Wild Man, il “buon selvaggio” dell’età di mezzo

Alcune fonti lo tratteggiano come l’esponente di una razza mostruosa, che ha solo pochi tratti in comune con quella degli umani. Insomma, una specie di amazzone o di ciclope: creature simili a noi, eppure profondamente altre.
Altre fonti impiegano tutte le loro forze per sottolineare che, assolutamente no!, si trattava di individui perfettamente normali, tali e quali a voi che state leggendo: persone che solamente in virtù di una precisa scelta di vita avevano deciso di trasformarsi in questo personaggio ambiguo e affascinante.

Lo troverete citato alternativamente come “wild man”, “uomo delle foreste”, “homme sauvage”, “homo silvanus”. E a seconda dei testi che potrà capitarvi di leggere, è molto probabile che vi imbattiate in stentoree affermazioni secondo cui il wild man sarebbe il calco di divinità pre-cristiane legate al culto dei boschi, a partire dal nostrano Pan per arrivare a personaggi del pantheon dei Celti.
In realtà, da un punto di vista storico, sembrerebbe più corretto affermare che, se il wild man non è un archetipo, è qualcosa che gli si avvicina molto. Con differenze davvero minime, il personaggio compare in aree d’Europa anche molto distanti tra di loro; aree che, in epoca pre-cristiana, avevano avuto ben pochi punti di contatto. L’unico comun denominatore era quello d’essere zone a forte presenza boschiva.
Verrebbe da dire che, nel Medioevo, si poteva star ragionevolmente certi di una cosa: se ci si trovava in un territorio ricco di foreste, il wild man era lì da qualche parte e si aggirava nascostamente tra le fronde ombrose. Presto o tardi, sarebbe uscito allo scoperto per far capolino nel folklore popolare.

Nabucodonosor nelle vesti di Wild Man, in un manoscritto del XV secolo

Uno dei riferimenti più antichi risale all’XI secolo, là dove il Penitenziale di Bucardo di Worms definisce peccaminosa la creduloneria secondo cui i cristiani prestano fede alle dicerie sulle silvaticae (evidentemente, donne selvagge). Esse, secondo la superstizione locale, erano donne appartenenti a una razza non umana: vivevano nei boschi in una grande wildero wibo house (evidentemente, una wild woman house), fuoruscendo dalla selva al solo scopo di rapire ragazzi aitanti, da utilizzare a scopo riproduzione.  

Espressione di una sessualità animalesca e incontrollata, tanto più inquietante nella misura in cui proveniva da individui di sesso femminile, le wild woman attiravano su di sé una diffidenza ben maggiore rispetto a quella con cui si guardava alla loro controparte maschile: il wild man.

Egli (…esso?), secondo la letteratura, era un uomo che aveva rifiutato le comuni norme del vivere civile e si era rifugiato nei boschi (o nel deserto) per condurre vita ritirata, comportandosi alla stregua di un animale. Nell’arte figurativa, è frequentemente rappresentato come una creatura antropomorfa completamente coperta di pelo (ad eccezione di viso, mani e piedi, gli unici elementi ancora chiaramente umani e capace di distinguerlo da un animale del bosco).

L’incontro con un Wild Man nel Roman di Alexandre (XIV secolo)

Se non sono peli a ricoprire il suo corpo, saranno allora pelli non conciate o, meglio ancora, vestiti rudimentali fatti d’erba e di foglie intrecciate. Frequentemente, il wild man indossa sul capo una ghirlanda di foglie e fiori e regge in mano un lungo bastone nodoso, che può eventualmente essere usato come arma di difesa e di offesa.

Un costume da Wild Man in uso al Carnevale di Schembart (1540)

Ambo gli usi sono molto frequenti, anche perché l’homme sauvage condivide con le wild woman una deplorevole tendenza a rapire in malo modo la gente che passa di lì per caso.

Una damigella insidiata da un Wild Man (XIV secolo)

Eppure, in questo caso sembrerebbe proprio di poter dire che il criticabile comportamento potrebbe essere facilmente corretto con qualche lezione di buone maniere: il wild man, assicurano tutte le fonti, rapisce donne perché gli sembra il modo più rapido per procurarsi una compagna per la vita, ma non è di per sé cattivo. Anzi: proprio come la Bestia che sedurrà la giovane Belle, sa mostrarsi marito e padre amorevole, alla bisogna.

