Amor de lohn: la nobiltà di un amore di lontano

Amico pre-moderno che all’inizio dell’estate hai ansiosamente cominciato a leggere il mio Manuale di seduzione per l’uomo medievale che non deve chiedere mai – dimmi, adesso che l’estate volge al termine: sono stati mesi produttivi?

Se la risposta è no, non disperare.
Se ti sei innamorato ma lei t’ha mandato in bianco, se t’ha detto “preferirei piuttosto un attacco di diarrea”, se sei caduto come una pera cotta ma lei è inflessibile o proprio t’è mancato il coraggio di dichiararti: no panic, amico mio. Quantomeno non sei stato ferito nell’onore: hai ancora una chance per salvare la faccia. Puoi sempre dichiarare al mondo che hai scelto di amare del più nobile degli amori cortesi: l’amore di lontano.
Ne parliamo oggi in una nuova puntata di

Un Flirt Cortese
Manuale di seduzione per l’uomo medievale
che non deve chiedere mai

Nei primi anni Settanta, Henri-Irénée Marrou ebbe a dire che “forse non si possono comprendere i trovatori se non si sono scoperti e amati a sedici anni”: il periodo migliore in assoluto, secondo lui, per rispecchiarsi in quei versi che cantano un amore così particolare, così simile “alla timidezza di un amore adolescente, ancora casto eppure già ardente”.

Io credo e spero che si possano apprezzare i trovatori anche se li si scopre in età ben più avanzata; in ogni caso, per la gioia di Marrou, io avevo esattamente sedici anni quando li scoprii sui banchi di scuola, grazie a un professore che aveva avuto l’oculatezza di conquistarci tutti avviando il suo programma con una lunga full immersion sull’amor cortese. (Piacque moltissimo a tutti. Consiglio molto).

Ebbene: in quel frangente, il nostro professore ebbe gioco facile nel dirci di immaginare l’amore di lontano come un qualcosa di molto simile alla cotta adolescenziale per il personaggio dello spettacolo dei cui poster c’eravamo probabilmente tappezzati la cameretta. Un amore che ai ragazzi piace coltivare pur nella consapevolezza che non c’è speranza alcuna che si concretizzi; un amore che probabilmente piace proprio perché impossibile. “Favoleggiare su Di Caprio o Nicole Kidman”, ci disse il professore, “è bello perché possiamo immaginarli come personaggi di fantasia. Ma se per assurdo doveste mettervici assieme per davvero, finirebbe la magia perché scoprireste che hanno anche loro dei difetti. Il bello di queste cotte sta proprio nel fatto che si ama di lontano un personaggio inesistente, che ci immaginiamo noi secondo i nostri gusti”.

Inappuntabile. A distanza di anni, oggettivamente, mi sembra il modo migliore in assoluto per presentare a una classe di adolescenti il concetto di amor de lohn: quell’amore di lontano che legava i trovatori a donne che non solo erano al di fuori della loro portata: erano anche al di fuori del loro campo visivo. Cioè, erano fisicamente lontane dall’uomo che le amava; nei casi più eclatanti, non erano nemmeno al corrente dell’esistenza in vita di quel trovatore che dedicava loro i suoi versi più struggenti.

Il più emblematico rappresentante dell’amore di lontano è sicuramente Jaufré Rudel, un trovatore aristocratico di cui non sappiamo assolutamente nulla se non che nacque nel 1125, fu principe di Blaye e nel 1147 partì per la crociata, finendo col morire in oltremare. Tutte le altre informazioni che abbiamo sul suo conto ci arrivano da una Vida, cioè da una biografia letteraria che fu composta per accompagnare le sue opere. Lo scopo delle Vidas non era essere attendibili bensì contribuire a creare un mito attorno alla ‘figura pubblica’ del trovatore; dunque, vanno prese con le pinze le informazioni che leggiamo, riguardo a come Jaufré Rudel

si innamorò della contessa di Tripoli senza mai neppure averla vista, ma colpito da quanto ne aveva sentito dire dai pellegrini che tornavano da Antiochia. E scrisse su di lei molte canzoni, con belle melodie e semplici parole. Spinto dalla volontà di vederla, si fece crociato e si mise per mare; ma durante il viaggio in nave si ammalò ed era già moribondo quando sbarcò a Tripoli e fu condotto in un albergo.
Tutto questo fu fatto sapere alla contessa; ed ella andò da lui, al suo letto, e lo prese tra le sue braccia. Ed egli seppe che quella era la contessa, e in quel momento recuperò l’udito e il respiro e ringraziò Dio per averlo tenuto in vita fino a che potesse vederla; e così morì tra le sue braccia.

Al lettore moderno casca la mascella mentre pensa “ma che è ‘sta depressione?”; la lettrice medievale, invece, si emozionava un sacco al pensiero di questo amante così casto e così devoto, che per amore della sua bella aveva felicemente dato la vita.

Ora: al di là di quanto poeticamente racconta la sua biografia, non abbiamo la più pallida idea di quali siano le circostanze che hanno determinato la morte del povero Jaufré. A onor del vero, non sappiamo nemmeno se questa contessa di Tripoli gli piacesse per davvero: nelle sue poesie, Jaufré canta il suo amore per una donna lontana che però rimane senza nome.
Ad ogni modo: di qualcuna, il nostro principino era sicuramente innamorato. Ed è con questi versi che il trovatore descrive il suo sentimento sublime e doloroso:

Giammai d’amore non prenderò gioia,
se non di questo amore di lontano
ché più bella non v’è, né di più valente,
in alcun luogo, vicino o lontano. […]
Dice il vero chi ghiotto mi chiama,
e bramoso d’un amore di lontano:
null’altra gioia tanto mi piace
quanto il gioire d’un amore di lontano.

