Di come la Grande Guerra cambiò il nostro modo di vivere il lutto

Nella seconda metà dell’Ottocento, le cose erano decisamente sfuggite di mano.
Le regole sociali riguardo al periodo di lutto avevano perso la loro funzione originaria (cioè quella di rendere riconoscibile una persona che aveva da poco subito una grave perdita, in modo tale che gli sconosciuti sapessero di doverle usare particolare delicatezza) e si erano trasformati in una gabbia di costrizioni che finivano con l’imporre alla brava gente periodi di lutto che potevano anche durare fino a due anni e mezzo (e penso concorderemo tutti sul fatto che, dopo due anni e mezzo, sarebbe auspicabile aver già riguadagnato una certa normalità).

Non parliamo poi del costo dei funerali. Mentre le regole del lutto si facevano sempre più elaborate, cresceva l’aspettativa sociale per riti funebri sempre più scenografici. Cioè, sempre più costosi. Chiunque avesse la possibilità di permetterselo si sentiva in dovere di investire in cortei funebri elaborati, in servizi religiosi comprensivi di accompagnamento musicale, in omaggi floreali tra i più vistosi, in tombe monumentali al cimitero cittadino.
Certo, certo: si poteva anche optare per un funerale discreto e sottotono, così come – ad esempio – oggi è perfettamente possibile organizzare un matrimonio spendendo unicamente il costo della marca dal bollo. Ciò nonostante, quasi nessuno (a parte me, coff coff) ama l’idea di organizzare in questo modo il suo Grande Giorno; per lo stesso motivo, a fine Ottocento quasi nessuno si sentiva a suo agio all’idea di dire addio ai propri cari in una cerimonia men che perfetta (cioè, men che sontuosa).
Il che comportava un problema economico non da poco – anche perché, auspicabilmente, ci si sposa una volta sola nella vita, mentre invece è dolorosamente possibile dover seppellire più di un parente nell’arco di poco tempo.

Come succede sempre quando una moda viene portata all’eccesso, a un certo punto si cominciò ad avvertire un senso di fastidio (e poi un vero e proprio impulso di rigetto) di fronte a tutto quell’apparato di cerimoniosità e dolore ostentato che, nell’Ottocento, s’accompagnava alla morte di un individuo. La Chiesa anglicana fu la prima ad esprimersi sul tema, dando il via nel 1880 a una Church of England Burial, Funeral e Mourning Reform Association che incoraggiava i fedeli a cercare “la semplicità, a discapito dello spettacolo” nell’organizzazione del triste giorno e del periodo di lutto familiare che sarebbe seguito.

Alla prova dei fatti, la maggior parte della popolazione restò attaccata alle tradizioni: il cambiamento dei costumi richiede sempre un certo tempo, e nessuno avrebbe voluto essere accusato di non aver sofferto abbastanza per la morte di un proprio caro. Fu un singolo evento storico, dalla portata dirompente, a dare una netta accelerata a quel cambiamento di costume che si cominciava appena a intravvedere. Non sorprendentemente, tutto cambiò quando nel 1914 i venti di guerra cominciarono a soffiare sull’Europa.

Lo spiega molto bene Lou Taylor nel suo saggio Mourning Dress, un interessantissimo approfondimento storico sugli usi e costumi occidentali del lutto, dal Medioevo ai nostri giorni. “Inizialmente, le convenzioni sociali furono mantenute, in particolar modo in Francia”, in un paese in cui – ci spiega l’autrice – il lutto era da sempre osservato con particolare intensità. “Lady Duff Gordon, che nel 1911 aveva inaugurato a Parigi una filiale della sua impresa di moda, ricordava in questi termini il drammatico effetto della guerra. Nel 1914, ebbe a scrivere: ‘Nell’arco di una singola settimana, Parigi aveva cambiato volto. Le strade erano piene di donne vestite di nero; le chiese erano affollate tutto il giorno. I negozi erano quasi deserti: la gente era troppo impegnata a fare lavori a sostegno della guerra per aver voglia di fare shopping. Per la prima volta in un secolo, la Parisienne era quasi indifferente a quello che indossava”.