Una allegra famigliola di uomini selvatici da un Libro delle Ore di area belga (ca. 1490)

E che il wild man, sotto sotto, sia una brava persona, lo si deduce anche da un dettaglio che non dovremmo considerare indifferente. Frequentissimamente, nell’iconografia lo vediamo duellare contro lupi, draghi e altri animali mostruosi. E, diciamolo: nel Medioevo, non ti prendi la briga di combattere un drago se non hai un cuore nobile, degno d’un cavaliere.

Miniatura tratta dal libro delle ore di Salem (XV secolo)

E infatti, nella maggior parte dei casi, il wild man è un personaggio che affascina e che piace. Certo, vive nei boschi allo stato brado rifuggendo qualsiasi norma di civiltà… ma la sua scelta di vita così extra-ordinaria è spesso motivata da ragioni morali. Mago Merlino, che è probabilmente il più famoso wild man della letteratura medievale, lo spiega a chiare lettere al padre di re Artù: i pochi mesi trascorsi a corte sono bastati a disgustarlo, egli non ama l’ipocrisia e le pompe degli aristocratici. Di gran lunga preferibile, a suo giudizio, vivere tra i boschi coi suoi fidi animali: nulla contro i suoi parirazza, ma preferirebbe avere a che fare col genere umano solo se la cosa è strettamente indispensabile.  

Merlino è un mago che vive nel mondo della fantasia, ma verrebbe da dire che questa vocazione potrebbe facilmente essere maturata in lui mentre meditava le vite dei santi. A ben vedere, l’agiografia è piena di wild men aureolati: qualsiasi eremita aveva buone chance di essere rappresentato prima o poi come un homme sauvage. In questo caso, il pio asceta si rifugiava nelle selve più remote per sfuggire alle lordure del mondo, conducendo sì una vita di privazioni… che tuttavia non doveva essere priva di dimensioni di quiete quasi edenica.

Eclatante è il caso di santa Maria Egiziaca, che l’iconografia dipinge frequentissimamente nella forma di una letterale wild woman coperta di peli da capo a piedi: solo l’aureola che risplende sul suo capo permette di distinguerla da quegli esseri bestiali che avevano tanto impensierito gli autori dei Penitenziali.

Miniatura tratta dal libro delle ore di Dunois (XV secolo)

Ma la monaca africana è in buona compagnia, ché numerosissimi altri personaggi del mondo religioso sono stati rappresentati, nel corso dei secoli, sottoforma di wild man. A partire dal peloso Esaù, passando per re Nabucodonosor nei suoi anni di pazzia, per arrivare a personaggi della tradizione agiografica come il Battista, Giovanni Crisostomo e diversi Padri del Deserto, sono infiniti i santi della tradizione che possono vantare d’esser stati rappresentati sotto queste inconsuete fattezze, con tratti di bestialità più o meno accentuati a seconda dell’estro e delle intenzioni dell’artista. Ed è significativo che la più antica attestazione iconografica di un wild man si trovi all’interno di una chiesa: quella di Semur-en-Auxois (1250 circa), laddove uno scultore ha utilizzato questo topos per raffigurare il buon Esaù.

Due Wild Man sulla facciata del Colegio de San Gregorio a Valladolid (XV secolo)

Quella che, all’epoca, doveva esser stata un’idea stupefacente e innovativa era destinata a diventar banale nell’arco di poche decadi. Entro il XV secolo, il wild man era diventato uno dei personaggi più amati dell’arte figurativa, al punto tale da diventare persino inflazionato. Lo troviamo nei capitelli delle chiese, a sostenere colonne di edifici signorili; lo troviamo sugli arazzi, nei marginalia dei manoscritti, nelle cornici decorative di mappe e testi scientifici. Inciso nel metallo e scolpito nel legno, il wild man decorava mobili, oggetti d’arredo e persino servizi da cucina. Sorprendentemente, almeno 263 famiglie (ma, probabilmente, il reale numero è ben più alto) avevano scelto di inserirlo nel loro stemma araldico, facendone blasone della loro dinastia.

