De puella a lupellis servata: la versione medievale e cattolica di Cappuccetto Rosso

Avete presente quelle bizzarre interpretazioni psicanalitiche di Cappuccetto Rosso, per cui la fiaba è una metafora dell’iniziazione sessuale della fanciulla, il vermiglio dei suoi vestiti rappresenta il primo sangue mestruale (a esser ottimisti), e l’incontro con il lupo e il cacciatore alludono, in realtà, ad tutt’altro tipo di incontri?
Ecco: con buona pace di queste interpretazioni (ché poi, è sempre molto difficile risalire alla vera origine di una fiaba), Cappuccetto Rosso potrebbe avere una genesi molto diversa da quella di cui sopra.
Per la precisione, potrebbe essere nata con un sermone altomedievale per seminaristi.

Cappuccetto Rosso Jessie Smith

La Cappuccetto Rosso di Jessie Wilcox Smith

Siamo nella scuola della cattedrale di Liegi, attorno all’anno 1023. Ecberto di Liegi, che per l’appunto è insegnante in questa prestigiosa scuola, non si accontenta di tenere le sue lezioni in cattedra, ma decide di reinventarsi come… autore di libri di testo. Nasce così il suo Fecunda Ratis, un manuale antologico per gli studenti del Trivio, pieno zeppo di aneddoti, racconti, facezie a sfondo morale.
Una di queste è la favola che Ecberto intitola De puella a lupellis servata, letteralmente “La fanciulla risparmiata dai lupacchiotti”.
Ora, amici: io ve la ricopio paro paro, poi ditemi voi se non si potrebbe cambiare il titolo in “Cappuccetto Rosso in salsa cattolica”.

La storia che narro, la gente del villaggio la può ripetere con me; e non dovete meravigliarvi, ma anzi farete bene a credere fermamente che tutto sia vero.
Un tale condusse una bambina sul fonte battesimale e le donò un abito di lana rossa (il Battesimo, infatti, ebbe luogo a Pentecoste). L’indomani, la bambina, che aveva cinque anni, uscì di casa e si mise a vagare senza meta, incurante dei pericoli che poteva correre. Ed ecco, la catturò un lupo, e la trascinò nella foresta selvaggia e profonda. L’aveva portata lì come preda per i suoi cuccioli, e infatti la gettò in pasto a loro, perché la divorassero.
I lupacchiotti si precipitarono su di lei, ma, aperte le fauci non riuscirono a morderla, anzi si misero a leccarle la testa, come se fossero cagnolini mansueti. La bambina disse loro “Vi proibisco, animaletti miei, di rovinare o fare a pezzi questo mio bel vestito, che mi ha regalato il mio padrino nel giorno del mio Battesimo”. E Dio, loro creatore, rese mansueto il cuore selvaggio di quelle belve.

Eh beh.
Certo, certo, la versione di Perrault è piuttosto diversa, e senz’altro la storia dev’essere passata di bocca in bocca subendo chissà quante trasformazioni, prima di cristallizzarsi nella versione che conosciamo tutti.
Però, dai, è innegabile che questa narrazione (tratta, del resto, da un’antologia divenuta poi molto popolare nel Medioevo…) sia da annoverare tra gli antenati della fiaba più famosa.

E potrei anche chiudere qua, ma sono troppo nerd per farlo, quindi aggiungo qualche noterella a margine su quegli elementi che rendono la favola di Ecberto così interessante anche da un punto di vista storico-ecclesiastico.

