Lorica Patricii: la preghiera che trasformò in cervo san Patrizio

In un passaggio della Vita di San Patrizio scritta nel VII secolo dal monaco Muirchu, il santo che diventerà evangelizzatore dell’Irlanda si trova in serio pericolo di vita. Dopo essere entrato in conflitto con Loiguire, re pagano di quelle terre, Patrizio ha una premonizione su un grave pericolo che sta per abbattersi su di lui e sui suoi discepoli. Vale a dire: Loiguire ha ordinato ai suoi sgherri di tendere un agguato al vescovo cristiano e ai fedeli che lo accompagnano. I militi sono appostati, arco in mano, lungo un sentiero che attraversa un bosco, e che Patrizio è costretto a percorrere per poter tornare a casa.

Sembrerebbe una situazione senza via d’uscita, ma il prode Patrizio non si dà per vinto. Intonando una preghiera, invoca su di sé la protezione dell’Onnipotente: ed ecco, Dio interviene trasformando il santo in un possente cervo e facendo assumere ai suoi compagni le sembianze di altri animali del bosco. “Sotto copertura”, gli eroi della nostra storia non hanno alcun problema ad attraversare la foresta mimetizzandosi con la fauna silvestre: gli sgherri del re pagano rimangono con un palmo di naso e Patrizio ha modo di dimostrare la potenza del suo credo.

L’episodio è suggestivo per molteplici ragioni.

Se non fosse già abbastanza affascinante l’idea di un santo che si trasforma in un cervo in mutaforma dopo aver recitato una preghiera, lo studioso non può esimersi dall’aggiungere un dettaglio ancor più intrigante. Per come è narrata la vicenda, sembra quasi che l’agiografo l’abbia scritta con l’intento di cristianizzare il topos letterario del féth fíada, un elemento ricorrente nella mitologia irlandese pre-cristiana. Il popolo magico dei Tuatha Dé Danann (mitologiche creature antropomorfe che, secondo la leggenda, abitavano l’Irlanda in epoche lontane) ricorreva abitualmente a questa forma di magia quando si trovava in condizioni di pericolo simili a quelle vissute da san Patrizio. Nella necessità di nascondersi da occhi malvagi o di mimetizzarsi nell’ambiente circostante, queste creature ricorrevano al féth fíada per far scendere su di sé una specie di nebbiolina magica che li rendeva invisibili, permettendo loro di mettersi agevolmente in salvo.

Nel caso di san Patrizio, non v’è alcuna nebbiolina ad avvolgere il coraggioso vescovo; con un prodigio meglio adatto a un evangelizzatore, il santo assume le sembianze di un cervo (non a caso, l’animale cristologico per eccellenza).
Però, ‘nsomma, sorvolando sul dettaglio, rimane una analogia di fondo: in condizioni di pericolo, Patrizio riesce a mettersi in salvo con modalità che sarebbero state degne di un eroe irlandese precristiano.

Non è un caso. A dire il vero, la Vita di San Patrizio del monaco Muirchu è piena di episodi simbolici di questo genere. Di lì a poche pagine, ad esempio, Patrizio mostrerà la sua magnificenza sfidando due druidi a una gara di “magia”: potenti si mostrano gli incanti dei pagani, ma molto più potente è il potere che Cristo, in quel frangente, conferisce al santo, permettendogli di sbaragliare gli avversari.
Insomma: che san Patrizio riesca a eguagliare e a surclassare le “magie” tipiche dei pagani è un tema ricorrente della Vita composta da Muirchu. Non sorprendentemente, questo spunto fece breccia nell’immaginario popolare, e la suggestiva immagine di “san Patrizio cervo in mutaforma” spinse numerosi autori a ritornare sull’episodio.

