Giuda: un destino già scritto, dice la leggenda

Ruben si sentì morire dentro, vedendo il modo in cui lo guardava la sua Ciborea. “Che c’è?”, gli chiese lei per la terza volta di fila. “Non sei contento? Ti ho detto che sono incinta. Aspetto un bambino! Non è bellissimo?”.

Eh.

E dire che Ruben lo sapeva benissimo di starsi prendendo una fregatura, quando aveva accettato quel ruolo. “Vuoi farmi fare il mago astrologo in una leggenda cristiana medievale?” aveva detto a suo tempo all’agiografo. “Mi puzza di fregatura lontano un miglio, questa storia”.
Naaaaa”, gli aveva risposto l’autore: “ma mago in senso buono, tipo i re magi dell’Oriente! Guarda che sto facendo il casting per un personaggio positivo”.
Ruben non era uno che se la bevesse facilmente: “quindi mi garantisci che non finisco sul rogo?”.
Hai la mia parola!”.

E porca la miseria, lui lo sapeva che c’era la fregatura.
In quanto mago, Ruben aveva una conoscenza perfetta di tutti i segreti del mondo, passati presenti e futuri: e dunque lo sapeva, lo sapeva con assoluta certezza, che il bambino frutto del suo seme sarebbe stato la rovina dell’umanità intera.
Era stato avvisato!, porca la miseria, e col senno di poi avrebbe anche dovuto sapere che, quando il destino si mette di mezzo, non c’è precauzione o accortezza che tenga. E adesso sua moglie era lì davanti a lui, raggiante per la notizia di quella gravidanza tanto desiderata.
E mo’ come glielo spiego che dobbiamo sbarazzarci del bambino?, si chiese Ruben sentendosi morire dentro mentre la guardava.

***

In un modo o nell’altro, glielo spiegò. Dopo mesi di lacrime, shock e rassegnazione, arrivò per Ciborea il momento del parto. Il bambino nacque e la madre lo strinse al seno, poi lo passò a Ruben che lo prese tra le braccia con gli occhi lucidi e un groppo in gola, e poi…
…e poi andò a scambiare quattro parole con l’agiografo. “Scusa eh. Non ho capito. Questo bambino è destinato a rovinare l’umanità intera, e tu vuoi che io lo abbandoni al suo destino adagiandolo in una cesta di vimini impermeabilizzata col catrame e poi buttata in mare?”.
“Sì, grazie”, replicò quieto l’agiografo.
Ma mi prendi in giro?”, fece Ruben. “Tengo tra le mani l’Oscuro Signore del Male e adesso vuoi che me ne disfi e sarà quel che sarà?”.
L’Oscuro Signore del Male aprì per un attimo gli occhietti su un faccino roseo e paffuto e regalò al padre un sorriso assonnato e splendido. Mentre contemplava la scena, l’agiografo sogghignò compiaciuto: “oh, per me puoi fare quel che meglio credi. Ma sei proprio sicuro sicuro di volerlo uccidere?”. E poi aggiunse, lanciando a Ruben una occhiata di sottecchi: “magari, basta solo sbarazzarsene e farlo crescere lontano…”.

E non pensiate che Ruben fosse un idiota: anche stavolta lo sapeva benissimo, di starsi prendendo una fregatura. Ma dopo qualche ora passata a coccolare il figlio, si rese conto che non sarebbe mai stato capace di assassinarlo.
Sicché eseguì gli ordini del suo agiografo: prese il bambino, lo riempì di baci e poi lo adagiò in una cesta di vimini che gettò al largo, nel mare.

In fin dei conti era pur sempre il personaggio di una agiografia: no?
Le agiografie sono piene di buoni sentimenti e tendenzialmente finiscono bene.
Forse, quello straziante sacrificio che l’agiografo aveva chiesto alla sua famiglia sarebbe stato sufficiente a redimere il bambino e a stravolgere il corso della Storia.