La morale: il Battesimo è importante!
Con buona pace di chi (me compresa) si scandalizza di come oggigiorno siano, spesso, le stesse parrocchie a spostare sempre più in là l’età media dei battezzandi, possiamo consolarci pensando che… “si stava peggio quando si stava meglio”.
Nel cristianissimo Medioevo europeo, era comune che i bambini venissero battezzati quand’erano già grandicelli. La nostra Cappuccetto Rosso va al battistero all’età di cinque anni, e Ecberto – a ragione – mostra di non trovarci niente di strano. All’epoca, non era ancora in voga la consuetudine di battezzare il bimbo quand’era ancora in fasce. Tra i popolani, molti non comprendevano nemmeno l’urgenza di battezzare quanto prima il neonato; in tal senso, anche la Chiesa ci metteva del suo, officiando i Battesimi solo due domeniche all’anno (Pasqua e Pentecoste). ‘nsomma: se per X ragioni non riuscivi a organizzarti per la tal data, poteva anche capitare di dover aspettare un anno per la successiva ‘domenica utile’.
Conoscendo questo scenario, la morale della favola di Ecberto diventa molto chiara: genitori, il Battesimo è importante! Vedete bene quali poteri soprannaturali ha! Pensate un po’ che brutta fine avrebbe fatto Cappuccetto Rosso, se i suoi genitori avessero tardato ancora un po’ a battezzarla! Al posto di Cappuccetto Rosso potrebbe esserci il vostro bimbo: ordunque, non perdete tempo, e correte a battezzarlo non appena vi è possibile!

Ma era davvero un cappuccetto rosso?
Non ho capito bene per quale ragione, ma tutti gli storici che hanno analizzato la favola di Ecberto si sono arrovellati nell’angoscioso interrogativo “ma che tipo di indumento era esattamente il vestito rosso indossato dalla bambina?”.
Ma chi se ne importa, mi vien da dire. Se anche non era un cappuccio ma era una gonna a ruota, questo cambia così tanto l’economia della storia?
A quanto pare sì, a dar retta agli angosciatissimi storici.

Posto che la versione originale della fiaba parla genericamente di “abito” (e cioè, dice tutto e niente), possiamo ragionevolmente supporre che la bimbetta della fiaba stesse indossando una sopravveste di colore rosso.
All’epoca, il tipico abbigliamento femminile si componeva di due strati distinti: una veste dritta a maniche lunghe, spesso di colore chiaro, che possiamo immaginarci come una via di mezzo tra la tunica e la camicia da notte, e poi una sopravveste scamiciata, tipo grembiule, da indossare sopra al primo strato. Per capirci: in questa foto, la sopravveste è quella di colore azzurro.

Sopravveste

Con fogge diverse e diversa ricercatezza a seconda delle mode e della classe sociale di chi l’indossava, la sopravveste era un capo d’abbigliamento potenzialmente anche di pregio, che completava ogni look che si rispettasse. E non poteva essere altro che una sopravveste, il capo d’abbigliamento regalato alla piccina nel giorno del Battesimo: l’avrebbe indossata, terminata la cerimonia, al di sopra della tunichetta bianca da tradizione.

Eh ma il cappuccetto? Ce l’aveva, ‘sta bambina?
Può darsi di sì, nel senso che parecchie sopravvesti erano, effettivamente, provviste di cappuccio. Alcuni storici sottolineano pure che la bimba intima ai lupi di non rovinarle il suo bel vestito proprio quando loro cominciano a leccarle il volto. Un ammonimento sparato un po’ a casaccio, verrebbe da dire: ‘e chi t’ha toccato il vestito?’, avrebbe legittimamente potuto rispondere il lupacchiotto.
Certo: se invece ipotizziamo che il vestito avesse anche un cappuccio alzato, allora sì che i denti dei lupi sarebbero stati pericolosamente vicini alla preziosa stoffa…