Ma ciò che vorrei, m’è stato negato.
Una maledizione scagliò il mio padrino:
cioè che io amassi, senza esser riamato.
Ed ecco: ciò che vorrei, n’è negato.
Maledetto sia sempre il mio padrino
che mi gettò in sorte d’amare non amato.

Accantonando per amor di discussione qualsiasi tipo di commento su quel simpaticone del padrino di Jaufré, sarà il caso di sottolineare una cosa: sotto sotto, pur nello strazio, il trovatore non disdegnava poi così tanto la situazione.
Anzi, lo dice proprio: potrebbe avere mille donne (il suo status di certo glielo consentirebbe), ma lui desidera solo il suo amore impossibile: “null’altra gioia tanto mi piace quanto il gioire di un amore di lontano”.

Era uno scemo masochista?
Beh, era un trovatore medievale che cantava l’amor cortese (qualcuno potrebbe anche dire che le due cose si equivalgono).
In un contesto culturale in cui era accettata come cosa ovvia l’eventualità di innamorarsi di una donna che non si sarebbe potuta avere perché era già sposata con un altro; in un contesto culturale in cui il “bello” dell’amore non era tanto la soddisfazione del desiderio quanto più il percorso di crescita interiore compiuto da chi voleva rendersi degno dell’affetto della dama: in quel contesto, era solo questione di tempo prima che qualche matto tirasse fuori dal cappello l’idea che l’amore è ancor più nobile se è indirizzato a una donna che è letteralmente al fuori della tua portata.
Lontana chilometri e anni luce dalla tua portata.

Chi ama di un amor de lohn, insomma, ama in un modo totalmente puro e disincarnato; ama per il gusto stesso di amare. Ama di un sentimento che cresce di giorno in giorno perché è alimentato da un desiderio che non potrà mai esser saziato e da un piacere può solo esser vagheggiato. E dunque, proprio per questo è più bello.
La lontananza, insomma, è un ostacolo alla soddisfazione fisica dell’amore (che del resto, in molti casi restava insoddisfatto già a prescindere). Ma, paradossalmente, è una potente alleata del sentimento amoroso in sé e per sé: questo, abbandonate tutte le pulsioni più terrene, vive esclusivamente nella mente e lì raggiunge la perfezione e si sublima.

Certo: non è sempre rose e fiori, amare di un amore di lontano. Nelle poesie dell’amor de lohn compare ripetutamente, quasi ossessivamente, la sottolineatura di tutta quella sintomatologia propria del mal d’amore, che in questo caso il poeta non potrà nemmeno alleviare con la contemplazione della sua bella. È ancora Jaufré Rudel a cantare, dolente:

Amor mio, di terra lontana,
quando vi penso, il cuore mi duole,
né posso trovar medicina. [...]
Ché io non posso averla vicina,
e per questo nel fuoco son gramo: […]
sera e mattina, boccheggio e anelo
a quella che “amore” io chiamo.
La voglia rende la mente mia insana,
la brama ruba tutto il mio sole;
la sofferenza spegne ogni mia gioia
con puntura più acuta che spina.

Certo: non è facile amare qualcuno d’un amore di lontano; questo, nessun trovatore l’ha mai negato. Eppure, l’amor de lohn possiede, per sua stessa natura, un grado di perfezione che lo rende a suo modo desiderabile. Come commenterà Andrea Cappellano, il grande teorico dell’amor cortese, l’amore

raro e difficile unisce gli amanti in un vincolo più ardente e avvince i cuori in un desiderio più stretto e determinante: infatti, la fedeltà nasce nell’impeto del turbamento e la perseveranza si riconosce nelle avversità. Il riposo ha sapore più dolce per chi è stanco di molte fatiche e non per chi vive nell’ozio continuo, e la fresca ombra piace di più all’accaldato e non a chi vive in un clima mite.

E nelle giornate di grande afa, persino immaginare il freddo invernale può dare un po’ di ristoro. Proprio dalla sua immaginazione trae conforto la dama immaginaria che Raimbaut d’Aurienga sceglie come narratrice di una chanson de femme (vale a dire: una poesia scritta da un autore maschio che però si finge femmina. La sfida letteraria stava proprio nel rappresentare in modo credibile i sentimenti femminili, mostrando così la propria maestria).
Innamorata di un vassallo che presta servizio per un re straniero, e dunque è costantemente lontano, la dama si rivolge poeticamente al vento che in quel momento sta sospingendo la nave del suo amato e lo prega di carezzare il corpo di lui col suo dolce soffio.

Alte onde che soffiate sul mare,
che andate qua e là dimenate dal vento:
sapete darmi notizie del mio amico?
Passò di là? Non lo vedo tornare.

Oh, Dio, l’amore!
Ora dà gioia, ora dolore.


Oh venticello, che vieni da lì
dove il mio amico adesso riposa:
portami un sorso del suo sorriso.
Soffia leggero sulle labbra che schiudo.

Oh, Dio, l’amore!
Ora dà gioia, ora dolore.

5 risposte a "Amor de lohn: la nobiltà di un amore di lontano"

    1. Lucia

      Eh, ho ben presente il problema! Anche io e marito, appena sposati, abbiamo passato dei periodi in cui non ci vedevamo per mesi causa trasferte di lavoro!
      Certo, alle dame medievali che si sposavano con cavalieri che partivano per la crociata, probabilmente andava ancora peggio 😛 ma insomma…

      "Mi piace"

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