E mentre il cesto di vimini viaggia sulle acque, cullato dalle onde e miracolosamente preservato da ogni male, mi piacerebbe poter spoilerare a Ruben il finale. A nome di tutta l’umanità: no Ruben, col cavolo. Questo pseudo-sacrificio in salsa esodica non cambia la nostra storia nemmeno di una virgola.
Anche se forse non c’è bisogno della precisazione: in fin dei conti, il nostro amico sapeva leggere il futuro. Mi piace pensare che Ruben sapesse perfettamente cosa stava facendo mentre sussurrava con un groppo in gola “arrivederci” al suo bambino, facendolo scivolare dolcemente sulle acque.

E la cesta si allontanò e sparì alla vista, e i flutti sembrarono sul punto di sommergerla; e mille insidie e mille altre ancora furono sul punto di uccidere il neonato, che tuttavia la Provvidenza preservò con sguardo benevolo.
E infine la cesta si adagiò sulla spiaggia di un regno lontano segnato sulle carte col nome di “Scarioth”. E guardacaso si trovava proprio in quel momento sulla spiaggia la giovane regina, che guardacaso era sterile: penso si sia già capito che la verosimiglianza non è uno dei punti forti della narrazione del nostro agiografo.
Guardacaso, la regina sentì immediatamente crescere nel suo cuore il desiderio di prendere quel bambino e adottarlo come suo. “Lo chiamerò Giuda”, annunciò alle ancelle mentre sollevava il neonato e lo stringeva tra le braccia. “Voglio che sia reso noto al regno intero: egli è diventato mio figlio; il suo nome è Giuda di Scarioth”.

***

Negli anni a venire, alla regina piacque pensare che fosse stato proprio il piccolo Giuda a compiere il miracolo. Pochi mesi dopo averlo accolto nella sua casa, la donna scoprì, con gioia indicibile, di essere finalmente incinta.
E un altro neonato giunse ad allietare la famiglia, e i due bambini crebbero come fratelli giocando assieme e amandosi l’un altro…
…almeno, fino a quando Giuda non diventò manesco e cominciò a corcare di botte il povero fratello minore, approfittando della sua superiorità fisica. Passarono gli anni e, tra liti e riappacificazioni, il rapporto tra i fratelli non migliorò un granché: sempre in competizione tra di loro, i due giovani si attaccavano per ogni scemenza e frequentemente venivano alle mani. Un giorno, in una lite particolarmente violenta, il fratello minore fu accettato dalla rabbia e sputò in faccia a Giuda quella verità che, fino ad allora, gli era sempre stata tenuta nascosta: che lui non era davvero il figlio di sua madre, né tantomeno il legittimo erede al trono; era un trovatello senza famiglia, e di certo anche senza futuro non appena i suoi protettori fossero morti.

Sconvolto da quella notizia, accecato dalla rabbia, Giuda gettò a terra suo fratello e strinse le dita attorno al suo collo. Solo quando vide il suo volto diventare livido e sentì che il suo corpo smetteva di dimenarsi, il ragazzo si rese conto di quello che aveva fatto. Macchiatosi della stessa colpa di Caino, fuggì inorridito per evitare l’onta e la condanna. Si imbarcò sulla prima nave, viaggiò fino a un regno lontano in cui nessuno poteva conoscerlo e, in un modo o nell’altro, finì col trovarsi a Gerusalemme.

Camminando per le vie della città venne a sapere che il procuratore di Giudea stava arruolando nuovi soldati. Giuda, tutto sommato, era bravo con le armi: si presentò alle selezioni, fu scelto e in breve tempo divenne uomo di fiducia nell’entourage di Ponzio Pilato.

***

Uomo di grande fiducia, verrebbe da aggiungere.
Nel corso degli anni, si venne a creare tra i due uomini un rapporto tutto speciale. Giuda provava enorme gratitudine nei confronti di quell’uomo che, dandogli una chance, gli aveva permesso di cambiare vita; Pilato era consapevole di quel sentimento e lo ricambiava con un senso di fiducia totale. Avrebbe messo la sua vita stessa nelle mani di Giuda, e di Giuda solo sapeva di potersi fidare quando c’era da trovare un uomo a cui affidare una missione segreta.

