Babbo Natale a Rovaniemi? Ci si trasferì nel 1939, a causa della guerra con la Russia

Dove vive Babbo Natale?

Fino a un centinaio d’anni fa, la domanda restava volutamente inevasa: Babbo Natale, naturalmente!, viveva nel mondo della fantasia; probabilmente, non lontano dai distretti in cui abitavano re Artù, il topino dei denti, i draghi e i mostri notturni. L’indeterminazione e la vaghezza aggiungevano magia: senza troppe pretese di realismo, Babbo Natale apparteneva a quel mondo sospeso che è e non è, proprio come fanno tanti altri personaggi fiabeschi. E forse immaginarlo in questa foggia era ancor più bello, secondo il mio personalissimo parere.

Certo, esistevano alcune tradizioni locali che si proponevano di dar risposte più concrete alla curiosità “da dove viene Babbo Natale?”. In Olanda (e, per estensione, nelle comunità di expat olandesi negli Stati Uniti) esisteva la bizzarra convinzione che Santa Claus vivesse ordinariamente in Spagna (e sugli schermi di Aleteia avevo scritto qualcosa di più sul perché di questo curioso dettaglio, nato negli anni della Controriforma ma conservatosi intatto fino al tardo Ottocento). In alcune zone degli Stati Uniti, Babbo Natale era frequentemente raffigurato come una via di mezzo tra il giocattolaio e il mago buono, nato chissà quando in un indeterminato nord della Germania. Ma, nella maggior parte dei casi, i libri di fiabe descrivevano la casa di Babbo Natale come un grande castello fatto di ghiaccio (qualcosa di molto simile alla casa di Elsa di Frozen, probabilmente), collocato in un mondo fatato che il vecchio abbandonava solamente il 24 dicembre, per una rapida incurione terrestre andata e ritorno.

La collocazione al Polo Nord? Quella risale al 1886: a ipotizzarla fu Thomas Nast, il vignettista statunitense che più di tutti contribuì a fissare l’iconografia di Santa Claus con una serie di illustrazioni a tema che apparvero annualmente sull’Harper’s Weekly a partire dal 1863. Ebbene: sul finire degli anni ’80, al disegnatore americano fu richiesto di dipingere Santa Claus all’interno della sua abitazione, intento a vivere la sua vita di ogni giorno; Nast replicò offrendo al suo pubblico qualche scorcio della casa di Babbo Natale, che aveva sede (come si legge in una delle didascalie dell’immagine) a Santaclausville, N.P.

N.P. sta per North Pole, un luogo che di certo non è un mondo fatato; c’è però da sottolineare che, nel momento cui Nast dava alle stampe la vignetta, il circolo polare artico era ancora largamente inesplorato e nessuno aveva un’idea precisa di cosa si nascondesse davvero nel mezzo di quelle lande ghiacciate. Potenzialmente, era assolutamente “plausibile” immaginare che proprio lì, in mezzo alle nevi eterne, avesse sede quel meraviglioso palazzo di ghiaccio in cui molti credevano che vivesse Babbo Natale: certo, nessun avventuriero aveva mai avuto la ventura di avvistarlo… ma ehi, le esplorazioni artiche erano appena agli albori!

Anni dopo la morte di Thomas Nast, il nipote dell’artista ebbe modo di dichiarare che queste considerazioni erano state in effetti una delle ragioni che avevano spinto suo nonno a scegliere questa particolare collocazione per la casa di Santa Claus. Ma ancor più aveva pesato il fatto che il Polo Nord non fosse Stato sovrano, e anzi fosse grossomodo equidistante da tutti i Paesi che si affacciano sul circolo polare artico: insomma, le coordinate geografiche della casa di Babbo Natale erano state scelte da Nast con grande cura, proprio per trasmettere al suo pubblico un messaggio apolitico di universalità.

Se erano questi i presupposti che avevano animato Thomas Nast, è facile immaginare che l’illustratore si sia rivoltato nella tomba quando, qualche decina d’anni dopo, Babbo Natale fu costretto a cambiar casa. Effettivamente, è difficile immaginare un trasloco più politicizzato di quello.

Correva l’anno 1939 e venti di guerra soffiavano sull’Europa. Hitler aveva già invaso la Polonia, ma paradossalmente questo non ci interessa più di tanto; a essere veramente rilevante nella storia di Babbo Natale è un altro conflitto che scoppiò, non lontano, nel dicembre 1939: vale a dire, la guerra russo-finlandese.