Il rosso, un colore speciale
Resta il dubbio: ma perché proprio rosso doveva essere ‘sto vestito da indossare sopra alla veste battesimale? Ok d’accordo, buon senso vuole che si regalino ai monelli vestiti di colore acceso perché non li macchino dopo mezzo minuto, ma perché proprio il rosso?
Ecberto lo mette strettamente in relazione col tempo liturgico: giacché il Battesimo era stato amministrato a Pentecoste, il padrino aveva scelto un abito coordinato con… i paramenti del sacerdote. Una scelta come un’altra.
Da un punto di vista molto laico e materialistico, il rosso era un colore molto cool da regalare. A causa del costo elevato dei pigmenti, i vestiti vermigli erano particolarmente ricercati. Insomma, Cappuccetto aveva ricevuto un gran bel regalo.
Resta da dire, però, un’altra cosa: tradizionalmente, nel Medioevo, il rosso era considerato un colore portafortuna. Molti fanciulli (compreso Gesù Bambino, a dar retta a certi dipinti) portavano al collo un pendaglio corallino nella speranza che esso li proteggesse dalla malasorte. Il rosso in generale era considerato un colore dai poteri apotropaici, come se potesse allontanare dai piccini le malattie esantematiche e il pericolo d’emorragie.
Partendo da questo presupposto, alcuni storici hanno addirittura ipotizzato una genesi ancor più antica, per la storia raccontata da Ecberto (il quale, in effetti, calca sul dettaglio del colore rosso con un’insistenza modaiola che, francamente, lascia interdetti). E se Ecberto, con la sua fiaba, avesse voluto cristianizzare una leggenda già esistente, per cui la bambina di rosso vestita scampava alla morte grazie al magico potere del rosso in sé e per sé?
A me sembra una tesi piuttosto convincente, che spiega quello che sennò resterebbe  ad aleggiare nella mia testa come un grosso punto di domanda.

Il Battesimo, uno stato ancora più speciale
Aridanghete: lo so, l’ho già scritto sopra, ma lo ripeto perché Ecberto ci tiene veramente tanto a questa cosa. È chiaro che la sua fiaba nasca per sponsorizzare il Battesimo e che sia questo il suo scopo primario: se ci prestate attenzione, quello che salva Cappuccetto Rosso non è un generico miracolo di belve ammansite come se ne trovano molti nell’agiografia. No, no, questo miracolo è un miracolo chiaramente battesimale, e probabilmente non è un caso che i lupacchiotti, pronti a sbranare la bambina, si trovino invece a leccarla proprio sul viso, e cioè la parte del corpo che, poche ore prima, era stata unta col crisma battesimale.

…e poi, a proposito di superstizioni del popolino, ce n’era un’altra, molto diffusa, all’epoca di Ecberto. Era la credenza secondo cui le vesti di un neo-battezzato avevano in sé e per sé una certa qual dose di miracolosità, come se in qualche modo avessero ‘assorbito’ per contatto l’eccezionale potere del sacramento d’iniziazione.
E a me piace, a me piace molto, il modo in cui Ecberto, mescolando il sacro e il profano, riesce a unire in una storiella per bambini superstizioni popolari legate ai colori e credenze popolari legate alla religiosità dei piccoli.
Soprattutto se la sua intenzione era quella di cristianizzare una leggenda già esistente… beh: complimenti, Ecberto, te la sei studiata bene.

Effie Millais

Ritratto di Effie Millais, di John Everett Millais

16 risposte a "De puella a lupellis servata: la versione medievale e cattolica di Cappuccetto Rosso"

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  3. Lucia

    Oggi, Guido Mocellin ha dedicato a questa storia un articolo nella sua rubrica “Wiki Chiesa” su Avvenire:

    https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/una-fiaba-medievale-sul-battesimoe-una-notizia-di-oggi-sulle-cresime

    Lascio qui questa noticina e lascio qui anche le mie considerazioni sulla notizia che Mocellin riportava nel suo articolo, accostandola a questa storiella battesimale: Mons. Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia, ha appena firmato un decreto con il quale si ordina che (in via sperimentale, per tre anni) le cresime all’interno della sua diocesi vengano celebrate senza che il cresimando sia accompagnato da un padrino.

    Come sottolinea il decreto episcopale, “il Codice di Diritto Canonico non 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗻𝗲 la figura del padrino/madrina, ma la prevede «per quanto possibile» e specifica che le persone scelte devono condurre «una vita conforme alla fede e all’incarico che si assume»”.