Tipo quella del furto di frutta, per dirne una.
Che è pure un po’ imbarazzante, che il procuratore di Giudea mandi i suoi soldati a rubare nottetempo dagli alberi da frutto di un privato cittadino.
Però, oh: nel giardino di quella casa ai confini di Gerusalemme, c’era un melo con i frutti più rossi e succosi e profumati del mondo intero, e Pilato voleva assolutamente assaggiarli. Il padrone di casa aveva rifiutato di venderglieli, sicché per Pilato era diventata una questione di principio: in un modo o nell’altro, li avrebbe avuti sulla sua tavola.

Giuda ricevette l’ordine di intrufolarsi nottetempo in quella casa e di raccogliere per il procuratore un po’ di quelle mele. E lo fece senza fiatare, naturalmente; e tutto sarebbe andato dannatamente bene se non fosse stato per quel piccolo dettaglio: il padrone di casa se ne stava sotto al melo, nel bel mezzo della notte, con una spada in mano, manco avesse saputo in anticipo quanto stava per succedere.
Chi diavolo è che dorme armato sotto a un melo??, si domandò Giuda, sconvolto, mentre il pazzo stringeva le dita sull’elsa e sferrava il suo primo colpo. Peggio ancora, quello non volle sentir ragioni, ignorando ogni supplica alla ragionevolezza: alla fine Giuda si trovò costretto a reagire, per difendersi.

Non avrebbe voluto ucciderlo.
Davvero! Non avrebbe voluto!
Giuda era genuinamente determinato a cambiare vita, e oltretutto quell’omicidio mise lui e Pilato in una situazione molto imbarazzante. L’uomo era morto lasciando indietro una vedova; tutti i presenti, accorsi alle grida di lei, avevano avuto modo di riconoscere l’assassino e le insegne che portava sulla sua divisa…

Avrebbe potuto essere un disastro su tutta la linea.
E invece, negli anni a venire, Giuda si trovò più volte a pensare che, pur nella tragedia, la sua era stata una felice colpa, considerati i frutti che aveva portato.
Pilato si era dimostrato un buon amico; non aveva disconosciuto il suo servitore più fedele. Si era assunto tutte le sue colpe (“ero stato io a dargli l’ordine di rubare la frutta!”) e aveva anche cercato di salvare capra e cavoli con un provvedimento rivelatosi inaspettatamente riuscito. Aveva cioè ordinato che l’assassino prendesse in sposa la giovane donna rimasta vedova.
A quel punto, Giuda era anche andato a protestare con l’agiografo (“mannò, dai. Ma è imbarazzante, che figura ci faccio?”) ma aveva ricevuto in risposta un’obiezione convincente (“ma guarda che io lo spiego, nell’agiografia, che è da intendersi come una specie di risarcimento danni. La vedova torna ad avere un marito, nonché qualcuno che amministri i suoi denari”).
“Sì ma così mi rendi la vita un inferno!”, aveva protestato Giuda. “Le ho ammazzato il marito. Quella mi odia, giustamente”.
L’agiografo aveva sorriso. “Dai retta a me: sono l’agiografo. In verità ti dico: dopo lo shock iniziale, finirà addirittura per innamorarsi”.

E così era stato.
Chiamatela ‘sindrome di Stoccolma’, se volete, ma pian piano la donna aveva finito con l’affezionarsi al suo nuovo marito – che del resto era sinceramente pentito per l’accaduto, aveva pianto vere lacrime di disperazione quando s’era reso conto di aver ucciso quell’uomo e mille volte aveva ripetuto di aver agito solo per legittima difesa. Nonostante la tragedia che s’era compiuta e nonostante la differenza d’età tra i due, Giuda era davvero intenzionato a prendersi cura della vedova e a renderla felice, per come poteva.

