Come trasformare un omino di pan di zenzero in una bambola voodoo in poche, facili mosse

Quando ho letto per la prima volta questo aneddoto, ho pensato che si trattasse d’una superstizione popolare: sembrava uno di quei classici giochini portati avanti dalle ragazzotte nella scherzosa speranza di ingraziarsi la buona sorte.
Onestamente, non avrei mai pensato che potesse essere una cosa seria. E invece sì: ci fu un’epoca in cui per davvero la gente credeva che gli omini di pan di zenzero potessero essere utilizzati dalle streghe a mo’ di bambola voodoo!

A non essere ben chiaro è fino a che punto ci credessero anche le aspiranti streghe. Vale a dire: stiamo parlando di un timore popolare senza fondamento, o stiamo parlando di un rituale che davvero era portato avanti da quella minoranza di persone che realmente praticavano la magia?
Difficile dirlo; e tuttavia, è storicamente documentata in diverse zone d’Europa, tra il tardo Medioevo e l’aprirsi dell’età moderna, la convinzione che ci si potesse conquistare l’amore di un ragazzo intagliando nel pan di zenzero l’effige di un omino fatto a sua immagine e somiglianza. Le spezie esotiche contenute nell’impasto avrebbero acceso il desiderio dell’uomo che era stato rappresentato in quel fantoccio (o almeno così si mormorava); e se la donna fosse riuscita a far mangiare quel magico biscotto all’uomo che stava cercando di conquistare, l’effetto della magia sarebbe stato ancor più esplosivo. Il matrimonio era assicurato entro l’anno (o così almeno garantiva la diceria popolare).

La grande domanda è: qual è il livello di serietà con cui veniva portato avanti questo rituale? La mia forte impressione è che questo giochino fosse nato come uno svago scherzoso che, sì, veniva portato avanti dalle ragazze che cercavano l’amore… ma col sorriso sulle labbra, senza dar troppo peso alla cosa, come del resto capitava all’epoca per mille altri riti contadini di quel genere. Personalmente, ho seri dubbi che le fanciulle che per prime hanno iniziato a trastullarsi con questo giochetto fossero realmente convinte di poter soggiogare il loro amato grazie alla pratica di oscure arti arcane formato biscotto. Secondo me, il loro era più che altro wishful thinking mescolato a scherzosi riti di buon augurio.

Ma la situazione era destinata a cambiare col crescere della psicosi collettiva nei confronti della magia cattiva. Nei secoli della caccia alle streghe, i pamphlet che circolavano tra la popolazione mettevano realmente in guardia circa la possibilità che le fattucchiere compissero malefici utilizzando effigi della loro vittima predestinata. A detta degli inquisitori, i materiali più frequentemente utilizzati nel corso di queste pratiche diaboliche erano la cera e l’argilla, pazientemente modellate a far assumere loro le sembianze della persona da colpire; e tuttavia, anche i biscotti di pan di zenzero erano elencati come uno dei mezzi possibili attraverso cui lanciare maledizioni. In fin dei conti, era un timore plausibile: gli omini di gingerbread che circolavano in quel periodo erano molto più realistici dei biscottini stilizzati che conosciamo oggi, e talvolta arrivavano a un grado di dettaglio tale da riprodurre con esattezza le sembianze di una specifica persona. In un’epoca in cui la gente viveva nel terrore di essere maledetta da una strega di passaggio, la prospettiva che qualcuno potesse cuocere in forno un fantoccio fatto a tua immagine e somiglianza doveva effettivamente essere un pensiero non particolarmente rassicurante.  

Questo timore, attestato qua e là in tutta Europa, trovò particolare diffusione in Inghilterra a causa di due processi per stregoneria di cui si parlò a lungo: nel 1566 un certo John Walsh, bizzarro stregone catto-satanista (che aveva apparentemente appreso la magia oscura alla scuola di un sacerdote cattolico) aveva seminato il panico nella popolazione descrivendo nel dettaglio i mille modi attraverso cui i servi di Satana potevano creare potentissime bambole voodoo. Il popolino ne ricavò l’impressione che qualsiasi individuo con un minimo di manualità potesse creare malefici feticci a partire dagli elementi più comuni della vita di ogni giorno; e il panico aumentò quando nel 1578 una certa Mother Dutton fu condannata per stregoneria dopo aver confessato di aver compiuto molti malefici utilizzando proprio quella stessa tecnica.

A onor del vero, non mi risulta che vi siano mai stati processi per stregoneria nei quali gli imputati hanno realmente confessato di aver usato omini di pan di zenzero per i loro rituali (per quanto le deposizioni avessero chiarito che la cosa era tecnicamente possibile: a dar retta ai condannati, il materiale con cui costruire il fantoccio era perlopiù irrilevante. L’importante era l’effettiva somiglianza, che col pan di zenzero poteva certo essere ottenuta).

Nell’immaginario collettivo, però, fece forte presa l’idea che le streghe potessero scagliare malefici attraverso un innocente biscottino. Helen Ostovich, analizzando testi teatrali del Cinque- e del Seicento, fa notare che l’idea di una strega che maledice le sue vittime facendo mangiar loro omini di pan di zenzero fu particolarmente frequentata nella letteratura. A livello narrativo, si trattava di un’immagine ad effetto: ovviamente atterriva quell’orribile contrasto per cui un dolcetto delle feste diventa latore di morte. Ma c’era di più: donando alle sue vittime biscottini di pan di zenzero, la strega finiva con l’infantilizzare e demascolinizzare i malcapitati, trattandoli come bimbetti che addentano fiduciosi il dolcetto che la mamma porge loro sorridente. Una immagine indubbiamente suggestiva, per l’autore che vuole descrivere la subdola crudeltà della strega di turno: insomma, i gingerbread stregati erano la versione cattiva della mela di Biancaneve, ancor più ingannevoli e vili per il loro travestirsi da regalo di Natale.