Blasoni nobiliari retti da Wild Men in un dipinto di Albrecht Dürer (1499)

Del resto, a quell’altezza cronologica, la popolarità del wild man nell’arte figurativa si accompagnava a una pari diffusione del personaggio tra le pagine della letteratura cortese e cavalleresca. Nei romanzi tardomedievali, il wild man compare di continuo: talvolta in chiave romantica (è l’uomo inselvatichito che pian piano tornerà alla civiltà grazie all’amore di una donna. Insomma: una specie di Pretty Woman al contrario); talvolta, in chiave tragica e guerresca (è il bambino che, per i casi della vita, è cresciuto in mezzo alle fiere come un piccolo Tarzan e adesso, giunto all’età adulta, si arma per reclamare il trono che gli spetta).

L’amore per una dama ha incatenato un wild man, in un arazzo del tardo XV secolo

Negli ultimi secoli del Medioevo, il personaggio era così amato da essere addirittura ospite abituale dei palazzi signorili: mascherarsi da homme sauvage o allestire wild houses a mo’ di “villaggio di Natale” era uno dei divertimenti più apprezzati in occasione di tornei, ricevimenti per ospiti di riguardo e feste cortigiane dal sapore carnascialesco.

Uomini travestiti da Wild Men per movimentare un matrimonio (XV secolo)

Le Chiese riformate e la Controriforma della Santa Sede finiranno col far passare di moda la fascinazione popolare nei confronti dell’homme sauvage: nella compassata Europa della prima età moderna, sembra riprovevole provar troppa simpatia nei confronti di un uomo che, in fin dei conti, avrebbe potuto vivere perfettamente felice in un consesso civile, “come Dio comanda”, se solo non si fosse ostinato a fare l’outsider, il ribelle.
Del resto, gli anni della Controriforma sono quelli in cui si modificano profondamente anche i modelli di santità: le forme di vita religiosa più estreme, come ad esempio quella delle recluse, cominciano a essere guardate con sospetto; persino i popolarissimi eremiti vengono invitati a incanalare la loro vocazione verso esperienze di vita comunitaria, più facilmente controllabile. Alcuni esempi di wild man continuano a esistere nella letteratura, certamente… ma anche in quel caso perdono tutti quegli elementi di fascinazione che un tempo rendevano apprezzabile il loro stile di vita. Vaga nei boschi come un homme sauvage il prode Orlando, per citare un esempio celebre… ma lo fa perché è un pazzo furioso, un poveretto da compatire.

Il Nabucodonosor di William Blake: un wild man infinitamente più bestiale dei suoi omologhi medievali

Curiosamente, solo in un caso il wild man medievale riuscirà ad attraversare indenne i quattro secoli dell’evo moderno conservando i suoi connotati di personaggio positivo; e lo farà reinventandosi e lanciandosi in attività da filantropo a vantaggio dell’infanzia svantaggiata. Sono in fin dei conti null’altro che wild men i vari personaggi del folklore natalizio come Bellnickels, Sinterklaas e Knecht Ruprecht, che nel corso dei secoli vanno a sostituire, nei paesi protestanti, la figura di san Nicola.
Uomini selvaggi, tutti sporchi, con abiti di pelli lise e rattoppate, che vivevano per tutto l’anno nella foresta e ne fuoriuscivano soltanto nel periodo invernale, per portare doni ai bambini che s’erano comportati bene (e botte educative ai più indisciplinati). Sotto un certo punto di vista, sono proprio loro gli ultimi eredi dei wild men medievali.

Non confondetelo con Babbo Natale: è Belsnickel, uno dei portatori di doni di età vittoriana!

2 risposte a "Wild Man, il “buon selvaggio” dell’età di mezzo"

  1. Lucia

    Una perla che non potevo non appuntare a margine 😀

    A Field Guide to Wodewoses

    You might not know what a wodewose is, but you surely should. They are mythical forest creatures that are guaranteed to improve your midweek. I would describe myself as an avid wodewose-ophile and hence have compiled this handy guide to the behaviour and habits of the wodewose, in case you meet one, one day.

    Name: Wodewose, faunis ficariis*
    Range: The Wirral Peninsula, Africa
    Habitat: Forest
    Predators: Alexander the Great
    Threat Level: Endangered, possibly extinct

    *faunis ficariis is translated as ‘wodewose’ in the Wycliffite Bible (Jeremiah 50:39).

    😂

    https://blogs.bl.uk/digitisedmanuscripts/2016/09/a-field-guide-to-wodewoses.html

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  2. Pingback: La storia di Merlino, così come Blaise volle tramandarla ai posteri – Una penna spuntata

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