In altri Stati europei, in cui le norme sociali riguardo al lutto erano tradizionalmente osservate in modo meno rigido, l’impatto della guerra sulla società fu, se non altro, meno visibile. Ad esempio, non mi sono mai imbattuta in descrizioni di città italiane affollate da vedove in gramaglie con veletta sulla faccia.
Sta di fatto che, a un certo punto, persino le Parigine dovettero scendere a patti con la dura realtà e ammettere a se stesse che non era il più caso di ostentare in modo così visibile il proprio dolore. Per dirla con le parole di Lou Taylor, col passar del tempo “i superstiti furono costretti a cercare un qualche modo per venire a patti con la perdita di una intera generazione di giovani uomini e la nascita di un nuovo esercito – quello delle vedove e degli orfani”.
E uno dei modi per venire a patto con la realtà fu anche il graduale abbandono dei rituali del lutto così come li si era sempre conosciuti. “In parte, si trattava di non abbattere il morale: sia quello dei soldati che si preparavano a partire per il fronte, sia quello della popolazione che sarebbe rimasta a casa. Per gli uni e per gli altri, sarebbe stata insostenibile la visione di milioni di donne di ogni età avvolte in gramaglie”.

Ma c’è di più. Fino a quell’epoca, portare il lutto non era solamente una questione di abbigliamento: ci si aspettava che gli individui che avevano appena subito una grave perdita trascorressero un lungo periodo di tempo sostanzialmente chiusi in casa, in una auto-estromissione dalla vita mondana che, almeno in teoria, avrebbe dovuto dar loro il tempo di affrontare privatamente la fase più acuta del dolore. Il che poteva anche avere una certa utilità, a seconda del temperamento dei singoli; il fatto è che, durante gli anni della prima guerra mondiale, la gran parte delle donne era entrata nel mondo del lavoro, svolgendo attività a supporto dello sforzo bellico. Queste lavoratrici in gonnella, costrette a rispettare turni di lavoro, non avrebbero avuto il tempo materiale di richiudersi in casa per il consueto periodo di lutto che ci si aspettava da una vedova. Ma non solo: quand’anche il datore di lavoro fosse stato disposto a venir loro incontro garantendo un periodo di pausa, sarebbero state probabilmente le donne a rifiutare con sdegno questa opportunità. Per i civili, era psicologicamente molto importante pensare di star sostenendo col lavoro in fabbrica lo sforzo eroico dei soldati al fronte. ‘Mio marito è morto, ma forse il proiettile che confezionerò oggi sarà quello che salverà la vita a mio fratello’: era aggrappandosi a pensieri come questo che le donne cercavano di andare avanti, animate da una operosità disperata che permetteva loro di sentirsi, in qualche modo, utili.

Scrive Lou Taylor: “alcune donne cercarono di trovare modalità alternative per indossare il lutto – modalità in grado di mostrare al mondo che stavano portando il lutto per uomini che non erano morti in modo normale ma che avevano dato la vita per la patria. Probabilmente, questo era anche un modo per razionalizzare e affrontare questi decessi – un tentativo di rendere un po’ più sopportabile la perdita e di sottolineare che i propri cari non erano morti invano”. Sicché, invece di vestire il lutto per mesi e mesi come s’era sempre fatto, molti civili presero l’abitudine di manifestare la loro perdita attraverso una banda di colore scuro, discretamente appuntata al braccio sinistro per il periodo di tempo che, originariamente, li avrebbe vincolati all’abito nero.

Quando la guerra finì, arrivò una pandemia a rincarare il concetto “qui stanno morendo tutti: non è il caso di ostentare troppo la tragedia, altrimenti l’umore nazionale crolla a picco”. E quando, alla fine, anche la pandemia giunse al termine, la società occidentale era cambiata al punto tale da essere sostanzialmente irriconoscibile: gli usi e i costumi che erano in voga nella Belle Époque sarebbero sembrati semplicemente assurdi a un uomo dei Roaring Twenties.