E così, miracolosamente e contro ogni aspettativa, tra i due nacque pian piano un certo affetto affetto. E l’affetto si trasformò in amore, e l’amore si mutò in passione, e la passione portò con sé il più intimo senso di confidenza. Una notte, mentre riposava abbracciata a lui nel letto, Ciborea si sentì pronta per confidare a Giuda quel peccato di cui non aveva mai parlato (e che, alla prova dei fatti, aveva rovinato il suo primo matrimonio): e gli raccontò di come suo marito avesse abbandonato in mare il loro unico figlio, basandosi su non si sa bene quale profezia che riteneva (il pazzo!) di aver letto nelle stelle.
Giuda sbiancò, raccontò a Ciborea la storia della sua infanzia, confrontò con lei i dettagli e le tempistiche e poi balzò fuori dal letto, orripilato. Si era appena reso conto di aver aggiunto al suo curriculum di fratricida due delle colpe più repulsive al mondo: il parricidio nientemeno, e addirittura l’incesto.

La mattina successiva, Giuda e Ciborea parlarono lungamente. Fu proprio la donna a prospettare una soluzione al suo figlio-marito: che la coppia dovesse separarsi immediatamente, era cosa che andava da sé; che Giuda dovesse cercare un modo per espiare i suoi peccati, era fatto altrettanto evidente. “Ma io ho sentito parlare di un uomo – un saggio, un profeta! – che certamente accetterà di prenderti alla sua sequela”, gli disse Ciborea. “Egli legge nel cuore delle persone e non teme di accompagnarsi a pubblicani e prostitute, se vede le loro buone intenzioni. E ha compiuto grandi prodigi; si mormora che abbia persino il potere di rimettere i peccati. Vai con lui, seguilo: sarà la tua occasione di riscatto!”.

E quando Giuda fu partito alla ricerca di quel Gesù di Nazareth, Ciborea ebbe chiaro quel che le restava da fare.
Vale a dire, andare dall’agiografo, tirargli un pugno in faccia per sfogarsi e poi urlargli addosso, singhiozzando: “ma che è ‘sta cafonata? Ti sei drogato, prima di scrivere ‘sta storia?”.
L’agiografo tentò di farle un pat-pat sulla spalla ma dopo un’occhiata allo sguardo di lei valutò prudentemente di ritirare la mano. “Eh, mi spiace. È proprio un genere letterario, sono le leggende agiografiche edipiche del XII secolo”.
“Cioè, mi stai dicendo ce ne sono altre sulla stessa linea??”, singhiozzò incredula Ciborea.
“Sissì, parecchie. Pensa ad esempio a san Gregorio o a sant’Albano” la rassicurò l’agiografo, che stava cominciando a sentirsi vagamente a disagio. “Sono probabilmente collegate alla diffusione degli interdetti matrimoniali che seguirono la riforma gregoriana”.
Ciborea lo guardò con occhi pieni di lacrime, senza capire. “Quindi, almeno mi confermi che questa è una agiografia? Mio mari- cioè: Giuda, Giuda è destinato a diventare santo?”.
L’agiografo, in quel momento, avrebbe pagato oro pur di poter essere inghiottito seduta stante dalle viscere della terra. Ebbe bisogno di prendere un lungo respiro prima di replicare “…non proprio”.
E mentre la donna ricominciava a singhiozzare, lui tentò di nuovo di posarle una mano sulla spalla. “Però, credimi, ho fatto del mio meglio. Mi hanno anche criticato, per questo. Ho dipinto Giuda come la vittima di un destino già scritto. E credimi, è davvero il meglio che potessi fare”.

