntata delle mie Pillole di Storia.

***

Per chi volesse approfondire il tema, due letture consigliatissime sono Trick or Treat. A History of Halloween di Lisa Morton e Halloween. The History of America’s Darkest Holiday di David Skal.

15 risposte a "Monumento europeo all’imbecillità: Halloween e la pandemia, ai tempi della Spagnola"

        1. Lucia

          Mamma mia, davvero 😱

          Per me, fra l’altro, è strano nello strano. Da un lato, mi sembra che questi mesi siano volati (probabilmente perché – facendo una vita piuttosto ritirata, in smartworking e avendo saltato le vacanze estive, il tempo scorre più uguale del solito).
          Dall’altro lato, se ripenso alla vita pre-Covid mi sembra risalire a epoche lontane, lontane… 😅

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  1. Pingback: Halloween, la storia vera. Parte III, nella quale entrano in scena le zucche e gli scherzetti – Una penna spuntata

    1. Lucia

      Nel suo pregevole Le leggi fondamentali della stupidità umana, lo storico dell’economia Carlo Maria Cipolla si diverte a indagare il ruolo avuto dall’idiozia umana nel scolpire la società come la conosciamo oggi 🤣

      (NB è un libro comico, eh, un divertissement. Ma fa molto ridere perché Cipolla lo scrive in modo serissimo, proprio come se si trattasse di un testo accademico)

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