Divenne sempre più infrequente l’osservare un lutto di stampo vittoriano (per capirci: quello che prevedeva periodi di reclusione domestica, sconsigliava la partecipazione a eventi mondani e spingeva i sopravvissuti a indossare per mesi abiti di colore scuro). Significativamente, Lou Taylor sottolinea che queste consuetudini sopravvissero più a lungo (e in parte ancora sopravvivono) tra le classi sociali più umili e nelle famiglie nobili. Tutti quelli che stavano nel mezzo, cioè gli esponenti della media e alta borghesia, furono molto rapidi nel liberarsi di questi diktat sociali.

Ma anche l’aristocrazia seppe adattarsi al cambiamento dei costumi. Per citare l’esempio più eclatante – e cioè quello della Royal Family – basterà far notare che nel 1910, alla morte di Edoardo VII, la casa reale aveva imposto a tutti i membri della sua corte un periodo di lutto di dodici mesi. Quando Giorgio V morì nel 1936, il periodo di lutto si era drasticamente abbassato a tre mesi e fu di circa tre mesi anche nel 1952, alla morte del suo successore.
Settant’anni più tardi, siamo ben consapevoli del fatto che il protocollo da seguire in occasione della morte del principe consorte non possa in alcun modo essere paragonato a quello che detterà, un giorno, il lutto per la morte del monarca. E tuttavia, la morte di Filippo di Edimburgo potrebbe forse suggerire un ulteriore alleggerimento: Buckingham Palace ha infatti comunicato che la famiglia reale e la sua corte sarà tenuta a osservare il lutto per non più di due settimane (erano state tre nel 2002, quando a morire era stata la regina madre).

13 risposte a "Di come la Grande Guerra cambiò il nostro modo di vivere il lutto"

  1. Dolcezze

    Ehm…matrimonio con semplice marca da bollo???
    Sul lutto, nella mia vita ho assistito al passaggio dai due anni di lutto stretto per il padre al lutto solo per il funerale, a nessun lutto. Mia nonna paterna non tolse il lutto per il marito fino alla morte (16 anni)

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    1. Lucia

      Eh, ormai il lutto è davvero poco osservato in contesti “normali” (tipo, Royal Family a parte 😛 )
      Devo dire che, secondo me, potrebbe essere un peccato. Ognuno vive il lutto in un modo molto diverso a seconda del suo carattere (e della situazione, ovviamente), ma ad esempio io sono quel tipo di persona che quando non sta bene trae giovamento dallo starsene a casa sua a leccarsi le sue ferite, eventualmente in compagnia delle persone che sceglie lei. Nel mio caso, sarebbe probabilmente gradito il poter ricorrere a un codice di comunicazione capace di passare il messaggio “non c’ho voglia di vedere gente, piantala di chiedermi se usciamo a mangiare una pizza, grazie ma no”.
      Quindi insomma: non stento a capire il valore sociale che aveva il lutto, anticamente. E’ ovvio che non tutte le persone hanno la mia stessa indole (e per altri, magari, l’uscita in pizzeria è preziosa come l’ossigeno) e che comunque due anni di lutto sono oggettivamente lunghi prescindere 😅

      Riguardo al matrimonio con semplice marca da bollo: yep. Ho sempre detestato i matrimoni in grande stile con mille invitati, ricevimento, vestito da principessa e confettata (c’è gente che è affezionata all’idea e fa bene a organizzarsi il matrimonio come preferisce; io personalmente preferirei sotterrami). Quindi sì: mi sono sposata nel modo più semplice possibile, avendo come unico costo vivo quello delle due marche da bollo da presentare in comune per le pubblicazioni; avrei volentieri dato un’offerta alla parrocchia, ma il parroco l’ha rifiutata in virtù dei servizi che io avevo prestato gratuitamente in tanti anni di volontariato.
      A onor del vero sono a lungo stata in dubbio se aggiungere alla lista i 40 euro spesi per comprare una giacchina in saldo che si intonava alla perfezione con un velo da Messa che già avevo, ma visto che ‘sta giacchina la uso ancora oggi ho deciso che non conta 😛