In un’epoca che non conosciamo con precisione, un anonimo compositore si divertì a immaginare quali potessero esser state le parole esatte della preghiera con cui san Patrizio aveva ottenuto una grazia così prodigiosa. La preghiera fu messa per iscritto sotto il titolo di Lorica Patricii (letteralmente: l’armatura di Patrizio); in epoche successive, fu anche musicata e poi adattata all’Inglese moderno. Sotto il titolo di St. Patrick’s Breatsplate (o, alternativamente, The Deer’s Cry) è oggi un inno amatissimo dagli Irlandesi (e a buone ragioni: il testo è splendido!).

Ma la lorica di san Patrizio non s’apprezza bene se non si capisce che cos’è, esattamente, una preghiera lorica.
Che è, per darne una estrema sintesi, una forma di preghiera tipica del monachesimo irlandese, totalmente sconosciuta al resto della Cristianità. La si potrebbe definire una preghiera di protezione, nella quale il fedele invoca su di sé il potere della Trinità celeste a salvaguardia della sua salvezza fisica e spirituale.

Il termine deriva dal latino lorica, armatura, avendo come addentellato il celebre passo della lettera agli Efesini in cui san Paolo comanda alle prime comunità cristiane:  

Prendete l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State ben fermi, stretti i fianchi con la cintura della verità, rivestito il corpo con la corazza della giustizia e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete con voi anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio.

Giocando su questo immaginario militare, le loricae invocano il potere celeste affinché esso avvolga il corpo del fedele a guisa di invisibile e mistica armatura, preservando così le sue membra da ogni tipo di attacco.

Le più antiche loricae giunte fino a noi risalgono al VII secolo. Totalmente infondata, ma indubbiamente suggestiva, è la tradizione che man mano è andata sviluppandosi attorno a loro. Proprio come accadde per la preghiera che oggi conosciamo come “l’armatura di san Patrizio”, tutte le loricae più famose furono fantasiosamente attribuite a santi irlandesi celebri: e così, ad oggi, possiamo parlare della lorica di san Brendano o della lorica di san Colomba, fra le mille altre. Spesso, sono le stesse agiografie a raccontarci in quale contesto e in quale modo la preghiera servì a togliere d’impiccio il santo, indugiando lungamente sul fantastico e sul leggendario.

Pierre-Yves Lambert, autore di uno dei più recenti studi dedicato alle loricae, fa notare come tutte le preghiere si strutturino secondo uno schema prestabilito:

  1. Enumerazione delle entità che vengono invocate a protezione (tendenzialmente: la Trinità, Dio Creatore e Gesù Cristo; eventualmente, anche angeli e arcangeli e varie categorie di santi);
  2. Enumerazione delle parti del corpo per le quali si chiede la protezione ed enumerazione delle situazioni in cui si desidera che esse siano protette (es. “mentre dormo”, “quando sono sotto attacco”, “in ogni momento della giornata”);
  3. Enumerazione dei pericoli e degli ostacoli dai quali si chiede di poter scampare o che si chiede di poter sconfiggere;
  4. Richiesta che tale protezione possa condurre l’orante alla salvezza eterna;
  5. Ripetizione delle entità che erano state invocate all’inizio della preghiera (col fine sottinteso di “farle mettere al lavoro”, adesso che hanno potuto udire quella lunga lista di desiderata).

Il testo di alcune delle loricae più antiche sembra fornirci indicazioni suggestive sul modo in cui queste preghiere erano probabilmente recitate. Nella lorica Gildae, attribuita a san Gildas, troviamo ad esempio passi che recitano:

Per la tua beata croce – proteggi la mia testa.
Per la tua benedetta croce – proteggi i miei occhi.
Per la tua veneranda croce – proteggi le mie mani.
Per la tua santa croce – proteggi le mie viscere.