    Applausi a scena aperta per il vescovo: onestamente, sarei proprio curiosa di sapere quanti dei padrini “di recente nomina” vivano davvero una vita “conforme” al loro ruolo.

    E, d’altro canto, se il parroco dice che devi scegliere un padrino, uno straccio di padrino lo devi pur cacciar fuori. In una ricerca spesso insensata per la quale, in molti casi, immagino possibili solo due esiti:

    A) il padrino amico di famiglia che non entra in Chiesa da ‘na vita ma che per fortuna è “solo” convivente e non divorziato, quindi è più facile ingannare il prete;
    B) il padrino che è sì un cattolico praticante… ma che è pure un ottuagenario che vive dall’altra parte di Italia. Possibilità concrete di essere un riferimento costante nella crescita spirituale del pargolo: pari a zero.

    Meno male che finalmente qualcuno lo dice e cerca di porre un freno.
    Sia chiaro: non dubito che sia pieno di amici di famiglia non praticanti che possono essere figure di spicco nell’educazione morale dei nostri figli, ma possono esercitare benissimo questo ruolo anche senza essere coinvolti in un sacramento.

    Da parte mia, applausi a scena aperta per la decisione di mons. Boccardo. Sono dell’idea che bisognerebbe abolire pure i padrini di Battesimo (in molti casi, sempre più simili agli organizzatori di un baby shower che a testimoni di fede): altroché.

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  4. klaudjia

    Il vescovo ha preso uno dei (tanti) punti dolenti dei sacramenti oggi. Quando ho scelto la madrina di mio figlio ho chiesto ad una mia cugina che fa la catechista. Ovvio che nessuno pretende dei padrini santi, ma quantomeno credenti. Per molti i sacramenti sono tradizioni. Vedo spesso padri che accompagnano i figli a messa (perché devono fare la comunione) e aspettano fuori perché non sono minimamente interessati alla funzione. Circa un mese fa in chiesa ho visto una cosa che mi ha molto colpita in positivo. Una famiglia di colore (evidentemente straniera) a messa (padre, madre, due figli e un”altra signora, forse una zia). Una immagine così non la vedevo da secoli! Credo e mi farebbe piacere che saranno i “nuovi arrivati” i cristiani che riempiranno le nostre chiese ormai non troppo frequentate.

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    1. Lucia

      Mamma mia, che desolazione però il padre che accompagna il bambino a Messa e poi aspetta fuori.
      Capisco il non essere minimamente interessati alla funzione, ma che ce va a star seduti vicino al figlio per quaranta minuti? Non seguire, pensa ad altro, ma proprio uscire dalla chiesa per principio… e che è? 😅

      Comunque, è molto vero che spesso si vedono famiglie straniere con una fede (e anche con un modo di vivere la fede) che fa invidia a quello di molti di noi. Io conosco un paio di Filippini che davvero è impossibile non notare, anche solo per il raccoglimento e la riverenza con cui seguono la Messa.

      “I sacramenti sono tradizioni”, dici: e quanto è vero! 😔
      Io forse sarò particolarmente brutale sotto questo punto di vista, ma davvero metterei dei paletti rigidissimi per l’ammissione ai sacramenti, soprattutto quando si parla di individui adulti e non di bambini che, poverini, non sono responsabili delle azioni dei genitori.
      Ma, ad esempio, per quanto riguarda il matrimonio: a coppie che palesemente chiedono di sposarsi in chiesa per l’unica ragione che “è bello”, io farei veramente penare tanto il traguardo. “Tanto” al punto tale da scoraggiare le coppie che sono lì solo per futili ragioni, ecco.