      (Chiaramente, ci sono anche delle ottime vie di mezzo tra il Matrimonio Principesco Con Pranzone e la semplicità totale, eh! Però in genere le vie di mezzo rischiano di offendere chi ritiene di aver comunque diritto a un invito, quindi perché non cedere al fascino della semplicità totale? 😆)

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      1. Dolcezze

        Quando è morto mio padre non riuscivo proprio ad indossare i colori. Solo dopo alcuni mesi ho deciso, per amore di mio figlio, di aggiungere qualche colore ai grigi/blu/neri che indossavo. La luce nel suo sguardo mi ha detto che avevo ragione, ma mi è costato molto:avevo proprio bisogno del mio bozzolo, ma dovevo prima di tutto pensare al mio bambino.

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        1. Lucia

          Eh, guarda, non stento a crederti.
          Anche io, in genere, amo “portare il lutto” per qualche giorno prima e per qualche giorno dopo la data del funerale. Nel mio caso, non è tanto la necessità di chiudermi nel mio bozzolo (anche se grazie al cielo non mi è ancora capitato di vivere lutti così gravi come la morte di un genitore, quindi chi può dire come reagirò allora) ma è più che altro il conforto nel pensare che “sto facendo qualcosa” per il defunto. Come se i vestiti scuri fossero un piccolo omaggio al defunto, insomma.

          In un mondo come il nostro, in cui il valore simbolico dei vestiti si sta rapidamente perdendo e molti di noi si vestono sostanzialmente a caso, mi rendo conto che queste consuetudini possano sembrare obsolete.
          Io sono sempre stata molto attenta a quanto i miei vestiti dicono di me, quindi non stento a capirle 🙂

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          1. Elisabetta

            Io ho vissuto un lutto importante e una delle cose che mi ha dato più fastidio è il fatto che conoscenti che mi cercavano poco prima, cercassero di “tirarmi su” chiedendomi di uscire ecc. Mi è sempre rimasto il dubbio che si sentissero in colpa/ che provasseo pena. Quindi anche io apprezzerei i simboli “esteriori” per dire “lasciatemi in pace”. Però potrebbe anche essere una sorta di richiesta di trattameno speciale, specialment sul lavoro e fuori tempo massimo ( mansioni abbuonate per lutto anche dopo mesi non per buon cuore verso la persona in lutto ma perché frenati appunto da quel simbolo).

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          2. Lucia

            Io ho vissuto la cosa con una mia amica che anni fa ha subito un lutto molto grave. La tentazione di dirle “dai, usciamo” in effetti c’era perché obiettivamente sì, “faceva pena” in senso buono: la immaginavamo tornare la sera in una casa improvvisamente deserta e, boh, magari l’idea di uscire e distrarsi la poteva aiutare. Sotto un certo punto di vista trovo molto comprensibile la reazione della gente.
            All’atto pratico però la cosa non aiutava affatto questa mia amica in lutto, anzi i mille inviti la irritavano oltremodo (anche perché alcuni non si fermavano al primo “no” e insistevano, convinti di fare cosa gradita). Qualche tempo dopo, anche lei mi aveva detto di aver improvvisamente rivalutato il lutto vittoriano, quando la gente ti lasciava in pace “invece di atteggiarsi ad animatore turistico nel villaggio vacanze”, parole sue 😆

            Ovviamente mi rendo conto che dipenda molto dal carattere del singolo. Sicuramente ci sono persone per cui invece è importantissimo tornare il prima possibile a una vita “normale” e per cui le uscite con amici sono preziose come l’ossigeno. Forse la cosa migliore sarebbe stata, in un mondo ideale, la possibilità di scegliere liberamente per quanto tempo portare il lutto, senza giudizio per chi svestiva subito i panni neri ma rispettando la scelta di chi invece sceglieva di andare in giro indossando un metaforico cartello sulle linee di “statemi alla larga grazie”.