Come spesso capita in questi casi, i timori che ho appena descritto andarono incontro a un’evoluzione col passar del tempo. Negli ultimi secoli dell’età moderna, svanito ormai il terror panico che la brava gente nutriva nei confronti delle streghe, restò il ricordo di quei gingerbread stregati che avevano angosciato generazioni di popolani (e che, del resto, erano citati in numerosi testi letterali). La gente cominciò allora a interpretare in chiave positiva queste antiche tradizioni, trasformandoli in superstizioni scherzose e in allegri rituali propiziatori: gli omini di pan di zenzero diventarono insomma dei piccoli amuleti che potevano essere cucinati per gli amici, a mo’ di auspicio per una buona sorte.

Tra il serio e il faceto, esisteva addirittura una tabella di corrispondenze tra la forma da dare al proprio gingerbread e il risultato che si sperava di raggiungere.

Un omino (o una donnina) di pan di zenzero avrebbe favorito la ricerca del vero amore; ma, per esempio, un biscottino a forma di cane avrebbe aiutato a trovare amici leali per la vita. Un maialino di gingerbread avrebbe donato prosperità e ricchezza; un biscottino a forma di bebè avrebbe favorito una gravidanza. Un omino di pan di zenzero con la testa di leone avrebbe donato forza, virilità e successo in battaglia… anche se i biscottini più desiderati dai bambini erano probabilmente quelli che avevano la forma di lettere dell’alfabeto. Si mormorava che mangiarli avrebbe donato loro la scienza infusa; e per il principio per cui the more the merrier, gli effetti del prodigio sarebbero stati direttamente proporzionali al numero di dolcetti consumati.

Quand’è che il gingerbread perse – per così dire – i suoi poteri magici?
Probabilmente, lo fece quando i biscottini cominciarono a diventare così economici e diffusi da far bella mostra di sé su qualsiasi tavola delle feste. Perso ormai quel fascino dell’esotico dato dalla rarità e dal costo elevato, cominciarono gradualmente a esser considerati nulla più che banali dolcetti delle feste.
Il che comunque non mi esime dal dispensare ai miei lettori questa perla di saggezza: nel dubbio, siate memori del passato. Mai accettare omini di pan di zenzero dagli sconosciuti.


Per approfondire:

  • Magical Transformations on the Early Modern English Stage di Lisa Hopkins e Helen Ostovich
  • The Oxford Companion to Sugar and Sweets a cura di Darra Goldstein
  • Aphrodisiac Foods: Bringing Heaven to Earth di Mirian Hospodar in: Gastronomica. The Journal of Food and Culture, 4, 4, (Autunno 2004)

13 risposte a "Come trasformare un omino di pan di zenzero in una bambola voodoo in poche, facili mosse"

    1. Lucia

      Sì, l’idea è veramente fenomenale. E in effetti ci sta tutta, oh, cioè: ha un suo senso 😂

      Affascinante venire a sapere che i biscotti alla Nutella non funzionano altrettanto bene allo scopo 😜 Questo sembrerebbe confermare ciò che scrivevano alcuni nella prima età moderna: il gingerbread funziona particolarmente bene allo scopo, perché si conserva molto a lungo nel tempo senza alterarsi. Questo permette alla magia di funzionare per anni e anni, secondo la logica. I biscotti alla Nutella evidentemente non sono altrettanto validi a scopo maledizione, perché scadono in pochi mesi 😜

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        1. Lucia

          L’idea che la durata della magia fosse direttamente proporzionale alla durata del materiale con cui era stata creata l’effige era, a onor del vero, un elemento “reale”, cioè realmente presente nei testi di magia. Non era solamente una fantasia del popolino, insomma.

          Mi pare che fosse stato proprio John Walsh, lo stregone che citavo nel post, ad aver dichiarato ad esempio che una “bambola voodoo” fatta in cera può esercitare il suo potere per circa due anni (essendo due anni, almeno secondo Walsh, il tempo che impiega la cera per decomporsi, dopo che è stata sepolta sottoterra). Quindi, se non viene spezzato prima da un contromaleficio, il maleficio ha effetto finché è in buono stato il supporto su cui è stato fatto.

          Questo era proprio un concetto presente nei libri di magia, ecco 😛

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  1. Pingback: La casetta di gingerbread? In realtà, ci abita la strega di Hänsel e Gretel! – Una penna spuntata

  2. Pingback: Alla ricerca del Natale autentico dei bei vecchi tempi andati – Una penna spuntata

    1. Lucia

      😆
      Ma in effetti secondo me sarebbe anche simpatico, raccontare questa storia agli amici (giusti) e poi regalar loro un “biscotto voodoo” personalizzato come si faceva una volta. Ovviamente con messaggi positivi, alla maniera medievale: ricchezza, buonaugurio, etc.

      Potrebbe davvero diventare una tradizione familiare divertente, se ben spiegata 😛

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