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  5. klaudjia

    Nella chiesa che frequento purtroppo non c’è questo problema…in due anni c’è stato un solo matrimonio. Ho sentito spesso dire “mi sposo al comune e non in chiesa perché non ho i soldi”!!! Non si paga mica il sacramento!! Ho visto matrimoni civili costosissimi perché la sposa indossava lo stesso un abito in grande stile come in grande stile fu il pranzo.

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    1. Lucia

      Per il mio matrimonio in chiesa, credo di aver speso un totale di circa 300 euro, comprensivo di fedi, marche da bollo per le pubblicazioni in comune e confetti di buona qualità da regalare, dopo, a parenti e amici 🤣

      Detto ciò: sotto un certo punto di vista, ma voglia il Cielo che la gente che si sposa in comune possa avere il suo momento da sogno, con vestito lussuoso e pranzo nel castello e cerimonia nella sala di lusso, se è quello che desidera. Così almeno la piantiamo con ‘sta storia che la gente viene a sposarsi in chiesa “perché è più bello”.

      Su questo, io sono molto tranchant.
      Tenendo conto che un matrimonio è di per sé NULLO (non “criticabile”, proprio “nullo”) se gli sposi, in coscienza, sanno già di non voler condividere i requisiti-base del matrimonio sacramentale: allora, ben venga lo sposarsi in comune! Paradossalmente, trovo più irrispettoso lo sposarsi in chiesa inscenando quella che – di fatto – è una recita teatrale priva di valore sacramentale…

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  6. klaudjia

    Perfettamente d’accordo sul fatto che ognuno spenda i propri soldi come vuole, anche in cerimonie civili principesche. Il fatto che mi sembra bizzarro quando sento dire che “la chiesa costa” allora mi sposo al comune.

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    1. Lucia

      Secondo me è il classico serpente che si morde la coda.

      La maggioranza della gente che si sposa in chiesa lo fa ormai “per tradizione” o per scenografia > ergo spende barcate di soldi per avere il matrimonio scenografico come da tradizione > ergo il matrimonio in chiesa viene popolarmente associato alla cerimonia di lusso, io credo che molte persone non praticanti davvero facciano fatica a immaginare concettualmente un matrimonio in chiesa fatto alla buona.
      Figurati che io ho conosciuto una persona che era convinta che il vestito bianco della sposa fosse obbligatorio all’interno della cerimonia perché simbolo con valenze religiose!!! Tipo, il prete si mette la casula, la sposa deve necessariamente mettersi il vestito bianco col velo 🤣

      Il fatto che in origine chi si sposava in comune lo facesse con cerimonie un po’ sottotono (un po’ per galateo, perché magari erano seconde nozze; un po’ perché all’inizio i matrimoni in comune erano bruttarelli forti – ho visto delle foto davvero trinstanzuole 🤣) penso che abbia contribuito a consolidare l’idea che il matrimonio in comune costa poco a meno che uno non voglia renderlo costoso.

      L’opzione che il matrimonio in chiesa possa costare poco credo che sia proprio scomparsa dall’immaginario collettivo, temo persino dall’immaginario collettivo di molti cattolici ._.

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  7. klaudjia

    Ahimé è il concetto stesso di matrimonio che ormai sta scomparendo. Viviamo in una società super individualista dove è “fuori luogo” sposarsi e prendersi degli impegni a vita. È vero che 30 anni e più di legislazione sul divorzio hanno spaventato molto gli uomini. (Ho conosciuto uomini che convivevano perché così se venivano lasciati non correvano il rischio di perdere la casa e dover dare gli alimenti). Ma oggi il concetto di amore coniugale è “desueto”, e la televisione ci propone modelli di “usa e getta” delle storie d’amore che non suggeriscono al ” pubblico” di cercare una unione stabile.