Riassumerne le cause è qualcosa di vagamente straniante, perché pare di star scrivendo una cronaca giornalistica e non una pagina di Storia: la vicinanza politica che legava la Finlandia agli Stati occidentali impensieriva da tempo l’Unione Sovietica (e non a torto: nel 1919, Helsinki aveva effettivamente concesso alle potenze europee di utilizzare le sue basi navali per sferrare attacchi alla Russia). C’erano poi dei territori contesi, su cui sia Russia che Finlandia rivendicavano la sovranità; e, globalmente, da parte sovietica v’era la marcata convinzione che l’ideologia filo-occidentale di Helsinki potesse mettere in pericolo la politica portata avanti dal governo di Mosca.

Insomma: in questa perfetta rappresentazione del concetto di “corsi e ricorsi della Storia”, l’Unione Sovietica dichiarò guerra alla Finlandia il 30 novembre 1939. L’aggressione destò notevole sdegno nell’opinione pubblica internazionale: in parte, perché l’attacco fu considerato del tutto ingiustificato; in parte, perché l’Unione Sovietica non godeva esattamente di grandi simpatie a Occidente; in parte, perché v’era l’opinione diffusa che il 1939 non fosse esattamente il momento giusto per aggiungere benzina al fuoco in un’Europa che somigliava sempre più a una polveriera ormai prossima all’esplosione.

E fu proprio in questo contesto che ebbe luogo il colpo di scena natalizio che nessuno immaginerebbe. Era ormai il mese di dicembre, mancavano pochi giorni a Natale e l’aggressione russa alla Finlandia proseguiva con violenza, suscitando un senso di crescente offesa negli osservatori internazionali. E un giorno, collegandosi in diretta radio da Helsinki, il giornalista statunitense che lavorava come corrispondente di guerra alla CBS aprì il suo reportage dicendo di essere “in linea dalla Finlandia, il paese dove ha avuto origine la leggenda di Santa Claus e delle sue renne”; nei giorni immediatamente successivi, altri commentatori si unirono al gioco osservando che, a quanto si mormorava in giro, anche Santa Claus era da qualche parte in Finlandia, poverino, essendo quella la nazione in cui lui abitava ordinariamente.

Non era vero niente, sotto molteplici punti di vista.
Di certo, era un totale falso storico il fatto che fosse la Finlandia “il paese in cui ha avuto origine la leggenda di Santa Claus”; fra l’altro, non si può nemmeno dire che il culto di san Nicola fosse stato particolarmente vivace, in quel lembo di terra. Fino al tardo Ottocento, nella penisola scandinava, a portare i regali di Natale ai bimbi buoni era stato lo Julbok, un misterioso essere dalla forma caprina; a fine secolo, a prendere il suo posto erano stati i nisser, piccoli folletti che si mostravano benevoli con chi li onorava a dovere. Santa Claus era una figura virtualmente inesistente nel folklore scandinavo: aveva cominciato a farsi conoscere nelle prime decadi del Novecento grazie alla progressiva americanizzazione di quelle zone… ma si trattava, per così dire, di un prodotto di importazione, che di certo non aveva “avuto origine” in quelle terre.

Né si può dire che i Finlandesi si fossero mai sognati di millantare una particolare familiarità col vecchio barbuto. C’era stata, sì, un’eccezione di rilievo: nel dicembre 1927, conducendo un programma radiofonico per bambini, il presentatore Markus Rautio aveva scherzosamente ipotizzato che Babbo Natale potesse vivere da qualche parte in Lapponia; una regione che, a suo dire, presentava l’habitat perfetto per lui, con abbondanza di nevi su cui far correre la slitta, muschi di prima scelta per sfamare le renne, vodka in quantità per tenersi allegro nelle notti solitarie (!) e inverni lunghi e isolati, ottimi per chi non ama mescolarsi alla gente. Il presentatore riteneva anche di aver trovato una possibile collocazione per la casa di Babbo Natale: Korvatunturi, un piccolo monte posto sul confine orientale della Finlandia. In lingua locale, il nome dell’altopiano significa letteralmente “Monte Orecchio”: e a Rautio era piaciuto immaginare che il toponimo fosse un rimando ai magici poteri di cui erano intrise quelle rocce montane. A suo dire, abitando sul Monte Orecchio, Babbo Natale sarebbe stato in grado di ascoltare di lontano tutto ciò che dicevano i bambini, verificando in tal modo la loro bontà di cuore (o la loro cattiveria!).