La frequente ripetizione delle invocazioni alla santa croce ha portato gli studiosi a formulare un’ipotesi che pare ragionevole: con ogni probabilità, la preghiera veniva recitata tracciando di volta in volta un segno di croce su ognuna delle parti anatomiche enumerate. Per le quali, fra l’altro, poteva capitare che si domandasse una protezione di tipo non necessariamente fisico.
Se le loricae più antiche hanno tutta l’aria di voler effettivamente schermare il corpo da pericoli fisici o da malattie, col passar dei secoli la sensibilità dei fedeli cominciò mutare. Sempre più di frequente, le loricae furono confezionate al fine di proteggere il fedele dal pericolo immateriale del peccato.  E così, ad esempio, nel Libro di Cerne del IX secolo, la richiesta che il fedele rivolge a Dio è quella di intervenire sul suo corpo per donargli “viscere che ti amino, un cuore che ti mediti, mani che ti tocchino, orecchie che ti odano, occhi che ti vedano, una lingua che ti predichi”.

E poi, ci sono poi addirittura delle preghiere che invocano la protezione di Dio su tutto lo spazio fisico che l’orante si trova ad abitare… se non addirittura sul corpo dei suoi nemici (col fine evidente di rendere innocue le loro trame). È questo il caso della lorica tradizionalmente attribuita a san Patrizio, che implorando la protezione celeste contro i “tranelli del diavolo, le tentazioni date dagli impulsi di natura e contro chiunque mi voglia far del male: vicino o lontano, solo o in un esercito”, invoca:

Cristo con me, Cristo davanti a me, Cristo dietro di me, Cristo in me.
Cristo sotto di me, Cristo sopra di me, Cristo alla mia destra Cristo alla mia sinistra.
Cristo sia al mio fianco ogni volta che mi corico, quando mi siedo, quando mi alzo.

Ma non solo:

Cristo sia nel cuore di ogni uomo che mi pensa e sulle labbra di tutti coloro che parlano di me.
Cristo sia in ogni occhio che mi guarda e in ogni orecchio che mi ascolta.

Che, a ben vedere, sono richieste di buon augurio se vengono recitate pensando ai propri amici, ma assumono diversa sfumatura se vengono recitate pensando a individui che guardano a te in modo men che benevolo. E calcolando che (se vogliamo dar retta alla tradizione agiografica) san Patrizio recitava questi versi mentre s’apprestava ad addentrarsi in un bosco pieno di sentinelle armate che avevano ricevuto l’ordine di “sparare a vista”, vien da sorridere nel leggere questa invocazione: grazie al potere celeste, il vescovo voleva proteggere se stesso ma anche e soprattutto rendere inermi i suoi nemici, “fulminandoli sulla via di Damasco” per renderli suoi discepoli.
Mica scemo.

Curiosi di sapere quali furono le parole esatte che san Patrizio pronunciò per ottenere tali prodigi?
Nella primavera 2020, il gruppo musicale Fiachra Ó Corragáin ha collaborato con un team di filologi e linguisti per cercare di ricreare correttamente la metrica e la pronuncia della lorica Patrici così come doveva esser cantata mille anni fa, in Antico Irlandese.
Enjoy.

Per approfondire: The World of saint Patrick, un saggio di Philip Freeman edito da Oxford University Press, ma anche e soprattutto Celtic loricae and ancient magical charms, un articolo di Pierre-Yves Lambert contenuto in Magical practice in the Latin west: papers from the International Conference held at the University of Zaragoza, 30 Sept.-1 Oct. 2005

2 risposte a "Lorica Patricii: la preghiera che trasformò in cervo san Patrizio"

  1. Pingback: L’avventura cavalleresca del prode Owein, che ebbe modo di viaggiar nell’Oltretomba – Una penna spuntata

  2. Murasaki Shikibu

    Davvero affasinante, e molto suggestive anche le musiche, ma… cos’è questa storia del cervo animale cristologico per eccellenza? Ero rimasta all’agnello, il pellicano e i pesci. Sapevo che il Re Cervo nella mitologia celtica viene sacrificato per dare nuova vita a uomini, piante e animali con l’arrivo della bella stagione, ma per quanto ne sapevo era un rituale decisamente pagano!

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