            In un mondo ideale eh 😅

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  2. sircliges

    Adesso capisco meglio quel brano di “Tre uomini in barca”, quando il protagonista in vacanza viene approcciato da un becchino che lo vuole portare a vedere le tombe, e non riesce assolutamente a capacitarsi che invece il protagonista non sia assolutamente interessato, e va a finire che il narratore scappa via mentre l’altro gli urla “lei è giovane, venga a vedere i teschi!”

    La mia infelice sintesi non rende quanto la scena è divertente.

    https://en.m.wikisource.org/wiki/Three_Men_in_a_Boat/VII

    He said:
    “Yuise a stranger in these parts? You don’t live here?”
    “No,” I said, “I don’t. You wouldn’t if I did.”
    “Well then,” he said, “you want to see the tombs—graves—folks been buried, you know —coffins!”
    “You are an untruther,” I replied, getting roused; “I do not want to see tombs—not your tombs. Why should I? We have graves of our own, our family has. Why my uncle Podger has a tomb in Kensal Green Cemetery, that is the pride of all that country-side; and my grandfather’s vault at Bow is capable of accommodating eight visitors, while my great-aunt Susan has a brick grave in Finchley Churchyard, with a headstone with a coffee-pot sort of thing in bas-relief upon it, and a six-inch best white stone coping all the way round, that cost pounds. When I want graves, it is to those places that I go and revel. I do not want other folk’s. When you yourself are buried, I will come and see yours. That is all I can do for you.”
    He burst into tears.

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    1. Lucia

      😆
      Beh, io però empatizzo col becchino: oggettivamente, certi cimiteri monumentali sono notevoli sotto un punto di vista artistico.
      A Torino esistono un paio di guide che organizzano dei tour tematici all’interno del bellissimo Cimitero Monumentale, per raccontare la storia di questo o quell’altro monumento (e di chi riposa al suo interno). Una volta con una amica ho partecipato a una di queste visite guidate e l’ho trovata molto interessante ed estremamente ben fatta, molto rispettosa del luogo. Alla fin fine, gli individui che nell’Ottocento avevano speso fior di denari per una tomba monumentale avrebbero voluto esattamente questo: essere ricordati nei secoli. Magari anche ricevere una preghiera dai posteri.

      Insomma, li consiglio per chi fosse appassionato al tema. Mi sembrano anche attività più sicure di altre, ora come ora, svolgendosi all’aperto 😜

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  3. mariluf

    Non mi sono vestita di nero per i miei genitori, (anni ’67/’689 ma mi sembrava normale e istiintivo per un po’ evitare spettacoli, radio, tv o frequentazioni estranee… avevo anch’io bisogno di leccarmi le ferite per un po’ da sola. Ciao!!!!

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  4. Elisabetta

    Continuo…
    La botta emotiva può arrivare anche mesi dopo il funerale, comunque.
    Sui colori non so dire, mi ricordo che pernil funerale di Pavarotti la moglie si presentò vestita di verde per rispettare appunto le richieste del marito. Chiaramente si può fare nel caso ci fosse intimità con il defunto, per rispettarne il volore.
    Ioncredo in generale sia rispettoso vestirsi in modo decoroso e sicuro a un funerale, cioè come ci si dovrebbe vestire in Chiesa, ma più elegante e più scuro ( non per forza nero. Mi vengono in mente gli americani che vanno ai funerali con abiti scollati e coeti, purchè neri.). Anzi proprio la mancanza di eleganza mi infastidisce in queste occasioni. D’inverno un cappotto o un giaccone scuro coprono tutto, ma d’estate presntarsi in jeans e maglietta , non so….sono snob?

    Anche io sono per i funerali modesti, conosco ben due coppie che nel 2020 non hanno posticipato il matrimonio proprio per non dover fare la sbaraccata, con la ” scusa covid”. Posso dirti che sono state cerimonie intimi e toccanti per i pochi presenti. 😁🥰

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