Lettura consigliata per chi volesse approfondire o per chi si stesse chiedendo chi è tra i due a fare uso di stupefacenti (Lucia o l’agiografo?): questa bizzarra storia è commentata da Paul Franklin Baum, in The Medieval Legend of Judas Iscariot.
La leggenda, così diffusa nel Medioevo da essere riportata anche da Jacopo da Varagine, circolava con alcune piccole varianti. Nella maggior parte dei casi, è Ciborea stessa a essere avvertita in sonno della necessità di sbarazzarsi del bambino; io mi rifaccio invece a una versione quattrocentesca in cui il motore della storia è invece il padre Ruben, in quanto mago onnisciente. A mio gusto personale, narrativamente “rende” di più!

16 risposte a "Giuda: un destino già scritto, dice la leggenda"

  1. sircliges

    Ce le ha tutte povero Giuda. Il furto di mele potrebbe essere un riferimento non troppo sottile a quella famosa mela? (Che nella Genesi non è una mela ma ho letto che la tradizione della mela sorge proprio nel medioevo)

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        1. Lucia

          🤣

          Ti dirò che invece a me piacciono un sacco, gli spin-off evangelici.
          Hanno un loro fascino e mi affascina cercare di capire le ragioni per cui qualcuno ha sentito il bisogno di mettersi a tavolino e di scrivere certe storie. Ovviamente non aggiungono assolutamente niente al dato di fede (anzi in certi casi fanno come minimo vacillare la fiducia nella sanità mentale degli agiografi del passato 🤣) però mi affascinano molto, lo ammetto!

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  2. Andrea

    Credo di essere sbiancato anch’io quando al letto Ciborea rivela a Giuda del marito che abbandona il figlio nella cesta. Tipo “noooo! Giuda-Edipo no! Te prego!”. Comunque decisamente una leggenda interessante per quanto decisamente malinconica

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    1. Lucia

      🤣
      E guarda che l’agiografo era sincero nello scusarsi con Ciborea: c’è stato un periodo, nel XII secolo, in cui davvero le tragedie edipiche andavano per la maggiore nelle leggende agiografiche! Il tema affascinava, non so che dirti 🤣

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  3. Murasaki Shikibu

    Sembra una di quelle storie celtiche (come “Il cavaliere delle due spade” del ciclo di re Artù) dove il protagonista sarebbe pure un bravissimo figliolo, ma si ritrova per purissima sfiga a commettere cose orripilanti.
    Però Giuda nelle Scritture ufficiali sembra un uomo non proprio eccellente sul piano etico, ma, se pure senza intenzione cosciente, utilissimo strumento della redenzione divina, e dunque da tenersi in gran conto, oltro che abbandonarlo in quelle ceste foderate di bitume (che stando a quel che si legge in giro erano uno dei mezzi di trasporto più sicuri dell’epoca: mai una che non dico affondasse, ma nemmeno imbarcasse due gocce d’acqua).
    Buona Pasqua, a proposito 😃🕊🕊🕊⛪️

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  4. ago86

    Non per fare il puntiglioso, ma l’agiografo sa che il padre di Giuda si chiamava Simone? E’ un dettaglio riferito nel Vangelo di Giovanni, ma forse per l’autore poteva essere il nome del padre adottivo.

    Niente, gli spin-off, i prequel e i sequel commettono sempre qualche errore rispetto all’originale

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    1. Lucia

      E me lo son chiesto pure io: in effetti è un dettaglio che è proprio scritto nero su bianco 👀

      Immagino che l’agiografo l’abbia fatto di proposito, ragionevolmente. Nell’ottica che Giuda non andasse a raccontare a tutti questa storia di parricidio e incesto, suppongo che si presentasse come “figlio di Simone” usando il nome del padre adottivo, nella mente dell’agiografo 🤔

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    1. Lucia

      Arrivo con un “lieve” ritardo nel rispondere grazie, ma… meglio tardi che mai, come si suol dire 😉
      Per dire “buona Pasqua” però mi sa che sono decisamente oltre tempo massimo!

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  5. Pingback: Venerdì 13 e altri giorni sfortunati – Una penna spuntata

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