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    1. Lucia

      Onestamente, non so nemmeno fino a che punto sia una questione di “amore usa e getta”.
      Io ho trentun anni: facendo un rapido calcolo mentale, mi consta che solo tre (!!) tra i miei compagni di liceo/università siano attualmente sposati. E non è che gli altri siano single, capiamoci: convivono da anni, hanno storie sentimentali solide e durature (che posso ragionevolmente immaginare loro per primi considerino tali); di alcuni, so persino che hanno aperto un mutuo per comprare casa.
      Se ti compri una casa cointestata al 50% con un altro, mi vien da dire che un minimo di stabilità tu la dia per scontata, nella tua unione 😅

      Più che altro, mi risulta che il loro “no” al matrimonio sia dato dall’idea che “tanto il matrimonio è solo un pezzo di carta, non cambia niente”. So di una coppia che ha scelto di ricorrere all’unione civile; le altre, per quanto ne so io, si limitano a convivere perché “non ci serve altro, non cambia niente”.

      Sto cercando un modo meno giudicante di dirlo, ma non lo trovo, quindi lo dirò così: a me sembra che questi cari ragazzi pensino di vivere in un mondo ideale nel quale l’ammmore durerà per sempre o comunque si interromperà in amicizia, le tragedie non esistono, nessuno muore senza aver fatto testamento, le quote di legittima sono una formalità, con “suoceri” e “cognati” vi sarà sempre in ogni occasione una piena comunione di intenti.

      Per carità, lo so anch’io che nessuno si augura tragedie e che davvero in una famiglia normale è auspicabile poter risolvere i problemi senza dover andare ogni volta in tribunale a far valere le leggi che ti tutelano.
      Però.
      A me lascia davvero tanto perplessa questa cosa del “tanto, col matrimonio non cambia niente, basta l’ammore”.

      Boh?

      Te lo auguro di vero cuore che vi basti sempre l’ammmore, amica mia; sotto un certo punto di vista, ti ammiro pure, perché io non metterei mai i miei soldi in un conto in banca condiviso con uno che, agli occhi della legge, è un perfetto estraneo: mio marito è una bravissima persona e ovviamente ripongo in lui la massima fiducia, ma perché andarsi a cercare volontariamente rogne di ogni tipo quando invece c’è un istituto giuridico fatto apposta per tutelarti? 👀

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  8. klaudjia

    Lucia, mi fa piacere che una ragazza giovane abbia tanto buon senso!! E lo dico senza ironia!! Ho lavorato alcuni anni in uno studio legale ed era un pellegrinaggio di donne (la più giovane sui 45 anni e la più agee sui 65) che come adolescenti spaesate venivano a chiedere quali fossero i propri diritti economici alla fine di una convivenza magari di 30 anni. C’era chi era stata lasciata per un’altra ma voleva rimanere nella casa “coniugale”, chi voleva un mantenimento sbraitando sul fatto che la legislazione italiana è retrograda e bigotta e non “vedo perché a me no e alla moglie che magari è una strega invece sì!”. Mi ricordo di una, poveretta, il cui compagno dopo 30 anni era morto improvvisamente alla quale non spettava nulla. La figlia avuta dal precedente matrimonio dell’uomo reclamava la casa dichiarando che se il padre in 30 anni non aveva sposato la signora o lasciato una disposizione testamentaria in suo favore si vede che quella era la sua volontà. Le loro risposte erano sempre “ma io pensavo ai sentimenti, non ai pezzi di carta!” e io dovevo ricordare loro che se erano in uno studio legale e’ perché in quel momento stavano reclamando denaro.

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  9. Gianluca di Castri

    Molto interessante, mi sono permesso di condividerla su FB e Twitter. Oggi si tende a leggere tutte le favole per bambini in chiave psico-analitica a sfondo sessuale ed anti-femminista, siamo persino giunti a vietare la favola di Biancaneve perché il principe, svegliandola con un bacio, compie un atto di molestia sessuale.

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    1. klaudjia

      Bisogna dire che dalle favole le donne non ne escono mai molto bene….tutte in attesa del principe azzurro che risolva loro la vita mentre subiscono angherie da altre donne. E quando arriva…si presenta un Tizio in calzamaglia celeste!!!

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