Ma, fino al 1939, quelle parole erano rimaste un caso isolato: vale a dire, non risulta che in Finlandia si stesse gradualmente sviluppando una tradizione secondo cui, effettivamente, Babbo Natale viveva tra le rocce del Korvanturi. A dare a Santa Claus una provenienza lappone furono, nel 1939, i commentatori statunitensi: ma, per dirla con le parole di Judith Flanders, «la sua nuova residenza in Finlandia era puramente politica, finalizzata a sottolineare la buona fede di una nazione bombardata incessantemente dall’Unione Sovietica». Insomma: una mossa di propaganda a favore dello Stato amico per cementare nell’opinione pubblica il suo ruolo di vittima innocente; la stessa identica operazione che si potrebbe ripetere oggi se qualcuno iniziasse a dire che il povero Babbo Natale abita in realtà a Kiev (e speriamo in bene che i bombardamenti non gli impediscano di fare il suo lavoro, quest’anno. In caso contrario, sapremo chi ringraziare).

Un poster di propaganda conservato negli US National Archives. Sì, è autentico!

Non fu peraltro Babbo Natale l’unico tra i portatori di doni a vedersela brutta, in quegli anni. A partire dal dicembre 1940, quando la seconda guerra mondiale infuriava ormai in tutta Europa, il sindaco di New York cominciò a organizzare annualmente delle cerimonie in cui, nel corso del mese di dicembre, dava il suo benvenuto ufficiale a San Nicola, impersonato da un figurante che sbarcava da una delle navi che attraccavano alla foce del fiume Hudson. In questo caso, l’allusione neanche troppo implicita era a una fuga rocambolesca di San Nicola, costretto a sfollare dalla nativa Europa con status di rifugiato politico: a minacciare la sua madrepatria, in questo caso, erano le mire espansionistiche di Hitler, ma poco cambiava ai fini del messaggio di fondo – i perfidi dittatori europei mettono in pericolo persino i beniamini della nostra infanzia!

A differenza del prudente San Nicola, Babbo Natale non lasciò mai la sua casa in Finlandia. Resistette stoicamente sul posto per tutta la durata del conflitto russo-finnico e poi della seconda guerra mondiale, ormai divenuto elemento di propaganda utilizzato spesso e volentieri dal governo per compattare il morale e la resistenza della popolazione. A partire dal primo dopoguerra, cominciò addirittura a farsi vedere in giro: di tanto in tanto, nel mese di dicembre, un figurante vestito da Babbo Natale si aggirava per i villaggi di Rovaniemi e Napapiiri, alle pendici del monte Korvatunturi, per la delizia di adulti e bambini. E, di lì a poco, emerse che persino il magico vecchietto aveva beneficiato degli aiuti economici dell’UNRRA, organizzazione umanitaria precorritrice dell’Unicef: nel 1950, Eleanor Roosevelt, nelle vesti di delegato USA per l’Assemblea generale dell’ONU, volle visitare la Finlandia per verificare l’andamento della ricostruzione post-bellica della Lapponia. Scherzosamente, col sorriso sulle labbra (e la mente già proiettata verso iniziative turistiche da realizzare in un futuro prossimo), il governo finlandese organizzò il tour in modo tale che Eleanor Roosevelt potesse prendersi qualche minuto di tempo per verificare la ricostruzione di un edificio del tutto particolare: il piccolo cottage in legno che Babbo Natale aveva adibito a ufficio postale e nel quale da poco tempo aveva potuto ricominciare a smaltire la corrispondenza dei bambini di tutto il mondo. Il tutto, grazie alla preziosa e fattiva collaborazione economica dell’ONU!

Eleanor Roosevelt visita l’ufficio postale di Babbo Natale a Rovaniemi, ricostruito “grazie agli aiuti economici ONU”

Ancor oggi, a Rovaniemi, esiste la piccola struttura in legno del Roosevelt Cottage, rimasta immutata nonostante il passar degli anni. Col tempo, però, nuovi edifici le si sono affiancati: oggigiorno, il Villaggio di Babbo Natale è un vero e proprio parco divertimenti che accoglie turisti dodici mesi all’anno, in un’atmosfera da fiaba resa ancor più magica dalle luci sfavillanti dell’aurora boreale. E, pensate un po’: il tutto, grazie alla preziosa e fattiva collaborazione dell’ONU della propaganda di guerra anni ’40. Chi avrebbe mai pensato che la magia del Natale potesse spingersi fino a questo punto?

Per approfondire:

Judith Flanders, Christmas. A History (Picador, 2018)
Nick Page, Christmas. Tradition, Truth and Total Baubles (Hodder & Stoughton, 2020)

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